martedì 30 agosto 2011

I fratelli di Jyoti

Dopo avere salutato gli amici, averli guardati partire nella grande macchina dello swami, Anand è tornato a Lonar. È passato da casa, ha salutato sua madre
                                                                                                                                                         (la madre era preoccupata, “dov'eri?” gli ha chiesto, “dove sei andato così presto, cosa hai fatto? Ma stai bene?” – “Sì, sì” l'ha rassicurata Anand, “sono andato a prendere un quaderno che avevo lasciato da Shishu, perché lui non viene a scuola oggi, deve andare con suo padre al mercato di Mehkar” – ma la madre non è convinta dalla risposta del figlio, forse per l'elusività inconsueta del suo sguardo o perché sa bene che la madre di Shishu non è stata mai d'accordo a che il figlio perda giorni di scuola per accompagnare il padre sul lavoro),
                                       ha preso la merenda, si è incamminato verso la scuola. Sulla strada principale del paese ha visto Ramlal e Babuji, i fratelli di Jyoti, che parlavano con altri uomini fuori dal dhaba, gesticolavano con aggressività, tra le smorfie da demoni, anche se i loro sono baffetti inoffensivi, e però hanno dei grandi denti acuminati, arrossati dal paan. Non ha sentito di cosa discutessero, ha fatto finta di niente, ha tirato dritto, è entrato nell'abitudine della scuola.

Le ore di insegnamento poi sono trascorse e Anand si è quasi scordato dell'avventura albata, non ci pensava. Esce dalla scuola insieme ai compagni, fanno rumore, si tengono per mano; ridono, scherzano, qualcuno si rincorre per gioco. I maschi separati delle femmine, e non si parlano nemmeno doposcuola. Anand è tra di loro, distratto, forse ancora ingenuo nonostante gli intendimenti precoci sulla natura umana, sull'umanità bigotta dei villaggii. Non si accorge che Ramlal e Babuji l'osservano da dietro un muretto, solo in parte nascosti. Sono ancora vicini alla scuola. Con loro c'è la vecchia madre, una donna rinsecchita e arcigna, sopravvissuta alla maledizione della vedovanza sposando il fratello del primo marito. Opzione poi negata a sua figlia, già impazzita alla notizia del marito ammazzato, stranita, non più spendibile. La vecchia fa un segno della testa ai figli e la caccia comincia.

La casa di Anand è in una zona decentrata del paese. Il ragazzo ha lasciato gli amici, si è diretto sorridente verso la madre e il pranzo. Non sospetta. Fischietta le sue colonne sonore preferite, fantastica di ballarle davanti alla cinepresa. È un attacco di sorpresa, un agguato, quello che Ramlal e Babuji gli tendono alla svolta di un vecchio edificio in rovina. Gli sono addosso insieme, lo assalgono come briganti. Prima che possa urlare Babuji gli ha messo della stoffa nella bocca, poi lo hanno sollevato di peso e sbattuto sul pianale di legno di un carretto, gli hanno legato le mani, i piedi, lo hanno coperto di stracci e sacchi di mangime per le vacche. Anand per lo spavento è svenuto. Meglio così, non ha dovuto soffrire l'ansia del rapimento né lo schiacciamento dei sacchi. Lo hanno trasportato fino a una stalla poco lontana, di proprietà di un loro parente, fingendo di portargli il foraggio. E lì lo hanno calato in una botola seminterrata, ripostiglio di insoliti attrezzi. Lo hanno resuscitato con l'aspersione di acqua fredda sulla testa.

Anand al riaversi, al vedersi preso da volti tanto astiosi, si è sentito mancare di nuovo, ha messo insieme tutti i pezzi nella mente, dall'alba fino a quel momento, si è sentito imprudente, stupido, si è odiato. Ha creduto che volessero ammazzarlo. Avrebbe voluto comportarsi come uno degli eroi dei suoi film, ma non sapeva come cominciare a farlo, a districarsi dai nodi, mollare calci e pugni, metterli tutti al tappeto e uscire dalla stalla in un balzo. Invece, ancora con la stoffa spinta nella bocca che gli raschia il palato, ha cominciato a piangere.
Babuji, il più piccolo dei due fratelli e il più cattivo, tira fuori un lungo coltello affilato, minaccia Anand dicendo che se si prova a urlare glielo pianta in gola. Dice: “ora ti tolgo la stoffa dalla bocca perché devi parlare, me se urli ti sgozzo”. Come la stoffa è strappata dalla sua bocca riarsa, Anand si piscia addosso, culmine del terrore adesso che la sua vita dipende da quello che dirà, che farà.

Poi Ramlal comincia: “Ti hanno visto stamattina con nostra sorella e quello figlio di cagna europea, dove sono andati?”.
Anand risponde: “Non lo so. Jyoti mi aveva chiesto di portarle un sacchetto al tempio di Anuman che dorme, però non lo so poi dove sono andati”. Prova a mentire. Qualcuno lo ha visto nonostante tutte le accortezze. C'è sempre qualcuno qui che ti vede qui, che spia, mille occhi che brillano nascosti tra i tetti o dietro gli alberi.
Ramlal: “Ci hanno detto che siete usciti insieme dal tempio di Anuman e che siete andati nella campagna. Adesso ci dici subito dove siete andati!”.
Ma Anand esita e Babuji gli dà un pugno nella pancia. Anand è senza respiro, tossisce, gli viene su un rigurgito di bile. Ramlal dice al fratello di andarci piano, che il ragazzo è fiacco. Ma è un gioco tra di loro, infatti Babuji lo picchia di nuovo, gli dà due schiaffi che gli muovono il cervello, così forti. E nonostante i film, Anand non è un eroe. Sente di avere resistito già abbastanza, parla. “Li ho accompagnanti dallo swami” dice, “poi se ne sono andati in macchina, è vero, non so altro”.

Ramlal e Babuji ora sono soddisfatti. Sanno che è vero, la casa dello swami è nella direzione giusta, così come li hanno visti correre all'albeggio. Sanno anche dove proseguire la caccia, e come. Slegano Anand, gli rignano che se si prova a parlare con qualcuno del loro incontro, lo prendono e lo squartano. Che lui adesso se ne va a casa e sta zitto.

venerdì 26 agosto 2011

In macchina


Anand saluta l'auto che si allontana con la mano destra, è un addio. Si sente soddisfatto, pensa di avere aiutato i suoi amici e di essere custode di un segreto importante. Li saluta senza scomporsi come nell'ultima scena di un film, solo con l'avambraccio, poi torna sui suoi passi e imbocca il sentiero per il paese e la scuola, dove già sa che arriverà in ritardo.

I due innamorati si sono messi in viaggio sull'Ambassador amaranto dello swami, che percorsi gli sterrati di campagna tra cigolii e sobbalzi si è finalmente immessa sulla SH173 (State Highway 173) in direzione di Sultanpur, verso nord. Lo swami guida al modo dei peggiori indiani, a sinistra ovviamente, e spericolato. Sorpassa un autobus che sta sorpassando un carretto stracolmo si sacchi di patate, trainato da due vacche bianche con le corna a mezzaluna immense; suona il clacson mentre sorpassa, lo suona mentre si avvicina alla gente che cammina a bordo strada o a un toro sdraiato al centro della carreggiata, che va scartata da destra o da sinistra; suona il clacson quando sorpassa un'altra Ambassador mentre un autobus sorpassa un altro autobus in direzione opposta, e ognuno rientra in corsia nello sfiorarsi degli specchietti retrovisori. Jyoti sul sedile posteriore è assorta nei suoi pensieri, canticchia sottovoce, si mette le mani in bocca, guarda fuori. Il ragazzo è come attonito, e non credo a questo punto valga la pena indagare più di tanto le reazioni e i motivi di questo personaggio un po' incerto, avventato e come colto di sorpresa dall'incedere degli eventi che ha iniziato, rivoltoso, in cerca di giustizia nella mente (della sua idea di giustizia) eppure pavido nella concrezione dei fatti.

Lo swami è tanto assorto nella guida da non badare ai suoi passeggeri fino a Mehkar. Da serafico che era parso durante la colazione, si era stravolto in un calmissimo pazzo appena preso il volante, tra i sorpassi furibondi ed le intemperanze di tromba. Poi finalmente dopo Mehkar il traffico si dirada, la tencia guidaiola gli si allenta.
"Amico mio" dice allora lo swami, "ti sei preso una donna coi fiocchi!". Guarda il ragazzo, gli sorride, ma lo guarda troppo a lungo per uno che sta guidando.
"Guarda la strada, per favore, swami" dice il ragazzo, "abbiamo già rischiato abbastanza con quei sorpassi micidiali".
Lo swami ride sonoramente. "Amico mio, in India si guida così" risponde. "E poi la Dea ci protegge. Jay Ma!".
"Jay Ma, Jay Ma, ma che roba è 'sto verso che fai, un amuleto?" – Uh! Forse il ragazzo si sta risvegliando.
"Un amuleto?" chiede perplesso lo swami.
"Cosa lo dici a fare di continuo, è apotropaico?".
"Apotropaico?".
"Vabbè, non importa... Tu comunque sta' attento a come guidi, per favore".
"Sono attentissimo". Poi dopo un attimo, di nuovo: "Bella la Jyoti, eh?".
"Ma tu che sei sulla via della santità, non dovresti essere anche un brahmacharya?" fa il ragazzo con un po' di astio.
"Oh, io sono un brahmacharya, amico mio, ma tu no. Dicevo che è bella per te. Non so perché sei tanto nervoso".
"Lunga storia, swami... Sono venuto qui a cercare una persona e mi ritrovo in una fuga d'amore con un'altra. D'amore, poi".
"Perché non la ami? Lei ti ama".
"È un destino che mi perseguita... O forse sono io che mi perseguito sempre con lo stesso destino".
"Karma is karma, my friend".
"E tu? Perché fai lo swami?".
"Sono stato chiamato".
"Da chi?".
"Dalla Dea. Jay Ma!”. (sorride) “Quando avevo tredici anni la Dea mi è apparsa di notte e mi ha ordinato di seguirla. Mi ha portato in un palazzo pieno di ricchezze, di cose da mangiare senza fine, c'erano tanti dolci... e mi ha detto di soddisfarmi, di prendere quello che volevo. Io invece ho risposto, così senza pensarci, che avrei preso solo quello che avrebbe fatto piacere a lei e nient'altro, che solo così mi sarei soddisfatto. Così lei mi ha detto: tu sei mio figlio, e mi ha riempito un piatto di rasgulla, dharwad pedha, jaangiri, gulab jamun, unni appam e lo abbiamo mangiato insieme, io mangiavo e lei che mi guardava. Poi ha lasciato che l'abbracciassi e mi ha detto che da quel momento ero consacrato a lei. Così la mattina quando l'ho raccontato ai miei genitori, mi hanno creduto, poi mi hanno accompagnato dal mio maestro".
"E chi è il tuo maestro?".
"Questo non te lo posso dire, amico mio, mi dispiace".
“Perché?”.
“È un segreto. Se rivelo il suo nome perdo i miei poteri”.
“Hai molti poteri?”.
“Qualcuno”.
“Tipo?”.
“Non ne faccio un vanto. Sono i doni che la Dea mi ha fatto”.
"Ma il tuo maestro sta vicino a Lonar?".
"A Lonar? No... Di solito vive giù al sud. Anche a volte c'è passato da Lonar durante i suoi pellegrinaggi, e così lo conoscevano i miei".
"E adesso hai finito di studiare?".
"Di studiare non si finisce mai. Ma adesso ho il permesso di vivere con i miei".
“Me lo chiedevo infatti, come mai vivi con i tuoi”.
“Vivo con loro per santificarli e perché mi è stato detto di farlo. Due volte alla settimana insegno i Tantra a chi mi viene a trovare dai villaggi”.
"Prima invece dove stavi?".
"Prima con il mio maestro, in qualche ashram o nella foresta".
"Nella foresta?".
"Sì, la nostra via è la via della foresta".
"Che vuol dire la via della foresta?".
"Guarda, c'è un dhaba. Fermiamoci a prendere un tè, sgranchiamoci le gambe".

Solo nel primo pomeriggio lo swami e i due passeggeri raggiungono Achalpur. Jyoti è molto tranquilla, trasognata quasi. La persona che li accoglie è un omone corpulento con dei baffi neri e enormi da asura e la testa pelata. Poco rassicurante a vedersi, eppure affabilissimo.

mercoledì 17 agosto 2011

Dallo swami

Poco più tardi, Anand la indica ancora ansimante, ecco infatti una casa. Non le solite capanne di paglia e di fango viste finora durante la corsa, ma una bella casa su due piani all'ombra di alberi alti, isolata nella campagna, e una strada sterrata che dalla casa si allontana, una Ambassador color porpora parcheggiata sotto una tettoia di legno e metallo, animali nell'aia, galline, due capre, poco più in là delle vacche in un recinto. Il ragazzo pensa che lo swami non se la passa male, forse è un proprietario terriero, forse di quelli che rubano le terra ai contadini con dei trucchi legali e un po' di corruzione agli ufficiali e poi magari li schiavizzano con i prestiti a usura. Mannò, ci ripensa, quell'uomo sarà quasi un santo!

I tre attraversano il cortile, entrano da una porta in un peristilio - se si potesse dire peristilio l'ampio quadrato d'aria su cui si affacciano alcune stanze della casa, per certo non adorno di colonne. Subito li intercetta una donna, una domestica pensa il ragazzo, ma invece è la madre dello swami. Una donna serena, robusta, composta, che scambia alcune frasi con Anand e li fa attendere. Anand e il ragazzo si tolgono le scarpe prima di essere ammessi all'interno. Di seguito infatti viene il padre: li invita a una tavola apparecchiata dove aspettano che il figlio scenda per colazione. Lo swami, si capisce a questo punto, è il figlio, quindi sarà un ragazzo, i genitori non raggiungono i cinquanta. 
Presto ecco il giovane swami che compare dal piano superiore. Scende i gradini che portano di sopra, alle stanze da letto, si mostra avvolto dai lunghi capelli neri e vaporosi, sciolti sulle spalle come una corte di rami di salice. Indossa un dhoti rosso cupo, rosso intenso, e una camicia dello stesso colore. Sorride, è estremamente affabile.

Jyoti gli corre incontro e si inginocchia, letteralmente si prostra, si bacia le dita delle mani, con queste gli tocca i piedi tre volte. Poi tira fuori dal suo sacchetto un involto e glielo mette nella mano destra. Lo swami con noncuranza lo prende e lo infila in un cofanetto di legno, posato su un tavolino lì al suo fianco. Anche Anand compie lo stesso rituale del bacio dei piedi, mentre il ragazzo resta rigido di fianco al tavolo da pranzo. Colmo di hybris sociale aspetta che lo sfoggio di sottomissione abbia esito. Lo però swami non si scompone, sorride e si avvicina al ragazzo, gli fa il namasté, ricambiato, poi gli porge la mano. Si stringono la mano, si accomodano tutti intorno al tavolo, femmine e maschi insieme, i più giovani insieme ai più vecchi, e dopo una breve cantilena che il ragazzo interpreta come preghiera mangiano quanto è già stato apparecchiato.

Lo swami parla un ottimo inglese. Sa già il motivo della loro visita, dice al ragazzo, non gli servono altre spiegazioni. Il ragazzo un po' confuso un po' alienato domanda come lo sappia, visto che lui stesso, dice, non ne è al corrente. Ma lo swami, prima si pulisce la bocca, sorride con compiacimento, risponde: "La Dea mi informa di tutto. Jay Ma!". Il ragazzo non risponde, colto da riverenza religiosa acuta abbassa lo sguardo, si imbocca. Non si dà conto che lo swami lo sfotte, che è stata Jyoti con l'involto a pagare la loro fuga da Lonar. Lo strano e il diverso lo ottundono, è trasognato, è già fuori controllo. Lui che pensava di aver deciso tutto... Solo dopo colazione e dopo tre tè sembra riaversi, quando lo swami dice che è ora di andare e li accompagna fuori, li invita a entrare nell'auto. 
"Dove andiamo?" domanda il ragazzo.
"Vi porto lontano, al sicuro. Ho un amico fidato ad Achalpur, a qualche ora di macchina da qui, cinque o sei ore più o meno. Da lui sarete al sicuro. Commercia la palmarosa, è una brava persona. Io mi assento spesso, nessuno sospetterà di me. Anand invece adesso corre a scuola..." e rivolgendosi all'attore in erba: "Grazie! Sei coraggioso, avrai successo! Jay Ma!". Anand arrossisce, si gongola nel complimento. Intanto lo swami ha già spinto Jyoti nel sedile posteriore e aspetta un po' impaziente che il ragazzo si decida a salire. Sembra pensieroso il ragazzo, quasi indeciso dopo essersi già tanto compromesso. Poi: "Davanti o dietro?" domanda.
"Davanti, davanti" risponde lo swami in fretta, "lascia la donna dietro. Faremo una scorciatoia, siamo già fuori dal paese, non ci vedrà nessuno".

giovedì 11 agosto 2011

Anand il pronubo

Jyoti e il ragazzo sono ancora addormentati nell'abbraccio che li ha consolati dopo il passaggio tenebroso del leone. Che li ha uniti di più e quasi distratti da quel loro gesto, una fuga d'amore ammutolita, pericolosa e ingiustificabile. L'alba che inizia a illuminarli ha dita grigie, e non rosa, per colpa delle nuvole che non si sciolgono, ma dita minacciose di tempesta. Il tempio li ha riparati dalle piogge intermittenti, l'afa anche presto di mattina è già pesante.

I risvegli sono sempre temprani in India, in città, anche nelle campagne, la vita è ancora regolata dai cicli naturali del sole e della luna, della stagione secca e da quella umida. I campi e le colline intorno al tempio si popolano dei contadini più mattinieri, delle prime bestie al pascolo, dei lavori della terra con le mani e l'aratro a versoio e i buoi rassegnati a testa bassa, immutati ancora da millenni. Lavori logoranti, sporchi. Immersi ogni giorno nell'acqua insalubre delle risaie, esposti ai morsi dei serpi; intente a raccogliere lo sterco delle vacche per farne formelle da essiccare e rivendere, per l'uso domestico al posto della legna costosa; nutrirsi di lenticchie, di riso, cavolfiore e di patate; subire le piaghe della fatica, non conoscere il significato del sintagma "mobilità sociale" ma essere integrati in un sistema spietato di premi e punizioni, di vite precedenti e moralismi.

È qui che insieme alle mani bagnate dell'aurora arriva Anand, più serio del solito, ansante. È entrato nel tempio come uno sbuffo di vento, si è inginocchiato a svegliare Jyoti, ha parlato con lei in marathi concitato e lei gli ha risposto in monosillabi, con indifferenza assonnata. È la prima volta che il ragazzo la sente parlare, per quanto in frammenti e senza che capisca. La sua dialettica gli pare primitiva ma non sa davvero giudicarla, per questo si rivolge ad Anand chiedendo spiegazioni. Della sua presenza lì, dei suoi intenti.
"Questo è uno dei posti preferiti di Jyoti" si spiega Anand, "ci siamo venuti insieme tante volte. Per questo ho pensato che eravate qui. Ma dovete scappare! Per voi è troppo pericolo adesso. I fratelli di Jyoti vi stanno cercando con i bastoni in mano, e anche la polizia".
"Sanno che siamo insieme?" ha domandato il ragazzo.
"Lo pensano perché hanno trovato la tua borsa, l'hanno riconosciuta all'albergo. E si sono ricordati delle vostre moine...".
"Delle nostre moine?".
"Sì, alla fontana e davanti al bar".
"Allora è pericoloso stare qui, dobbiamo andarcene... dove?".
"Dovete scappare, sì".
Intanto Anand ha dato a Jyoti un sacchetto di stoffa che lei ha aperto e curiosato all'interno, e ci sono alcuni contenitori di metallo con del cibo, un cambio, altri oggetti che il ragazzo ha intravisto senza riconoscerli.
"Vi accompagno da uno swami che vi può aiutare" dice Anand. "È un nostro amico, vi aiuterà. Ha un'automobile, può portarvi lontano. Siamo già d'accordo..." e le sue ultime parole Anand quasi se le rimangia nel dirle, poi subito riprende il discorso con più enfasi: "È una brava persona, ha una macchina, vi può aiutare. Dobbiamo fare in fretta però". E così dicendo si alza in piedi e aiuta Jyoti ad alzarsi. Jyoti non è confusa, ha già sistemato le sue poche cose, è in piedi. Più confuso invece è il ragazzo, ma la minaccia della giustizia tribale e del linciaggio lo motivano a non perdere tempo in domande, ringrazia Anand di averli informati, lo sollecita a condurli dallo swami.

Appena fuori dal tempio il ragazzo si accorge di non avervi visto statue né immagini a rappresentare qualcuna delle solite divinità, sia in modo iconico o aniconico. Si volta a guardare un'ultima volta il luogo in cui ha trascorso la prima notte della sua avventura d'amore con la pazza di Lonar - "e certamente" si sente dire a se stesso, "più di lei qui sei tu il vero pazzo" - e sullo stipite intravede, consumata, la traccia incisa di un unico triangolo rivolto verso il basso. E al centro del triangolo un punto.

Quindi si mettono a correre. Passano così correndo altre colline, tenendosi lontani dai campi e dagli occhi curiosi dei contadini che forse li conoscono anche. Anand indossa scarpe da ginnastica bianche screpolate, il ragazzo i suoi sandali vecchi e Jyoti è a piedi nudi. Non si cura della polvere umida che le si attacca alle piante, che si infila tra le dita dei suoi piedi forti e le sporca i piccoli anelli stretti ai mignoli, le cavigliere impastate non più tintinnanti. Corre Jyoti insieme a Anand e al ragazzo e sorride. Sembra felice, senz'altro contenta. Forse per la libertà ritrovata nel pretesto fuggiasco, forse invece per l'ebrezza della disobbedienza.

Anand è il primo a stancarsi nella corsa, non è abituato agli sforzi fisici, è grassoccio, un po' molle. Respira con fatica e interrompe la corsa, cerca di mantenere un passo sostenuto. Dice: "Quasi... siamo arrivati... tra poco... C'è qui... dietro la collina... È meglio che non parlo...".

domenica 7 agosto 2011

Il viatico

Sciogliersi dall'abbraccio è tutt'uno con l'inizio di una nuova fuga. Fuga nella fuga che d'improvviso si fa reale, urgenza, si fa sopravvivenza. È un movimento solo: alzarsi in piedi, prendersi per mano, uscire dal tempio.

Jyoti conduce il ragazzo, gli stringe la mano e in silenzio, nel silenzio fangoso della notte rurale, lo porta per una via a lei nota. Insieme, camminano. Lei ha indosso solo i suoi vestiti. Lui ha anche con sé uno zainetto e dentro i soldi, i documenti (passaporto, carta di credito, biglietti), il telefono, qualche biscotto, un po' d'acqua. Mille euro circa in traveler's cheques e contanti; la scheda carica del numero indiano, quelle italiana e greca semivuote in una tasca del portafoglio. Il resto lo ha lasciato alla stazione degli autobus dopo il check-out e dopo avere finto di partire. Ha salutato lo staff dell'albergo, tutti amici oramai dopo un mese di alloggio, ha pagato, lasciato qualche mancia. Sarebbe andato in Rajastan, ha detto, a Jaipur, la città rosa, a visitare il Rajastan, è il primo posto che gli è venuto in mente. Poi ha fatto chiamare un risciò che lo portasse all'autostazione. E all'imbrunire, quando è arrivato l'autobus per Ahmedabad via Aurangabad e Surat, è andato in bagno, ha messo dei vestiti diversi, nonostante il caldo si è avvolto uno scialle alla testa per dissimularsi - sembrava uno scialle portato stranamente, per farsi riparare dalla pioggia - e si diretto all'incontro romantico.

Sciogliersi dall'abbraccio è un movimento unico e alzarsi in piedi, prendersi per mano e uscire dal tempio. Jyoti e il ragazzo camminano nello scalpiccio dei loro passi, lei senza scarpe, lui con dei sandali sciupati, varcano alcune collinette, costeggiano dei campi - tutto intorno è solo campi coperti dalla notte. Il gracchiare delle rane e dolorose punture di zanzare. Jyoti cammina sicura per i viottoli, passa alcune callaie, dall'odore di stallatico rasentano qualche capanna nascosta dal silenzio. Mentre il ragazzo è cieco, deve affidarsi senza remissione alla compagna. Poi finalmente da uno spacco tra le nuvole passano i raggi del primo quarto di luna, si rivedono i profili delle cose, si distingue lo sconfinato dei campi. E finalmente tra alcuni alberi alti si riconosce un tempietto abbandonato. Intorno nessun segnale umano. Avranno camminato per mezz'ora, poi entrano.

Nel nuovo rifugio Jyoti e il ragazzo si sdraiano su una stuoia stesa a terra, apposta preparata. Si abbracciano di nuovo, si strofinano, ma Jyoti è lenta e calma e non si infiamma. Il ragazzo è abituato altrimenti ma la accoglie, risponde alla donna senza fretta, comunque già saziato dalle emozioni del progetto esotico. Si accarezzano nel respiro bagnato della notte fino quasi a dormire. Fin quasi a addormentarsi.
          - Ma poi Jyoti d'improvviso si irrigidisce. Il ragazzo perciò si allerta. Trattengono il respiro insieme, immobili. Prima lui pensa sia uno scherzo, ma la pelle della donna si è raffreddata, suda. Non se ne accorge, una mano di lei è sulla sua bocca a serrarla, spinge le labbra contro i denti e le schiaccia. Di fuori dal tempietto passi cauti dal ritmo animale. La porta è aperta, non c'è alcuna porta. Jyoti è paralizzata, vibra di tensione, è di ghiaccio. Il ragazzo non capisce, cerca piano di alzarsi. Lei non si muove più. Poi un odore di bagnato e selvatico invade la stanzetta del tempio, un corpo enorme a quattro zampe si ferma a un passo dalla soglia. Annusa. Muove la testa enorme in cerca degli odori dello spazio. Non entra. Resta parato con una zampa sulla soglia. Poi un suono cupo di petto, rauco, come un singhiozzo, intermittente. Poi è un ruggito sommesso che riempie l'aria del marcio di fauci selvagge. Jyoti e il ragazzo sono pietre, anche il ragazzo suda sali di orrore. Il leone li annusa di nuovo, sembra volerli riconoscere, fare una scelta.
Rimane ancora per un poco sulla soglia, senza emettere un soffio.
E poi in un ruggito si disperde.

venerdì 5 agosto 2011

L'arrivo

[È che siamo impantanati nelle tradizioni. Che ci formano e che ci conformano, e non ce ne siamo neanche accorti. 
Sono questioni di linguaggio, pensa il ragazzo. 
È che non ci sono ancora le parole, non esistono le espressioni giuste e condivise per capirsi. 
Se dico "matrimonio", se dico "stare insieme", così non riesco a dire del nuovo sentire che mi rappresenta, che rappresento in modo ancora implicito, immaturo. Le parole sono arretrate, significano altro. E io non riesco a spiegarmi.
Se poi dico "amore" o "innamorarsi"... non so nemmeno di cosa sto parlando... di accoppiamento, procreazione, mutua assistenza...
Se dico "padre" e "madre", non ci sono le asimmetrie del desiderio che vivo: di un padre e di due madri come avrei fatto la mia famiglia di recente, a esserne capace, a avere avuto le parole giuste per chiederlo senza sfasciare tutto - ma di due padri e di una madre anche, se viene; o di un bambino con i genitori dello stesso sesso, non biologici entrambi ma sociali - potrei chiamarli due padri o due madri, ma l'una madre e padre (femmina) l'altra? Ma l'uno padre e l'altro (maschio) madre? Biologia e società divergono - si evolvono, per i cantori dell'evoluzione - e mancano le parole. Quelle poche che abbiamo sono stantie, ormai insufficienti. Così non ci capiamo, ci scontriamo. Certo, a volte cambiamo... forse però ci confondiamo...

Ma, pensa il ragazzo, a condividere soltanto gesti, azioni, messaggi brevi essenziali, grafici magari; ma a condividere soltanto sensazioni e desideri, sì e no, senza contrattazioni e mercantaggi, senza compromettersi in compromessi, senza che qualcuno marchi per un altro la correttezza e lo sbaglio morale, bigotto...]

Quando lei arriva il ragazzo è in un'oscurità di riflessioni e sentimenti da anticamera, non sa quanto è il tempo trascorso. Quello interiore annoso, quello degli astri in moto relativo non quantificabile. Lei si chiama Jyoti. Nata e cresciuta in un piccolo paese del Maharashtra, Lonar, in India.
La sua sagoma non si distingue contro il sipario della notte se non per cenni e oscurità di linee, nere lei e la notte entrambe. È il profumo che la separa dal resto dell'ambiente, un'aroma che il ragazzo non conosce, dolce, intenso. Un aroma forzato su quel corpo umiliato, picchiato. Ma Jyoti è tranquilla, il suo arrivo leggero. Vanifica il tempo dell'attesa impensierita del ragazzo. In silenzio. Jyoti entra nel tempio, si accuccia sui talloni davanti al ragazzo. E restano così a sentirsi respirare, senza ansie, ritrovati, finalmente.

È poi con un gesto prudente del braccio destro che il ragazzo cerca il primo contatto. Non timoroso, cauto. Lento nella speranza di quel momento. Con il dorso delle dita accarezza il braccio sinistro di Jyoti fino alla spalla, coperta da una maglietta a mezze maniche aderente; con la punta delle dita sfiora il suo orecchino e poi il suo orecchio, che è freddo, bagnati o unti i capelli, segue la linea della mandibola fino al mento, con una piccola fossetta al centro. In punta di mano accarezza le labbra di Jyoti che sono morbide e cremose. Non più secche, strappate. Si schiudono le sue labbra a emettere un verso breve, languido, di gola. La sua bocca è profumata di mukhwas. Le sue labbra si schiudono, l'umidità della sua bocca è calda, è pesante, più calda e più pesante del monsone. Il ragazzo avvicina le dita ai suoi denti, ma lei si tira indietro, non vuole. Non vuole parti esterne dentro. E invece ricambia il suo tocco, cerca chi è, lo respira, le sue mani sono ruvide di terra e di rughe. Ruvide intorno agli occhi del ragazzo, sul suo collo. E ruvide quando gli prendono le mani e le stringono, con una violenza strana in un corpo tanto sottile e snello. A lungo.
Poi Jyoti si siede sul ragazzo, avvolge le gambe alla sua schiena, lo abbraccia con delicatezza, con forza. Il ragazzo è già eccitato, la abbraccia, il viso appoggiato tra la clavicola e il collo di lei, respira l'odore della sua pelle, diverso, inedito, diverso. Si spinge contro il bacino di lei, ma lei non vuole, si inarca.

Niente cose dicibili da dire, niente progetti. Ogni cosa si interrompe in un abbraccio che li intreccia e che nel buio della notte li confonde. Stretti. Brevi carezze. Il respiro di lui sul suo petto, il respiro di lei tra i suoi capelli. Stranieri, muti, diversi. Uniti senza nessuna confidenza.

martedì 2 agosto 2011

L'attesa

L'odore della vernice è pungente. 
Nel tempietto di Hanuman davanti al lago Ambar ormai c'è poca luce. Per il tramonto e le nuvole del monsone a chiudere il cielo. I colori diluiti in un impasto azzurrigno uniforme, liscio.
Il ragazzo ha visto le bufale uscire dall'acqua poco prima che il buio cominciasse a spargersi. Con indolenza si sono avvicinate alla casa che c'è di fianco al tempio senza che nessuno le accogliesse, si curasse di metterle allo stabbio. Bestie non domestiche. 

Un bufalino e la madre si sono accostati al tempio più del resto della piccola mandria. Il ragazzo si è accostato a loro ma forse troppo in fretta, magari minaccioso nell'oscurità, con il suo odore umano. Il bufalino sgomento ha muggito acuto, è andato a ripararsi contro il fianco rigonfio della madre. La madre ha soffiato dal naso in modo poco amichevole, difensivo. Animale quieto ma enorme, tonnellata di ossa e di carne. Il ragazzo si è ritratto. Poi si è commosso davanti a quel gesto tanto prevedibile, quasi così universale da essere scontato, invisibile. Una vampa lo ha emozionato dal petto alla gola, fino a spingergli poche lacrime fuori dagli occhi. Li ha guardati immobilizzati fianco a fianco, protettrice e protetto, corpi da poco distinti, qualche mese soltanto. Due corpi vivi, simili, grande e piccolo, debole e forte, due musi con il naso umido, gli orecchi frementi a cacciare le mosche. Il ragazzo si è allontanato con lentezza e poi è entrato nel tempio.

Piove. Ha piovuto. Ogni giorno piove, per la soddisfazione dei bufali d'acqua che trascorrono le loro giornate nel fango, sotto i rovesci di pioggia, dentro le pozze. 
Anche il ragazzo ha i vestiti bagnati e ormai non ci fa caso. C'è sempre così tanta umidità che i vestiti asciutti sono già bagnati appena messi. Quindi il ragazzo è entrato nel tempio. E nel tempio l'odore di vernice è acre, per quanto siano aperte come sempre la porta e la finestrella nel muro. 

Nel silenzio del crepuscolo rurale il ragazzo è in ansia. Per la notte che ha richiuso la sua bocca sulle cose e tutto intorno è più ignoto del previsto; per un'attesa su cui si sono accumulati strati di aspettative, novità, pretese - desideri intimi, rivendicazioni di libertà individuali aggiogate ai vizi delle comunità. Si siede per terra accanto all'idolo amorfo, incrocia le gambe e aspetta. Fuma una sigaretta. Aspetta... E mentre l'oggetto della sua attesa è in ritardo, strato su strato si sfaldano le aspettative, le novità e le pretese nelle immagini di due donne lontane, gravide, i loro volti sorridenti e tristi, le loro pance tese intorno alla rigenerazione della specie, i loro genitali umidi di desiderio, poi grondanti di maternità; si sfaldano nelle prove e nei fallimenti, nei tentativi di mettere insieme in in unico progetto familiare tre volontà diversamente abituate, convinte di un sentire ereditato che discrimina l'errato dal corretto e anche dentro casa - quando poi le case hanno pareti trasparenti e dal di fuori si dispongono gli interni; si sfaldano nel ricordo di un'amica da tempo perduta, delle velleità letterarie (ora più che mai vanesie) un tempo condivise, di una pletora di volti già noti che in maniera casuale appaiono davanti agli occhi del ragazzo come fantasmi errabondi su uno specchio. 

Forse teme il ragazzo le conseguenze di ciò a cui ha dato inizio. Questo volersi confrontare a mani nude, come un pazzo, con i millenni dei costumi dei villaggi. In India, poi... con i millenni delle angarie del karma nelle caste, delle malversazioni di servizio, delle oppressioni di genere esasperate fino al sacrificio delle donne vive sulle pire funerarie dei mariti morti. 
Finisce la sigaretta. Aspetta.