venerdì 30 settembre 2011

Triplo gioco

Sono le dieci e un quarto quando Ramlal e Babuji lasciano la casa dello swami Kulittalai. Se ne vanno soddisfatti e contrariati insieme: contenti di avere ricevuto le informazioni che cercavano sulla loro sorella e lo straniero, indisposti per averci rimesso quelle cinquecento rupie, per le parole avare dello swami: "Sono ad Achalpur, da Suresh Sawant. Fate attenzione che Suresh è un caro amico, ma senz'altro non si opporrà a restituirvela, se andrete a riprendervi vostra sorella. Suresh sa stare al mondo".
Ramlal: "Ma che progetti hanno quei due?".
Swami Kulittalai: "Chiedeteglielo, quando li vedrete. Io non lo so e non l'ho neanche chiesto. Suresh comunque ha una sartoria sulla strada per Paratwada, quasi all'uscita di Achalpur. Chiedete, là lo conoscono tutti".

Tutte informazioni reali quelle fornite dallo swami, uomo prudente e ambizioso ma non cattivo, che sa come usare i propri privilegi per crescere di credibilità agli occhi dei suoi concittadini. Ramlal e Babuji pensano che sia solo un venduto e un doppiogiochista, capace di tutto per aumentare il suo patrimonio in valuta. Niente a che vedere con il santo che tutti credono che sia - o fingono di credere, nonostante i soliti babbei affermino di averlo visto fare cose straordinarie e guarigioni miracolose. Eppure Babuji e Ramlal non pensano abbastanza, come tutte le persone perfide, non riescono a immaginare che il doppio gioco che vedono messo in atto a loro vantaggio possa diventare anche triplo e infine raggirare proprio loro. 
Lo swami Kulittalai infatti li ha trattenuti il più a lungo possibile, invitandoli a cena e tirandola per lunghe, prima di lasciarli andare. È vero che comunque era già tardi e che i due non si sarebbero certo messi in viaggio prima della mattina, ma ritardarli quanto più possibile avrebbe annullato i rischi di avventate imprese notturne. Poi, non appena lasciato solo, lo swami è andato al telefono e ha composto il numero dell'amico Suresh.
"Pronto?" ha risposto Suresh, con la bocca già un po' impastata dal sonno.
"Suresh, scusami se ti disturbo, sono Rajiv".
"Rajiv! Sei arrivato? Tutto bene?".
"Sì, tutto bene. Loro come stanno?".
"Guardano la televisione... Siamo qui tutti insieme, ma io mi sono un po' addormentato..." dice Suresh con un lieve tono di scusa.
"Ascolta Suresh, come ti avevo predetto sono venuti i fratelli a cercarli".
"Hmmm...".
"Ho fatto come d'accordo, quindi è possibile che domattina si facciano vivi. Non credo che vengano, ma non si sa mai. Ora faranno un po' di rumore per salvare la faccia davanti al paese, ma hanno già speso anche troppo per una sorella che gli dà solo fastidio. Tu comunque procedi come abbiamo deciso, senza spaventarli".
"Va bene, Rajiv. E se quei due vengono, li riceverò con i dovuti onori...".
"He he..." ridacchia lo swami, sapendo di quali onori sia capace Suresh per i suoi nemici, "non stropicciarli troppo però, che non tornino parlando male di noi".
"Non preoccuparti, solo il giusto perché ci lascino in pace".
"Mi affido a te. E se domani vengono, fammi sapere qualcosa".
"Certo. Ciao. Buonanotte".
"Buonanotte anche a te".

Fatta quest'ultima fatica, lo swami Kulittalai sale in camera sua. Apre una cassetta dove raccoglie i soldi per la mensa dei poveri, ci lascia cadere dentro cinquecento rupie e cinquantasei dollari americani. E così si sente meglio, ora che il giro di quel denaro è chiuso.

sabato 24 settembre 2011

Come far parlare uno $wami

Quando i fratelli di Jyoti, Ramlal e Babuji, rientrano a casa è sera inoltrata. La madre, dopo l'incidente meridiano, ha passato tutto il pomeriggio ad aspettarli, anche con ansia. Il cellulare di Ramlal era spento o forse la batteria si era scaricata, o forse non prendeva dove si erano andati a cacciare, ma lo aveva chiamato tante volte per dirgli di tornare a casa - anzi, potevano andare dove volevano, non gliene importava niente, solo che non mettessero più in mezzo a questa storia il figlio di Shweta Gore. L'ultima cosa che voleva alla sua età, e con Babuji ormai in affari, era che venisse fuori quella vecchia storia del campo dei manghi. Ma da chi l'aveva saputo quella strega di Shweta? Al tempo solo Pooja Kakodkar e Annu Sarang lo avevano saputo, perché l'avevano vista. Credeva di essere riuscita a comprare il loro silenzio, ma era evidente che almeno una di loro non aveva tenuto la bocca chiusa. E adesso, in quanti lo sapevano al paese? Solo la madre di Anand? Chi altri? All'improvviso era diventata ricattabile, lei che aveva sempre ricattato gli altri.

Ramlal e Babuji rientrano finalmente alle undici passate. Chanchai li sta aspettando con la televisione accesa. C'è il solito film con qualcuno che balla, roba da mandare in solluchero quel ragazzino impiccione. I figli si meravigliano di trovarla ancora sveglia, lei che va sempre a dormire alle nove e si sveglia alle quattro di mattina. Si guardano l'un l'altro, ma è Ramlal, il maggiore, a parlare: "Mataji, stai bene? Come mai non dormi?".
Chanchai li guarda con tenerezza, guarda Babuji con un po' di tristezza e compassione, ma loro non ci fanno caso, interpretano i suoi sguardi come stanchezza. "Dove siete stati?" domanda. 
"Abbiamo sistemato tutto" risponde Babuji.
"Avete sistemato tutto?" insiste lei con una lieve ironia nella voce, che i suoi figli scambiano per la raucedine che spesso la affligge.
"Certo, mata" continua Ramlal, "non devi preoccuparti. Abbiamo pensato a tutto noi".
"Raccontatemi cos'è successo, allora. Sono curiosa".
Ramlal e Babuji non capiscono cosa sia quella curiosità, quando dicono che qualcosa è sistemato significa non ci sono problemi e la madre si è sempre fidata. Per rispetto però raccontano.
"Stamattina, come eravamo d'accordo, abbiamo interrogato il figlio di Shweta Gore...".
"Gli avete fatto male?" domanda Chanchai.
"Male?..." è Babuji che parla, ma Ramlal lo interrompe con un colpetto del braccio.
"No, mata" prosegue Ramlal, "non gli abbiamo fatto male. Gli abbiamo solo tirato un po' le orecchie, ma sta benissimo". La madre non insiste, sa già come gli hanno tirato le orecchie e non vuole far sapere ai figli della visita di quella strega. "E vi ha detto qualcosa di utile?" conclude Chanchai.
"Eeh!..." fa Babuji sorridendo, ma si azzittisce non appena incrocia lo sguardo del fratello.

$wami Kulittalai
Ramlal allora spiega: "Ci ha detto subito che la sorella e lo straniero erano andati da swami Kulittalai e che lui li aveva portati lontano, con la macchina".
"Da swami Kulittalai? E quello ora che c'entra?".
"C'entra che ha la macchina e Jyoti l'ha pagato".
"L'ha pagato?".
"Sì, mata... cinquantasei dollari".
"E dove li ha presi i soldi quella scema?".
"Non lo so... forse li teneva nascosti dai tempi di Mithun o forse glieli aveva dati lo straniero... Comunque glieli ha portati Anand in una borsa insieme ad altre cose, per questo non ce ne siamo accorti. Avevano organizzato tutto bene quei due".
"Dallo swami ci siete stati?".
"Certo, mata".
"L'abbiamo aspettato tutto il pomeriggio" dice Babuji annoiato.
"Abbiamo aspettato che tornasse" continua Ramlal, "è rientrato alle nove".
"E..." incalza Chanchai.
"Non si è stupito per niente di vederci... Ci ha invitati a cenare con lui, perché era affamato dopo tutto il giorno in viaggio. E ci ha detto che, se ci interessava, Jyoti stava bene...".
Chanchai è curiosa del seguito, ordina a suo figlio di sbrigarsi a raccontare tutto senza fare il prezioso.
"Gli ho chiesto dove li avesse portati. Non ha risposto". Poi con un tono giustificatorio: "Lo sai, mata, è una persona influente...".
"Quanto gli avete dato?".
"Cinquecento rupie...".
"Cinquecento rupie solo per parlare, quel cane!" sbotta Chanchai.
"Lo so, mata, abbiamo pensato fosse meglio per noi chiudere con questa storia in fretta".
"Avete ragione, figli miei, avete fatto bene. E allora, dove sono andati?".
"Li ha portati ad Achalpur, da un suo amico. Sappiamo dove sono di preciso, vuoi che li andiamo a prendere?".
"Vuoi che uccidiamo lo straniero?" dice Babuji.
"Stai zitto" lo sgrida sua madre, "cosa vuoi uccidere? Per quell'idiota di tua sorella, poi? E un bianco vuoi uccidere? Vuoi morire in carcere e farmi morire di crepacuore?".

Ramlal e Babuji tacciono. Sanno di avere fatto del loro meglio e aspettano che la madre li consigli. Quindi Chanchai domanda: "Lo swami vi ha detto qualcos'altro?".
"Ha detto di non metterlo in mezzo" risponde Babuji.
Chanchai ringhia tra i denti, ma conosce la realtà del suo paese. Sa bene di non potersi scontrare con lo swami e tanto meno adesso, con la minaccia della strega pendente. Consiglia i suoi figli in questo modo: "Domani andrete al dhaba e parlerete agli amici... Qualcuno vi ha visti rientrare così tardi stasera?".
"Sì" dice Ramlal.
"Bene, sarà il vostro testimone. Dovrete dire che avete scoperto che hanno preso un autobus insieme, travestiti, ieri sera quando sono scomparsi, e che sono andati a... ad Aurangabad! Dite che avete potuto parlare con l'autista dell'autobus, che è ripassato oggi... dite però anche che siete stati fortunati a trovarlo, perché da domani cambia linea e non passerà più di qui... che a qualcuno non venisse in mente di fare domande in stazione... E poi basta, Aurangabad è una città troppo grande, forse hanno preso il treno, forse perfino l'aereo".
"Ma, mata" dice Babuji, "Jyoti non ha nessun documento".
"Non specificare, Babu, loro questo non lo sanno. Anche se lo pensano, non possono dimostrarlo. E poi vedrete che saranno soddisfatti, non è che Jyoti mancherà a qualcuno. Non se la scopavano neanche... L'importante è che pensino che noi, come famiglia, l'abbiamo cercata come abbiamo potuto. Poi l'India è grande e affollata, la gente scompare facilmente".

mercoledì 14 settembre 2011

La madre di Anand


Quando finalmente Anand arriva a casa, sua madre è ancora preoccupata.
“Perché sei così in ritardo?” gli domanda. "Il riso è freddo, io e tua sorella ci siamo preoccupate. È andata a cercarti alla scuola, ma l'hai vista?".
"No" risponde Anand senza alzare lo sguardo. Si sente ancora terrorizzato e non ha il coraggio di guardare sua madre. È certo che lei capirebbe subito, anche senza sapere che cosa gli è successo. Ma lei ha  capito lo stesso, ancora prima di vedere i pantaloni di suo figlio bagnati. Anand non ha mai avuto quell'espressione addosso.
Sul tavolo c'è il suo pranzo, Anand però non lo tocca. Se ne va invece subito in camera, si stende sulla sua stuoia e comincia a piangere. Dietro di lui sua madre. Non hanno fatto in tempo a scendere le prime lacrime che lei ha già aperto la porta. Si è accucciata di fianco al figlio, gli accarezza la schiena.
"Anand, dimmi che cosa è successo".
Nessuna risposta a parte il soffocato singhiozzo del pianto.
"Anand, tesoro...".
Anand gira appena la testa e la intravede sfocata dietro un acquario di lacrime. Ha paura, ma sa anche che sua madre è la sua unica protezione. Tergiversa: "Se te lo dico mi tagliano la gola..." e di nuovo affonda la testa nel cuscino, ora piange forte.
La madre di Anand è preoccupatissima ma si trattiene, si controlla. Lascia che il ragazzo si sfoghi, gli sfrega solo un poco la schiena come faceva quando era piccolo per farlo dormire. Aspetta che si calmi. E poi: "Anand. Cosa è successo?".
A quel punto il ragazzo si gira, ruota su stesso per guardarla, per lasciarsi vedere. "Sono stati i figli di Chanchai Pawar perché ho aiutato Jyoti a scappare con l'italiano".
La madre è sinceramente stupefatta: "A scappare dove?" domanda.
"Sono andati via con swami Kulittalai, in macchina."
"Ma dove??? Mica per quella storia che si sono abbracciati davanti al dhaba? Sono impazziti?? Quella si sa che è una scema... ma quell'altro? Non si rende mica conto... e tu??? Anand!".
"Mamaji, scusa... ho solo portato a Jyoti una borsa stamattina...".
"Ah! Vedi che non sei andato da Shishu!".
"Ma non potevo dirtelo, era un segreto".
"Anand, un segreto troppo pericoloso, lo sai che teste di cavolo sono quei due fratelli. Ma cosa ti hanno fatto?". E Anand così racconta del sequestro, della tortura (colorendo dove possibile, quasi senza darsi conto, con le scene dei film di Akshay Kumar), della confessione e infine delle minacce di morte. A quel punto la madre di Anand è indignata, infuriata, dice, però ancora trattenuta: "Come si permettono, quei figli di cagna... come si permettono...". E dice: "Adesso tu ti chiudi in casa, ti lavi e vai a mangiare qualcosa. Tra un po' tanto torna anche tua sorella. Al resto ci penso io" e bacia il figlio sulla fronte e gli arruffa i capelli e lo chiama "scemo" (sottovoce) e "sognatore".

Uscita di casa sforzando un ultimo sorriso, mentre Anand la guarda attraversare la soglia, richiusa la porta d'ingresso il suo volto si trasforma in quello di una Erinni. La sua pelle chiara diventa quasi nera per l'irrorazione del sangue, finalmente pulsato via con violenza dal cuore furioso, i capelli le si elettrizzano in testa e cammina con tanta determinazione e aggressività, quasi correndo, che chi la vede passare, anche chi la conosce bene, si scansa e non le dice una parola, intimorito. Lei non guarda e non vede nessuno, gli occhi e le intenzioni puntanti sulla sola vittima designata.
Quando raggiunge la casa di Chanchai Pawar non è più in sé, è la dea Kali in forma di vendetta che la agisce. Apre la porta non serrata con un colpo del braccio, la porta sbatte con violenza contro il muro. I fratelli di Jyoti non sono in casa, ma non le sarebbe importato niente, avrebbe fatto lo stesso. Chanchai Pawar invece è sdraiata su una stuoia a sonnecchiare dopo il pranzo, forse in attesa di buone notizie, come se non avesse colpe. La madre di Anand con un passo le è addosso, le schiaccia la gola con il piede impolverato.
"I tuoi figli hanno torturato Anand, tu lo sai, cagna, non fanno niente senza il tuo permesso, puttana di una cagna infame, come ti sei permessa? Ti lascio viva solo perché Anand sta bene, me ne frego delle chiacchiere del paese, se quella deficiente di Jyoti si fa fottere dagli stranieri, ce l'hai ridotta tu così, schifosa. Adesso te lo dico una volta sola e non osare di liberare i tuoi cani contro mio figlio mai più, perché io lo so chi è il padre di Babuji e ancora una volta che fanno qualcosa ad Anand lo vengono a sapere tutti. Hai capito cagna!". E detto questo solleva il piede dalla gola dell'altra donna, sconvolta e soffocata, che comincia a tossire e a sputare maledizioni. Ripresa la respirazione poi guarda la madre di Anand con malvagità, senza parlare, molto minacciosa. Ma quella non si lascia intimorire, anzi aggiunge: "Non fai paura a nessuno con quegli occhi da lupa e se non abbassi subito lo sguardo te li tolgo". Chanchai Pawar a questo punto si rende conto di essere vinta e abbassa lo sguardo. Non c'è altro da aggiungere e la madre di Anand allora torna a casa.