domenica 29 gennaio 2012

In sospensione

Sospendo temporaneamente la scrittura di questo "blog" per completare una raccolta semilirica intitolata (ancora per ora) Canti della burocrazia da inviare entro il 31 marzo al premio di poesia "L. Montano". A presto!


giovedì 5 gennaio 2012

Verso il villaggio


Korku, il ragazzo e Jyoti camminano su un sentiero nella foresta. Jyoti tiene il bimbo stretto a sé, appoggiato su un fianco. Il sentiero è ben marcato, usato regolarmente da gente che va e che viene dal fiume. Il villaggio di Korku è infatti distante dall'acqua - "per non affogare con il monsone" ha spiegato. Ed è dall'altra parte del fiume. L'hanno attraversato su un ponticello di legno poco rassicurante ma saldo. L'acqua comunque era bassa, si sarebbe anche potuto guadare.

Jyoti tiene il suo bambino stretto al collo e gli canta una canzoncina sottovoce, una ninnananna. Krhsn, il bambino, è molto tranquillo. Ha dormito di notte, ora ha gli occhi spalancati e vigila sui nostri passi.
Korku ha parlato con Jyoti. Le avrà prospettato un pasto caldo, un letto comodo. Un letto... Jyoti non gli ha risposto. Non l'ha neanche guardato. Ma il ragazzo è abituato ormai a queste stranezze della compagna.
Korku allora ha parlato al ragazzo. Gli ha detto che la foresta è pericolosa e che sono stati fortunati a vivere. Non ha giudicato il silenzio di Jyoti. C'è tanta gente in India, ognuno con le sue stranezze. A giudicarle tutte c'è perderci il sonno. Solo da alcuni arricchiti imborghesiti di città il ragazzo ha sentito criticare i comportamenti degli altri. Come un darsi importanza, volersi mettere al livello presunto di un europeo. Korku ha solo chiesto se Jyoti stesse bene.
"Come sta la tua amica?".
"Non è amica, è compagna" ha specificato il ragazzo.
"Ok... Forse non sta molto bene".
"Sta bene. Parla poco, è fatta così".
"Ok".
Camminano.

"Crede che il bambino è suo" interloquisce Korku.
"Può darsi" risponde il ragazzo. "Al suo villaggio aveva due figli e le sono stati tolti quando è morto il marito".
"Oh, che storia triste" dice Korku, e sembra sinceramente dispiaciuto. "Come è morto?".
"In guerra, in Kashmir".
Nessuna replica. Forse Korku non sa che in Kashmir c'è la guerra. Forse non sa nemmeno che c'è il Kashmir.

"Chi ha preso i suoi figli" domanda dopo un po'.
"La madre di suo marito".
"Questa è l'India" sentenzia Korku.
"Così sembra" risponde in ragazzo.
"Ma tu come sai tutto questo?". D'improvviso Korku sembra accorgersi che il ragazzo e Jyoti non si parlano, che non possono, e si stupisce delle informazioni ricevute.
"A Lonar, da Anand... è un ragazzino, un amico di Jyoti. Mi ha raccontato tutto lui".
"Ah, ok!". La curiosità di Korku sembra placarsi. Poi invece riprende: "Forse la tua amica crede che questo è suo figlio".
"Non lo so... certo è che da quando l'ha trovato non fa altro che abbracciarlo... può darsi... speriamo di...".
"Speriamo di no?".
"Chissà...".

mercoledì 28 dicembre 2011

Intervallo festivo

Quando l'egoismo insulso e senza fine della specie si converte in collaborazione, il mondo si illumina.



martedì 20 dicembre 2011

Korku

Di nuovo all'alba gli stessi occhi grandi, curiosi, scuri. Si sveglia solo il ragazzo. Jyoti e il bambino dormono ancora nell'abbraccio della sera precedente. Il ragazzo si sveglia e stavolta è preparato, è più calmo. Il bambino lo guarda. Quando è certo di averlo svegliato gli fa segno di alzarsi e di seguirlo. Il ragazzo si alza, prende il bastone, lo segue. Il bambino non ha più paura e lo precede.
Scendono dalla collina in direzione del fiume. Forse duecento, forse trecento metri. Poi c'è un ragazzo nero come il bambino che li aspetta. Che alza un braccio in segno di saluto. Il bambino lo indica e dice: "Korku". Compiuta la sua missione scompare di corsa nella foresta.

Il ragazzo si avvicina al ragazzo. Sorride. Quando è già più vicino gli tende la mano ("non saluta con il namastè, che strano" pensa il ragazzo), gli parla: "Good morning" dice, "my name is Korku".
"Buongiorno" risponde il ragazzo. E si sente davvero strano nel tornare a parlare con qualcuno, anche se in inglese. Tanto che non sa aggiungere altro.
"Quanto tempo nella foresta?" domanda Korku.
"Non lo so" risponde il ragazzo, "ho perso il conto dei giorni. Un mese forse...".
"Qui è zona della mia tribù. Benvenuti".
"Grazie". E di nuovo silenzio.

"Chi è la donna?".
"Viene da Lonar. Siamo scappati insieme. Ci amiamo... forse... non lo so... è tutto molto strano...".
Korku sorride. Poi aggiunge:
"Io ho studiato inglese con i missionari dell'ospedale".
"Quale ospedale?".
"Di Achalpur. Kothara community hospital. Per la lebbra e per gli occhi".
"E adesso?".
"Adesso che cosa?".
"Che fai adesso?".
"Lavoro nella tribù. Siamo contadini".

"Di chi è il bambino?".
"Non lo so. Jyoti l'ha trovato ieri. C'era della gente che lo cercava lungo il fiume, poi sono andati via e lei l'ha trovato".
"Bisogna portarlo a loro".
"Certo. Quando si svegliano lo riportiamo. Erano della tua tribù?".
"No. Loro sono di Bhopal. Scappati trenta anni fa".
"Scappati?".
"Non conosci la storia?".
"L'incidente del gas?".
"Quello".
"E che ci fanno qui?".
"Sono in giro. Non hanno più una casa. Nessuno li vuole".

"Torno da Jyoti" dice il ragazzo.
"Vi aspetto qui" risponde Korku.

mercoledì 14 dicembre 2011

Wilderness

Jyoti e il ragazzo si svegliano sotto un paio di occhi grandi e curiosi. Il ragazzo d'istinto cerca il bastone, Jyoti gli ferma la mano. Sono gli occhi di un bambino quasi nero, scurissimo di pelle, che non appena intuisce il gesto del ragazzo è già in fuga. Prima che Jyoti possa dirgli qualcosa. Si è già disperso tra gli alberi della foresta, è corso verso il fiume.
Jyoti lo insegue. Il ragazzo segue Jyoti. Per ritrovarsi entrambi poco dopo sulla riva del fiume senza più alcuna traccia del visitatore. Che è scomparso.

Sono sulla riva del fiume Jyoti e il ragazzo. Ne approfittano per lavarsi il viso, sciacquarsi la bocca, togliersi il torpore del sonno. Jyoti intanto continua a guardarsi intorno. Sembra pensierosa. O forse sta cercando di indovinare dove si trovi il villaggio da cui è venuto il bambino. Non lontano. Poi tornano alla tana notturna a fare colazione.

Più tardi sono di nuovo in marcia lungo il fiume. Vanno avanti. È più che altro un incedere casuale il loro. Vanno avanti spinti dal solo motivo di andare avanti, di muoversi. Non si sentono più in fuga. Ma fermarsi sembrerebbe stabilirsi. E non ha senso.
E però non sanno dove vanno. Seguono sempre il fiume. Oggi hanno ricevuto quella visita. Qualcuno del villaggio magari tornerà a cercarli. Ma di quale villaggio? È per questo - forse - che procedono più incerti del solito, con più lentezza. Non è la prima volta che, senza mete, si distraggono, che più che camminare passeggiano, che si incantano davanti a un panorama, a una carcassa, ai mulinelli del fiume che si avvitano intorno alle rocce. Mulinello dopo mulinello come orologi di un tempo indefinito e eterno...
Solo nel pomeriggio vedono quello che stavano aspettando. Ma non è il villaggio. È invece un gruppo di persone malconce che si aggira lungo l'argine e fruga tra i cespugli. Ora l'uno ora l'altro chiamano lo stesso nome: "Krshn", e procedono in ordine sparso. Il ragazzo vorrebbe andargli incontro, salutare degli esseri umani dopo tanti giorni di solitudine, ma Jyoti non lo lascia. Lo trattiene. Lo costringe a nascondersi restando a una certa distanza. Il ragazzo al solito non capisce, però obbedisce. Crede che Jyoti sappia perché lo fa. E intanto osserva quella gente che rovista nella foresta e chiama Krshn. Uomini e donne, una trentina in tutto, giovani e più vecchi, vestiti tutti di stracci laceri e sporchi.

L'apparizione poi si allontana.
I loro richiami sono inghiottiti dai suoni soliti della foresta.

Åsgårdsreien (1872) by Peter Nicolai Arbo.
Il ragazzo è perplesso. Li ha osservati affascinato. Ha guardato la compagna ogni tanto cercando di capire cosa stesse accadendo, cosa lei pensasse. Ha visto che Jyoti scrutava quel gruppo con grande attenzione. Ha interpretato la sua riluttanza a mostrarsi come un pericolo, come se quella gente per loro fosse una minaccia. Li ha  immaginati allora come dei banditi, poi come i fanatici di una setta, poi come un corteo di anime lacustri alla ricerca di una vittima sacrificale, inquiete intorno all'acqua per placare una sete inestinguibile. Retaggi di trascorsi studi confusi al nuovo ambiente. Ma così è la mente, che mescola e rielabora e adatta e interpreta solo a partire da ciò che già conosce.
Jyoti non ne sa niente. E se anche potesse parlargliene non capirebbe.
Jyoti invece quando si è accertata che si fossero tutti allontanati, ha cominciato a comportarsi come loro. Solo in silenzio. E non ha cercato dove cercavano loro. Ma un po' più verso valle. Come un cane che annusa una pista olfattiva è passata da un cespuglio all'altro, si è inoltrata appena un po' nella foresta, poi si è fermata a ridosso di un arbusto rigoglioso. Si è accucciata. Al ragazzo è sembrato che parlasse alla pianta. Poi ci ha infilato le braccia dentro e ne ha estratto un bambino. Non il bambino della mattina. Un bambino molto più piccolo, di tre o quattro anni. Che le ha abbracciato il collo.

Poi Jyoti è tornata dal ragazzo. Gli ha fatto vedere il bambino, era radiosa. Ha detto: "Krshn!". Un bambino smagrito e con il naso sporco. Che però non piangeva. E non parlava. Che sembrava muto quasi come Jyoti.
Hanno cercato il solito rifugio per la notte, ma ben prima della solita ora. Jyoti ha preso alcune scorte di cibo e ci ha fatto un impasto. Pappa insolita di fiori e piante e vermi che il bambino si è mangiato ingordo, imboccato dalle dita di Jyoti. Leccandole le dita per succhiare fino agli ultimi avanzi. Poi si è addormentato.
Jyoti, senza nemmeno guardare il ragazzo, se l'è stretto in braccio e si è distesa. Si sono addormentati insieme.
Il ragazzo ha raccolto dei legni per il fuoco, senza perderli di vista. Poi lo ha acceso.
Poi dal seno di Jyoti ha preso la scatolina con la polvere rossa, ha fatto come ha visto fare a lei. E da solo nel mondo è rimasto a vegliare su una donna e un bambino addormentati, incontrati per caso, raccolti. Come se fossero la sua famiglia.