mercoledì 30 novembre 2011

Wilderness

Si sono svegliati da poco. Il fuoco è spento. Le ceneri residue sono bianche, mescolate a dei pezzetti neri di carbone. L'alba rivela le forme della foresta come fa ogni mattina nel chiasso dei risvegli. Le voci degli uccelli che si sovrappongono quasi fanno male alle orecchie, i versi delle scimmie tra i rami degli alberi, ma sono soprattutto gli uccelli a farsi sentire.

La mattina rinfresca, è umida di piante, però l'aria passati da poco i monsoni si rifà pesante in fretta. Già a due ore dalla luce si ricomincia a sudare. Nonostante gli alberi e il fiume. Forse proprio per quello.
Jyoti e il ragazzo non si sono ancora allontanati dal fiume. Ne hanno seguito il corso verso monte. Senza un progetto. Il territorio andava in quella direzione e l'hanno seguito. Risaliva senza interporre ostacoli la vegetazione piena e rigogliosa.

Appena sveglia Jyoti non si attiva. Non apre gli occhi, resta sdraiata a stiracchiarsi a lungo. Quando poi decide di aprirli si incanta a guardare le foglie e i rami degli alberi. Spesso allunga un braccio e accarezza per terra oppure raccoglie un sasso e ci gioca, prende su dei legnetti, delle foglie e se le fa girare tra le dita. Il ragazzo la guarda, la aspetta. 

Non hanno progetti e le giornate trascorrono lunghe e lentamente. 
Camminano, cercano da mangiare, trovano da mangiare, cercano un riparo per la notte, trovano il riparo. Raccolgono legni. Scoprono le generosità foresta.

Il ragazzo si è svegliato grattandosi la testa.

Fanno il bagno ogni volta che trovano un'ansa più limpida, più quieta. Prima lui, poi lei. Jyoti non gli permette di vederla nuda e quando è il suo turno lo manda via con gesti minacciosi della mano. Quando invece lui si spoglia e si tuffa, lei lo guarda e ride. Ma non vuole che le si avvicini senza i vestiti.

È sveglio e si gratta la testa. Il ragazzo. Jyoti che lo vede, si solleva dal giaciglio di foglie su cui ha dormito e lo chiama a sé. Gli rovista tra i capelli. Gli mostra alcuni granuli bianchi che fa scoppiare con l'unghia. Poi gli fa vedere qualcosa di minuscolo e nero appoggiato su un polpastrello. E il ragazzo pensa che le palme delle sue mani sono tanto più chiare dei dorsi. E il corpuscolo nero salta e scompare.
Il ragazzo la guarda e domanda: "i pidocchi?". Ma lei non capisce e gli sorride.

Dal fuoco della notte Jyoti prende una manciata di cenere e gliela sparge sulla testa. Ma la cenere è ancora calda, sulla cute gli brucia. Il ragazzo si passa in fretta una mano tra i capelli e la cenere sbuffa per aria in una nuvola che incipria il viso di Jyoti. Lei ride. Prende un'altra manciata di cenere e gliela butta sui capelli. Ma anche quella brucia, forse Jyoti ha le mani ignifughe come la pelle della salamandra. Di nuovo dalla testa del ragazzo si solleva una nube di cenere e Jyoti è sempre più incipriata. Sembra divertirsi molto. Sta per rimettere la mano nella cenere, quando il ragazzo l'afferra per il polso e la blocca. Lei a questo punto ride forte.

sabato 26 novembre 2011

Wilderness

Nella foresta il ragazzo si ritrova tra disagi sconosciuti. Jyoti è invece più serena, già abituata ai trattamenti duri, forse è meno esigente. Ci si trovano disorganizzati e con scarsi viveri, solo l'acqua del fiume per bevanda. Magari sporca e inquinata, ma non c'è scelta. Senza neanche un pentolino per bollirla. Fuggitivi, in pratica dispersi, sbandati nella natura selvaggia senza alcuna assistenza né esperienza. 

Per colazione hanno mangiato un pezzo di pane e alcune erbe amarognole che Jyoti aveva raccolto. Le aveva strappate e lavate nel fiume, poi le aveva portate al ragazzo. Lui le aveva prese, le aveva guardate senza sapere che farci. Lei gliele aveva tolte di mano e se ne era messa un po' in bocca con il pane, aveva masticato e ingoiato. E così poi l'aveva imitata anche il ragazzo. La sua prima colazione francescana. E forse era stata quella colazione tanto frugale a rabbuiarlo, a farlo diventare pessimista. O invece più realista, più presente all'ambiente colorato e incondizionato, vivido, vibrante, pulsante di vite minacciose e minacciate... e comprese le loro... Il mondo intorno a sé aveva iniziato a chiudersi, a farsi opprimente. La vegetazione a trasformarsi in lacci e nascondigli. Il fiume in rifugi di anaconde e di coccodrilli... E cosa fare se avessero incrociato una tigre o anche solo una pantera o un orso? Come competere a corpo nudo con quei denti e quegli artigli e quelle pelli spesse come il legno, dove scappare a rintanarsi? Non era pronto il ragazzo a tutto quello, gli eventi ce l'avevano condotto ma lui non era pronto affatto. E tutto intorno diventata più scuro e più violento. Tanto che quando la tribù di scimmie li assalì si sentì sollevato, che fossero soltanto delle scimmie. Erano forse in venti, forse in trenta, alcune con i cuccioli attaccati al collo, piccole scimmie che mostravano aggressive i denti e urlavano e soffiavano, poi si esibivano in tecniche d'assalto, una che gli correva incontro per distrarli e poi scartava di lato in tutta fretta mentre un'altra da dietro o da di fianco si faceva sotto e menava una zampata alle gambe, li tirava per i vestiti, miriade di azioni distraenti e un solo obiettivo. Il ragazzo nel panico di quelle furie aveva iniziato a gridare, pensava di impaurirle, ma quelle forti del numero e della selezione naturale avevano a loro volta alzato i toni, avevano preso a saltare e a tirare dei sassi. Tutto in pochi secondi. Finché Jyoti non aveva preso il sacchetto con i viveri e lo aveva lanciato verso il branco. Ci si erano avventati sopra per conquistare quei pochi alimenti come fossero una ricchezza senza fine. Ma c'era ancora lo zainetto del ragazzo. Certe scimmie di quelle più rognose non si erano convinte. Che fosse vuoto di cose commestibili. Continuavo a mostrargli e denti e a saltare. Erano lì per aggredirlo, forse l'avrebbero morso, quando Jyoti glielo toglie dalle spalle in una mossa e lo lancia. Lo zaino con il passaporto! e il telefono! e la carta di credito! Era la fine. Le scimmie glielo avevano preso, lo avevano aperto (non sapevano aprire lo zaino ma avevano saputo lacerarlo), avevano estratto gli oggetti. Se li erano messi in bocca. E poi sicure della loro inutilità patente, avevano lasciato tutto per terra a qualche metro dalla coppia inerte e se ne erano andate. Scimmie. Ladre, teppiste. Il ragazzo aveva raccolto le sue cose, il portafogli morsicato, sbavato, e se le era comunque messe in tasca. Lo zaino che non si poteva più usare.

A quel punto Jyoti si era avvicinata con il fuoco negli occhi. Gli aveva parlato nella sua lingua, anzi ringhiato. Il ragazzo non capiva ma aveva capito. Se l'era sentito risputato addosso che era colpa sua e dei suoi pensieri  negativi che avevano attirato la disgrazia. Come per un principio magico, che l'acqua si raccoglie in una fossa. Aveva capito. Ma togliersi di dosso la paura era una cosa diversa.

lunedì 21 novembre 2011

venerdì 18 novembre 2011

Wilderness

Stanno percorrendo la SP208 al rientro da Chiusi della Verna, in direzione dell'albergo. C'è nebbia, è quasi notte. Le ultime luci del giorno si infiltrano tra gli alberi antichi e potenti della foreste casentinensi, l'auto procede piano per la ridotta visibilità e le curve. Un mezzo tornante, all'uscita l'automobile inchioda. Sulla carreggiata c'è un grande cervo maschio dalle enormi corna ramificate, minaccioso. Lei e il ragazzo lo guardano sorpresi, incantanti, estasiati dall'apparizione quasi magica. Anche il cervo li guarda. Li fissa. Immobile. Passa un minuto. Poi da sinistra saltano fuori una cerva e un cerbiatto di poche settimane, forse un paio di mesi. Attraversano la strada di corsa, si arrampicano per il pendio dall'altra parte. Allora anche il maschio si muove, con due falcate vigorose raggiunge la famiglia. Poi tutti insieme lanciano un ultimo sguardo curioso, sembra stupito, all'equipaggio imbambolato al calduccio dell'aria condizionata dal motore. Scattano i loro muscoli fulvi, sfrecciano via, scompaiono nel mistero del bosco.

Il ragazzo si sveglia già all'erta, il suo sonno è leggero in quel nuovo ambiente. Sente a distanza il battere di passi zoccolati. Poi più niente.
Jyoti dorme al suo fianco, è tranquilla, del fuoco resta una brace rosata. Il ragazzo prende altri legni, li sistema perché si accendano. Soffia sui carboni che s'arrossano, poco dopo le fiamme li addentano. Aggiunge altri rami più grossi, che durino più a lungo. Ignora a che punto sia la notte, per quanto ne sa potrebbe non avere più termine.

lunedì 14 novembre 2011

Wilderness


Si fa sera. Jyoti ha trovato una rientranza sulla spalla di una roccia, si è seduta e ha appoggiato le sue cose. Ha aperto il fagotto che si era portata dietro tutto il giorno e ha cominciato a ordinare le cose per terra, proteggendole dal suolo con il tessuto. Poi ha preso in mano un ramo e l'ha mostrato al ragazzo, gli ha indicato gli alberi. Il ragazzo capisce che servono dei legni per il fuoco, quando si muove per andarli a raccogliere Jyoti lo richiama urlando: “Eh! Wagh!”. Il ragazzo si è voltato e ha visto Jyoti che gli mostrava i denti. Non ha capito cosa volesse dirgli, ha ripreso a scendere verso gli alberi in direzione del fiume.

Il ragazzo si è allontanato dal rifugio ma non l'ha perso d'occhio. Ha marcato la foresta con lo sguardo, non si sarebbe allontanato di molto. E solo quando è sicuro di poter riconoscere il ritorno, inizia a fare mucchietti di legni. Poco lontano il fiume scorre. Scroscia con tranquillità, si sente. Jyoti ha cominciato a cantare, forse per farsi ritrovare meglio. Il ragazzo s'incanta. La sua voce così sgraziata nel linguaggio è dolce e potente nel canto. È una melodia vivace e ritornante quella che si diffonde nel bosco mentre il ragazzo ammucchia dei legnetti e la notte da lontano inizia a rivestire il cielo. Jyoti ha ragione: non ci si deve far trovare impreparati dalla notte.

A ridosso del fiume il ragazzo intravede alcune bestie che si dissetano: due caprioli sull'altra sponda, da questa parte un cinghiale e un porcospino. Lascia un mucchietto di bastoni per ritrovare la giusta entrata nel bosco e si incammina sulla riva, verso le bestie. È avido di cose mai viste, vorrebbe toccarle. Sa che il cinghiale è un animale iroso, non si avvicina troppo. Ma lo stesso il suo non troppo è già troppo per la bestia che lo guarda e contrariata si allontana. Si ferma, lo guarda, grugnisce, si infila nel bosco. Il porcospino invece è più lontano. Il ragazzo si china sull'acqua a pochi passi da dove si abbeverava il cinghiale, beve. Sarà forse acqua sporca, non importa. Ricorda di non aver bevuto dalla mattina, troppo preso dalle novità, dalle meraviglie naturali intorno. E chinandosi a raccogliere l'acqua scorge poco distante, verso dove era scappato il cinghiale, un osso. Si rimette in piedi e si avvicina. È un grande osso, l'osso della gamba di qualcosa di grande. Forse una mucca o un cavallo... un bufalo! E poco oltre i sassi ecco il costato! Il ragazzo muove alcuni passi circospetti intorno alle costole del bufalo. Ed ecco il teschio, le corna! La carcassa sarà stata smembrata dopo la morte dell'animale, forse dagli avvoltoi, forse da uno sciacallo. Non è cosa di fresco, le ossa sono consunte. E poi il ragazzo all'improvviso rinsavisce, mette insieme i pezzi: la carcassa, il fiume, il ringhio di Jyoti poco prima, la tigre vista dall'autobus in attraversamento pedonale con i suoi cuccioli. Quello non è un bosco, è una foresta. E non è poi neanche una foresta, è una giungla. Le tigri! E ce ne saranno anche altri, magari le pantere, i leopardi... probabilmente gli orsi... Oddio, i serpenti, i cobra! Quello non è il posto sicuro che sembra! E quei pavoni allora? E quei cerbiatti?

È un'ansietudine scioccamente improvvisa quella che si appropria del ragazzo. Di tigri e di pantere avrebbero già potuto incontrarne durante la giornata. Ma è la notte che viene a rendere quegli alberi tanto insidiosi. Sono animali notturni nella caccia... anche notturni... bestie territoriali, magari con le tane vicine al luogo di quel vecchio pasto. E così l'oscurità che scende sta diventando davvero una minaccia. 

Il ragazzo ritorna di fretta sui suoi passi e tira su i legni che ha raccolto. Ne prende quanti può tra le braccia senza intenzione di tornare indietro per altri carichi. Torna al rifugio. Riparo da niente davanti all'incursione di una tigre... Quando Jyoti lo vede arrivare teso e vibrante capisce. Si mette a ridere, gli fa di nuovo il ringhio. Il ragazzo non ne è divertito. Jyoti allora gli chiede l'accendino – sa che il ragazzo ha con se del tabacco che arrotola ogni tanto – e con pochi gesti precisi ha già acceso il fuoco. È lei in effetti il capo spedizione, quella che sembra sapere dov'è e cosa fare. Il ragazzo è soltanto avventato. Jyoti assomma i bastoni più piccoli in un cono e li lascia bruciare, poi mette quelli più spessi. Allora si alza e si allontana verso il fiume. Il ragazzo la chiama, lei non si volta. Ritorna in pochi minuti con altri legni, presi da dove li aveva lasciati il ragazzo. Va via di nuovo, ritorna. Ora sembra contenta della quantità di legname raccolto e si risiede. Vede il ragazzo ancora preoccupato, serio e irrigidito contro la roccia. Infila una mano nel proprio vestito, all'altezza del seno, e ne estrae una scatolina di legno della grandezza di un portapillole. La apre, c'è dentro una polvere rossa. Jyoti ne prende un pizzico e la soffia addosso al ragazzo; ne prende un pizzico e la soffia verso gli alberi. Rimette la scatolina al suo posto. Il ragazzo non sa cosa pensare, se a un gesto scaramantico inutile o a un vero e proprio sortilegio. È turbato.

Jyoti estrae dal suo fagotto il pane e della frutta presa dalla cucina di mattina. Spezza il pane, ne dà al ragazzo e mangia. Prende la banana, prende dei frutti rotondi e verdi che il ragazzo non ha mai visto e li spicchia. Gliene dà una metà che però il ragazzo esita a mettere in bocca. Jyoti dice: “Awla” e mangia. Mangia così anche il ragazzo. E poi c'è il fuoco che scricchia e la foresta ha cambiato voce. C'è l'urlo di un gufo, le grida prolungate di alcune scimmie. C'è qualcosa che striscia in prossimità del rifugio verso gli alberi ma che non si avvicina, che si allontana.
Il ragazzo accende una sigaretta, sembra già meglio. Jyoti allora si sdraia e gli appoggia la testa sulla coscia. Mentre fuma lui le accarezza i capelli, che sono un po' unti. Non si lavano almeno da tre giorni, da quando sono fuggiti da Lonar. Jyoti gira la testa e gli pianta la faccia nella pancia. E lo morde. Poi ride. Lui ha emesso un lieve sospiro di dolore, poi si è messo a ridere con lei. Tutto sembra sicuro adesso.

venerdì 11 novembre 2011

Wilderness

Il ragazzo e Jyoti hanno lasciato la strada e si sono addentrati tra i cespugli. Dalla distanza hanno sentito arrivare la jeep della polizia, forse per loro, non si sa come avvisata durante la notte, forse neanche avvisata, probabilmente mandata sulle loro tracce da Suresh Sawant il giorno prima. Ma Jyoti e il ragazzo a questo punto funzionano in silenzio come un corpo unito.

Il ragazzo e Jyoti hanno appena lasciato la strada...
Jyoti, appena sveglia, ha guardato il ragazzo sorridendo. Lo ha visto negli occhi e ha smesso di sorridere. Si sono fissati per alcuni secondi e si sono capiti. Sono cose che accadono. E se poi siano sfuggiti dei dettagli ha poco conto. C'era la paura, c'era il doversi allontanare di nascosto, il non fidarsi degli ospiti. C'era il segnale di protezione.

... e si sono addentrati tra i cespugli.
In casa non c'era nessuno. Hanno raccolto le loro cose e sono usciti. Fuori non c'era nessuno, neanche un bambino. Jyoti è tornata in casa di corsa, è riuscita con un fagotto tra le braccia. L'ha aperto sotto gli occhi del ragazzo, c'era dentro roba da mangiare. Gli ha sorriso.

Si sono addentrati tra i cespugli e hanno preso una direzione qualunque. Nell'ignoto che li circonda scegliere non avrebbe fatto differenza.

Camminano tra gli alberi, che da soli indicano la via da percorrere, aprendosi in radure, chiudendosi in macchie. Segnalando un sentiero forse percorso dai locali... sentiero che muore riassorbito dal terreno... sentiero che sembra fuoruscire dalle foglie un po' più in là... e poi si riperde. Camminano.

E arrivano sulla riva di un piccolo fiume che scorre ricurvo tra gli alberi, sbatte sui sassi e si allontana. Davanti c'è una spiaggetta di ciottoli, dopo la spiaggia un prato. Sul prato ci sono decine di pavoni che beccano a terra. Jyoti e il ragazzo si fermano a guardarli, si siedono, si accucciano. Rimangono a guardarli a lungo, finché non sono stanchi. E non si stancano in fretta.

I pavoni sono maschi e femmine, spesso i maschi aprono la coda a ruota mostrando al gruppo le loro penne occhiute. Emettono i loro versi simili a trombette acute, s'infastidiano l'un altro con i becchi. Brucano, pesticciano sull'erba. Poi compare un esemplare tutto bianco. Tutto tutto bianco. Jyoti guarda il ragazzo e indica il nuovo arrivato. Apre la bocca senza dire niente, le brillano negli occhi. Nei suoi occhi scuri le piume del pavone bianco. Sembra felice, il suo corpo vibra. Il ragazzo è

Dietro il gregge di pavoni c'è una boscaglia rada, di alberi bassi e magrolini. A testa bassa dei piccoli caprioli sgranocchiano l'erba. Quando la strappano si sente il rumore. Invece i pavoni mangiano in silenzio. Nessuno di loro va a bere a quest'ora. 

lunedì 7 novembre 2011

Ricordi premonitori


Disteso sulla stuoia, Joseph che russa, il ragazzo rammenta i suoi incontri con la polizia indiana. Pochi per fortuna. Abbastanza però per riportargli alla memoria il motto "forte e cortese" e l'arguzia "forte con i deboli, cortese con i forti".

La prima volta era stato a Udaipur in Rajastan, durante il primo viaggio. La sera di Natale. Era andato alla messa con Marina, conosciuta strada facendo, avevano preso dei biscotti da un rinfresco e poi erano tornati verso il centro su un autobus di suore. All'entrata del centro, chiuso da un coprifuoco notturno non meglio chiarito, un poliziotto di ronda li aveva fermati con fare minaccioso. Gli avevano detto della messa di Natale e poi il ragazzo, ricordatosi dei biscotti, ne aveva preso un pugno dal sacchetto e glieli aveva dati. Era molto giovane il poliziotto e felice, quasi commosso, li aveva presi e aveva cominciato subito a sgranocchiarli, salutandoli con la mano mentre si incamminavano verso il loro albergo, dall'altra parte del lago Pichola.
C'era poi stata quella volta a Goa, alla spiaggia di Arambol, l'albergo nel palmeto, il laghetto d'acqua dolce che sembrava una laguna blu, i vecchi figli dei fiori già ubriachi alle dieci di mattina, quando qualcuno era entrato nella stanza del "vecchio sporcaccione" (così l'aveva soprannominato la figlia minorenne di un figlio dei fiori tardivo, forse in cerca di un defloratore) e gli aveva portato via lo zaino con tutte le sue cose dentro. Tranne i documenti e i soldi che teneva sempre con sé. Un furto da scemi, e però tutti i vestiti, i libri... Erano andati insieme alla stazione di polizia più vicina per sporgere denuncia, una specie di capanna con un tavolo e una seggiolina e una branda in tela di iuta. Il poliziotto in infradito che li aveva ricevuti si era informato sul danno, poi aveva fatto delle domande inutili: "Che lavoro fate?", "Dove siete stai in India?", e aveva detto che avrebbero dovuto aspettare l'ufficiale superiore per la denuncia. Così avevano aspettato. E quando l'ufficiale superiore era arrivato, il subordinato gli aveva spiegato la situazione e quello aveva chiesto ai due amici cosa volevano che facesse. Non avevano saputo rispondere. Così che l'ufficiale, già di suo indolente, si era sdraiato sul lettuccio e aveva cominciato a suonare una piccola fisarmonica che aveva staccato dal muro. Loro poi se ne erano andati sconsolati, nell'indifferenza dei custodi della legge.

Durante il secondo viaggio però, il ragazzo aveva visto il lato oscuro, abusivo, arbitrario della polizia indiana. Era stato nel mercato di Orai, nell'Uttar Pradesh, dove era capitato nel curiosare tra i luoghi di Phoolan Devi, la regina dei banditi. Avevano preso un ladruncolo che aveva rubato la collana a una donna e l'avevano massacrato di botte. Era stato un bel linciaggio collettivo, erano usciti un po' da tutti i negozi per dargli un calcio o un pugno o una bastonata sulla schiena. Il ladro se l'era vista brutta, finché non era sopraggiunto un poliziotto in motocicletta. A quel punto il ragazzo aveva pensato che il pestaggio sarebbe finito, che quantomeno le forze dell'ordine lo avrebbero salvato dall'ira della folla per chiuderlo in prigione e consegnarlo poi magari a un tribunale. Il poliziotto invece si era trasformato in boia e, legato il ladro per una gamba al sedile della moto, lo aveva trascinato sulla polvere per vari metri, ferendolo, strappandogli i vestiti, lasciandolo poi nudo e sanguinante di nuovo in balia della folla. Il malcapitato non era stato ucciso solo per l'intervento della derubata, che a un certo punto aveva fermato i carnefici, forse soddisfatta della giustizia ricevuta. Non un caso isolato, aveva poi saputo il ragazzo dalla guida che lo accompagnava e che lo aveva trattenuto mentre voleva farsi sotto e difendere il ladro. Era anzi quello il comportamento abituale della polizia indiana, l'intervento rudemente punitivo piuttosto che il ripristino dell'ordine e l'arresto dei criminali. Casi del genere in India erano all'ordine del giorno, e anche di peggiori e di molto più ingiusti, di solito diretti alle caste più basse che non hanno gli strumenti legali e nessuna rispettabilità per difendersi.

Queste le storie per cui il ragazzo teme che Joseph e la moglie vogliano denunciarli. Loro due, in fuga, un bianco e un'indiana insieme. La situazione creerebbe dei problemi, forse li avrebbero picchiati, forse peggio. Dei rischi da non correre. Prima di addormentarsi così il ragazzo pensa che la mattina dopo dovrà escogitare un modo per scappare, e portare via Jyoti senza poterle spiegare il perché, magari riprendendo l'autobus di nascosto a riuscirsi, e se ripartisse, magari rubando un mezzo di trasporto, a trovarne uno.

sabato 5 novembre 2011

Pulìs

Nella modesta casa in cui si trovano Jyoti e il ragazzo c'è la corrente elettrica, probabilmente uno degli ultimi avamposti illuminati prima del buio profondo della foresta. Ci sono una stanza che è cucina e soggiorno e una camera, dove dormono la donna che li ospita e suo marito. Non hanno figli. Lei sembra più giovane, lui più vecchio. Si è presentato con il nome di Joseph e ha detto di occuparsi di politica. Parla anche inglese, il solito inglese indiano ma abbastanza per farsi capire. Il ragazzo dormirà con lui nella stanza soggiorno, Jyoti in camera con la donna. Dormiranno su delle stuoie, in casa non c'è neanche un letto. Mangiano sulle stesse stuoie su cui poi dormiranno. Riso e curry di patate e cavolfiori, un po' di lenticchie molto piccanti.
Joseph è entrato in scena mentre ancora sedevano sotto il grande baniano, pedalando una bicicletta cigolante. Sudaticcio, li ha guardati da dietro i grandi occhiali di plastica e se ne è andato senza dire una parola. Jyoti dormiva. Il ragazzo se ne stava imbambolato a respirare l'aria nuova dei teck. E poi la donna aveva deciso che bastava così e aveva svegliato Jyoti, l'aveva presa sotto braccio e aveva fatto cenno con la testa al ragazzo di seguirla. Erano andati a casa sua, dove avevano ritrovato Joseph che si stava sciacquando con l'acqua di una bacinella appoggiata per terra.

Joseph, aveva detto, si occupa dell'amministrazione del villaggio e per questo visita spesso i villaggi vicini. Ci va in bicicletta. Lo fa per lavoro, per i soldi, la sua vera passione invece è il canto. Joseph aveva cantato per il ragazzo e Jyoti un paio di nenie locali, Jyoti si era di nuovo addormentata. Poi aveva raccontato di avere sposato una donna così giovane perché entrambi volevano praticare il celibato ma le convenienze li avevano spinti al matrimonio... cioè che si erano sposati ma non l'avevano mai consumato. Sua moglie è la maestra del villaggio, per questo nel pomeriggio l'avevano trovata insieme a tanti bambini. I bambini arrivavano anche dai villaggi vicini, perché quello era il villaggio più grande della zona e l'unico ad avere la scuola. Solo la scuola elementare, poi chi poteva continuare a studiare sarebbe andato in città. 
Joseph, pur nel suo inglese stentato, già prima di cena era riuscito a esprimere le difficoltà della politica in India, la corruzione, il sistema clientelare intorno ai latifondisti. Era riuscito a lamentarsi del fatto che stava invecchiando e che presto, chissà cosa ne sarebbe stato di lui.

Quando la cena è pronta la donna sveglia Jyoti che con fatica si mette a sedere, sbocconcella qualcosa dal suo piatto in silenzio, non guarda nessuno, e poi sempre in silenzio si alza e si ritira nella stanza in cui trascorrerà la notte. Il ragazzo è stupito dalla narcolessia della compagna, la guarda mentre si alza, si pulisce la mano con cui ha preso il riso e le verdure sul vestito, scompare frusciando. Joseph e la donna invece non ci fanno caso, come se Jyoti non esistesse o fosse un'ombra o se ne stesse da sola in casa sua. Notano però gli sguardi del ragazzo. La donna dice qualcosa, Joseph traduce: "La causa è la foresta. Per alcuni ci sono troppi alberi. Troppo ossigeno, forse".
La cena è silenziosa e breve. E il silenzio fuori dalla casa è tenebroso. Solo ogni tanto si sente il grido di qualche uccello notturno, di qualche scimmia nottambula. Così almeno crede il ragazzo. Crede di riconoscere dei versi che non ha mai sentito. Poi la donna prepara un tè e mentre lo bevono, mentre ognuno beve dal proprio bicchiere di vetro spesso, lei e suo marito chiacchierano. Il ragazzo ascolta. Ascolta le sonorità del maharathi (suppone) che, su un sottofondo selvatico, si rincorrono, rimbalzano, saltano fra i denti dei suoi ospiti, si affossano rauche nelle loro gole. E in mezzo a quella melodia orientale riconosce una parola: pulìs. Lì per lì non ci fa gran caso. Poi di nuovo: pulìs. Il ragazzo allora si fa attento. Loro parlano, lui non capisce. Ma alla fine di nuovo: pulìs. Per tre volte pulìs, non è un buon segno. Il ragazzo vorrebbe pensare a qualche omofonia, ma la parola è banale, inequivocabile. Una parola da cui fuggire nella sua, nella loro situazione.