domenica 24 luglio 2011

L'addio

Stamattina ho trovato Anand che mi aspettava di fuori dall'albergo. Sul momento ho creduto avesse qualcosa da aggiungere al discorso di ieri sera, magari aveva scoperto che Arnold alla fine non si divorziava o che l'illegittimo causa dei suoi guai domestici aveva ritrattato, fatto un test del DNA che scagionava il fedifrago. Nonostante le evidenti somiglianze fisiche tra il padre e il figlio. Invece era venuto a dirmi che Olivier mi aspettava alla fontana.
"Ma ieri sera veramente non mi ha detto niente...".
"Forse non lo sapeva". L'atteggiamento di Anand è un po' elusivo, incerti i suoi gesti.
"Ma sei sicuro" gli chiedo. "Non è che sei ancora offeso per ieri sera?".
"Non mi sono offeso" risponde. "Comunque io te l'ho detto, se vuoi andarci. Se no... io comunque l'ho detto".
Un Anand inedito e sospetto quello di stamattina, frettoloso, con gli occhi sempre in movimento e in allontanamento dal mio sguardo. Non riesce a darmi un motivo per quella convocazione intermediata, quasi misteriosa, alla fontana. Così con calma ho fatto colazione e poi mi sono incamminato. Anand recata l'ambasciata se ne era andato per i fatti suoi.

Fontana di Lonar, fotografia online.
Alla fontana niente tracce di Olivier. Mi guardo intorno, lo cerco un po', poi mi rassegno al dispetto di Anand, anche se non capisco che dispetto sia mandarmi alla fontana inutilmente. Forse soltanto il gesto, solo per una piccola vendetta. Mi siedo su un gradino e guardo i pochi convenuti che si lavano, certi bambini che giocano con l'acqua, due donne che hanno steso i sari ad asciugare prima che ripiova. Penso ancora per un po' ad Anand e al trabocchetto Olivier, poi il pensiero mi annoia e non ci penso più. C'è un vecchio che si lava i denti, due bambini che si saltano addosso. C'è qualcun altro come me che se ne sta seduto a guardare quello che fanno gli altri, senza di suo metterci nulla, solo a passare il tempo. C'è molta contemplazione in giro, gente che si ferma e guarda per il gusto schietto di guardare. Forse si ferma e riflette. Dico forse perché anche le vacche a volte si parano in mezzo alla strada per dei quarti d'ora senza muovere un passo, ruminano, fremono le orecchie, s'incantano a qualcosa che le ha attratte. Senza con ciò insinuare analogie tra gli esseri umani e le vacche, ma la stessa stranezza del pensare, come sembra.

E poi mi sento osservato, guardato, da sinistra, dal lato della strada.

Sul più alto dei gradini della fontana c'è Jyoti e non sembra più neanche Jyoti. Si è pettinata, ha messo l'olio sui capelli, raccolti a sinistra da un grosso fiore rosso, si è vestita con un sari semplice e pulito, bianco, ha indossato bracciali, cavigliere, anelli. Sorride, bellissima. Rimane ferma su quell'ultimo gradino ed è bellissima quasi confusa al biancore del cielo, il viso e le braccia scure, i bracciali d'argento, le labbra ripassate di minio. La guardo e lo so che è lì per me.
Davanti a me alla fontana del villaggio Jyoti si offre senza alcuna vaghezza, senza paura, verecondia, con la sola mediazione dei suoi vestiti nuovi, davanti al paese intero.
Mi paralizza il divario insidioso tra lei e me e loro.
Scende lei dai gradini, io vile, paralizzato, non mi muovo. I pochi presenti la guardano in silenzio, anche i bambini fermi. Jyoti scende le scale e si avvicina, poi non fa niente, si ferma a un passo davanti me e mi guarda, sorride, non fa niente, forse aspetta un mio gesto che non viene, che non riesce a mostrarsi, troppo grandi il divario e l'insidia tra noi e quella gente intorno. E restiamo così a guardarci.

È il vecchio che si lavava i denti a intervenire con rudezza. Prende Jyoti per un polso e la strattona. Tirata dal braccio lei si sposta, si allontana, mentre il suo viso è immobile, mi guarda, sorridente. Nessuno fa niente, dice niente. Il vecchio la strappa di nuovo, la tira per i capelli per distoglierla da sguardi e sorrisi. Io impietrito,  inabile, sgomento. Gli altri inerti, non difendono Jyoti, non sostengono il vecchio, lasciano che la scena accada. Lasciamo che sia così.

Il vecchio tira via Jyoti, la riporta indietro, la prende a schiaffi. Schiaffi forti che le girano la faccia. Ma lei è concentrata su di me come un falco in uno stormo di uccelli, non si distrae, non c'è dolore, umiliazione, incertezza. L'impulso fortissimo a difenderla si inibisce nel timore che il dramma precipiti in tragedia, in fatto irrevocabile, di sangue, insanabile. Gente che in un momento come questo non capisco gli scopi e le intenzioni. E lascio che il vecchio beccaio la trascini, la picchi, insulti la sua bellezza incorrotta, la determinazione passionaria dei suoi desideri.

Non appena i due sono scomparsi dal palcoscenico della fontana, mi alzo e mi allontano in fretta in direzione opposta al villaggio, verso il lago Ambar e il tempietto di Hanuman dormiente. Gli altri riprendono a lavarsi. Vorrei raggiungere Jyoti ma rimango prudente, il vecchio, penso, sarà ancora guardiano del possedimento comune del villaggio, saranno anche arrivati i suoi fratelli, e mi allontano. La vedo che mi vede. Poi mi nascondo dietro a un albero, aspetto. Dopo minuti, quindici, venti, non senza apprensione riprendo la strada di Lonar. Non so cosa mi aspetta, se qualcosa o qualcuno mi aspetti. Passo di fianco alla fontana ed è come sempre. Nessuno si disturba al mio passaggio, come sempre. Poi pochi passi dopo c'è Jyoti seduta per terra, i suoi vestiti puliti già infangati, i capelli di nuovo scomposti. Come la vuole il villaggio. La vedo, le ordino di non spostarsi con un gesto del braccio, di non avvicinarsi. Lei mi osserva. Ho raccolto un bastone da per terra e ho disegnato sulla polvere impastata di umido: un tramonto, una luna, un sole nascente, un tramonto; poi un essere antropomorfo con il muso di scimmia; due collinette e in mezzo uno stagno, di fianco allo stagno la testa di una bufala. Poi mi sono allontanato, per andarmene. Jyoti si è subito avvicinata ai graffiti, li ha letti, mi ha guardato. È esplosa in una risata fortissima e volgare, che non mi disturbava. Era solo una risata di vendetta. Con il piede sinistro si è affrettata a cancellare il mio messaggio, le cavigliere tintinnanti violente. Tutto intorno era vuoto e silenzioso, nessuno che ha visto.


Post Scriptum
Ho ritardato di un giorno la pubblicazione di questo episodio perché ho dovuto pensarci. Pensare, elaborare come dirlo. C'è una cesura nel viaggio e nel racconto. Da stasera.

sabato 23 luglio 2011

Lonar

Hanuman del tempietto, fotografia online.
Tornavo dal lago Ambar verso sera, uno dei due laghetti minori scavati dalle schegge del meteorite quei 50.000 anni fa. Appena dopo il tramonto. Di fianco al laghetto c'è un piccolo tempio, di fianco al tempio una casa. In giro nessuno, ma il tempio era aperto. Rimane sempre aperto, aveva detto il professore, e la statua di Hanuman che contiene è un pezzo del meteorite, dipinto di arancione, vernice, come facciamo spesso, interpretato dal fervore popolare come la manifestazione naturale di un certo episodio del Ramayana, quando il dio-in-forma-di-scimmia ferito si addormenta.

C'ero andato nel tardo pomeriggio, dopo che aveva smesso di piovere, e ho trovato questo laghetto, e il tempio con il suo dio di vernice, e di fronte una piccola mandria di bufale immerse nell'acqua bassa, ferme che anche loro sembravano di statua, a parte per le vibrazioni delle orecchie. E un grande silenzio. E le colline che dietro al laghetto si perdevano nel territorio fino a diventare il cielo. Una pastorale di grande pace, una tranquillità profondissima che mi ha affascinato, stordito, incantato mentre il sole scendeva e tutto intorno si faceva più scuro. Anche nel tempio, l'unica candelina accesa non illuminava nulla e con lo svaporare della luce rimaneva solo l'odore del colore. Fino a che la preoccupazione della strada al ritorno non ha preso il sopravvento sull'idillio, fino a strapparmi e con grande fatica dal riposo di quell'Hanuman pietra-celeste.

Il paese, rientrato, era come sempre di sera molto al buio. Pochissime le luci e molto fioche. Mi strascicavo un po', quasi stanco e inebetito dalla troppa quiete al lago Ambar. Mi avvicinavo al ristorante per la cena, pensando di non avere ancora fame, che avrei bevuto un tè prima di cena, dato un'occhiata alle email sul cellulare, anzi di quelle non ne avevo proprio voglia. Avrei bevuto il tè, forse avrei preso qualche appunto sulla carta, guardato la tv del locale sempre accesa senza al solito capire una parola. Poi da un vicolo a lato del ristorante ho visto sgattaiolare via una figura che mi è sembrata Jyoti. E dopo un attimo dal vicolo stesso è uscito fuori Anand con l'aria sconvolta e mi è venuto incontro. "Che ti è successo?" gli ho chiesto. Si è girato nella direzione della figura scomparsa, poi ha risposto: "Arnold si divorzia". Ho fatto: "Eh???". "Chi è Arnold? Cosa si divorzia?". Mi ha detto che l'aveva appena letto su un giornale e che era una notizia già vecchia, che gli era sfuggita. "In questo schifo di paese si sanno solo le cose inutili. Arnold è l'attore, Arnold Terminator". "Schwarzenegger divorzia?? È per questo che sei così agitato?" dico, e devo avere l'aspetto un po' indignato, strappato dalle mie beatitudini con del pettegolezzo da tabloid, tanto che Anand se ne risente e ribatte: "Che ne sai tu di Arnold...". "In effetti poco e neanche mi interessa poi tanto... Ma cos'è un tuo amico che lo chiami Arnold?". "Noi lo chiamiamo così" risponde Anand, sempre più offeso. "Tutti?" domando. E poi: "Ma almeno tu che sei un esperto di cinema lo potresti chiamare per cognome, o no?". "Invece non posso" dice. "E poi non insistere perché non te lo dico quel nome". Pago della vittoria fonologia, ridacchio davanti ad Anand per fargli capire che ho capito che non lo riesce a dire, poi lo invito a cena. Come sempre declina - sua madre, sua sorella - anche se stasera è più secco. Forse l'ha innervosito l'affare Arnold... Mi dice solo: "Dentro c'è anche Olivier. Buonanotte", e se ne va trotterellando nella notte.

giovedì 21 luglio 2011

Dimenticare

Oggi era il mio compleanno. È sempre stato un giorno strano questo 21 luglio, dapprima mitizzato per la storia dello sbarco americano sulla luna (abbiamo coinciso nel 1969), poi un po' disprezzato per il fatto che tutti i miei compagni di scuola facevano feste di compleanno durante l'anno e quando arrivava il mio turno invece erano tutti in vacanza. I piccoli traumi dell'infanzia. Con il tempo questa data ha preso a rattristarmi, ma forse solo per il fatto dell'età che incalza e allora è una cosa piuttosto banale.

Oggi Anand mi ha portato in visita al suo professore, quello famoso che conosce tutte le leggende del luogo e ha pure scritto un paio di libri. Ci ha accolti con onore e grande gentilezza, sua moglie ci ha preparato il tè e ci ha offerto anche dei dolcetti indiani che si chiamano ras gula, palline di formaggio imbevute di sciroppo di una dolcezza disgustosa. Mi sono sforzato di farmene piacere almeno un paio, le aveva preparate lei stessa e ci aveva proprio tenuto a dirlo. Il marito intanto aveva tirato giù pile di libri dalla sua biblioteca, quasi tutti in hindi o in marathi, i libri su cui aveva studiato i miti che aveva iniziato a raccontarmi, sequela di nomi di persone, di divinità, luoghi, caste, relazioni di cui dopo pochi minuti non ho più capito nulla. E già stordito dall'iperglicemia, sono entrato in una sorta di catatonia da affabulazione. Ci ha intrattenuti lo stesso per un paio d'ore, con un'infinità di parole e grandi sorrisi, e credo anche un po' di sadismo. Poi all'improvviso - all'improvviso come fa spesso questa gente quando si stufa o forse si stanca di sopportare la tua sopportazione, non so - ha rimesso a posto tutti i libri e ha detto: "Caro signore, ora le faccio vedere il pezzo più bello della mia collezione". Anand da sbracato che era su una poltroncina si è intesito, ho pensato che stesse per succedere qualcosa di importante. Il professore è uscito dalla stanza ed è tornato subito dopo con un quadretto non molto grande. C'era una bella cornice di legno colorata e molto vecchia, un vetro un po' graffiato e sotto il vetro una tela bianca, bianca o sbiancata con la calce, fatta eccezione per una bordatura sottile di geometrie policrome e astratte, di linee intrecciate. Ha detto: "Questo è un dipinto kashmiro del XVIII secolo, intitolato Dimenticare. Un dipinto aniconico, un'immagine assente. Non lo trova eccezionale?". E in effetti, per quanto possa sembrare una storiella detta per deridere, il quadro era davvero bello, molto attraente in quel suo biancore quasi assurdo. Ho solo risposto: "È molto bello". Ma il professore mi ha guardato un po' strano, spero non abbia creduto anche lui che lo stessi prendendo in giro, però del quadro non ha aggiunto altro e dopo poco ci ha cortesemente congedati.

Dimenticare. Un dipinto aniconico del XVIII secolo, un'immagine assente nel paese delle immagini esplose. Rappresentazione dell'illuminazione mistica? Ma tutto e solo bianco? Sembra una forzatura. Tra tutti questi colori e queste forme... non credo che trecento anni fa ce ne fossero meno... in mezzo a tutto questo frastuono di colori e di forme, nessun colore e nessuna forma. Quasi l'assenza di ogni cosa complicata. Nel giorno del mio compleanno. Forse dimenticare farebbe bene anche a me.

mercoledì 20 luglio 2011

Lonar

La ragazza secondo Anand si chiama Jyoti. L'ha scritto così il suo nome, su un foglietto di carta. Jyoti dovrebbe significare "fiamma" (Anand ha acceso l'accendino per mostrarmi il significato del nome) o piuttosto "luce" o "stella", a consultare il Dictionnaire sanskrit-français di Gérard Huet, a pagina 213 dell'edizione del 2011. Anand sostiene poi che Jyoti non sia pazza. "È solo una vedova" ha detto. "Suo marito era un soldato, è morto in Kashmir, e le vedove in India sono viste male... lo sai?! Dopo il funerale ha fatto finta di impazzire di dolore per non essere mandata via. Jyoti aveva due figli e la famiglia del marito glieli ha tolti. Le vedove di solito se ne vanno nelle case per le vedove, ma i pazzi ce li teniamo in casa... se non sono pericolosi... Ma lei non è pazza. Io lo so perché ogni tanto le parlo".

Jyoti allora è diversa. Diversa per stato di famiglia e per scelta. Una scelta coatta. Jyoti si lascia deridere, accetta di essere la scema del villaggio. Forse almeno così nessuno la tocca, forse gli sembrerà del tutto infetta. E in questa condizione si lascia andare, afferra le occasioni che passano per la strada mentre si rotola nella polvere, anche se è il caso di un turista distratto, anzi magari è meglio. Qualcuno di passaggio e che non sia legato al suo mondo, che può essere scusato se sbaglia. Lei prenderà gli schiaffi ma sembra che non le importa.

Jyoti per me allora è davvero diversa. Una donna dalla pelle scura che si esprimeva in una lingua sincopata di consonanti retroflesse e aspirate, ma che ora azzera le distanze dei linguaggi imitando i suoni delle bestie. O sono forse i suoni del suo sentire di reietta a somigliare a quelli delle bestie. Bestia eppure bella come la luna, gli occhi come colombe su ruscelli d'acqua, i denti bagnati nel latte.

A Jyoti ormai ci penso di continuo.
E ad Anand non ho fatto alcun discorso sulla fama.

domenica 17 luglio 2011

La fama

Non so se dirlo e non so come dirlo e non so neanche se sia giusto dirglielo. Dissuaderlo dalla ricerca della fama. Chiedergli se ha visto Mulholland Drive, se è arrivato fin là quel film tristissimo di David Lynch, quella storia di illusioni e sogni di successo infranti, di invidia e di rimorso fino all'omicidio e al suicidio. Metterlo in guardia... D'altra parte perché deprimerlo, perché avvelenarlo con il microbo del fallimento prima ancora che abbia mosso il suo primo passo verso le luci di Bollywood? Limitarmi a suggerire che la fama è comunque un'illusione... lo saprà già, lui che invoca la fama per vendetta... magari no, ma cosa andare a dirgli? Cosa dirgli a vedere che certe infezioni hanno raggiunto anche questi villaggi rurali dell'India, quando una professione sempre di malaffare (istrioni, ambubaie, guitti, giullari, commedianti) è diventata la più gloriosa di tutte nella società dello spettacolo? Dove ogni cosa sta nell'apparire, nel sembrare, nell'inganno del travestimento e delle immagini. Dirgli che dalle Bibliae pauperum alla televisione è stato tutto un percorso, forse lo capirebbe visto come anche loro sono attaccati al culto delle immagini e disegnano i loro dei e i loro santi a colori, con fantasiose ibridazioni animalesche, in meditazione sui monti innevati e nel verde delle profonde foreste, seduti sui loti, innamorati, infuriati. Ma che discorso sarebbe? E fatto a chi? Come non deprimerlo e insieme dissuaderlo dal credere all'illusione della fama, senza spaventarlo come davanti a una mostruosa manifestazione della māyā? Anche se Anand non sembra granché legato alle cose religiose. Fargli capire che ogni attore ha sognato [il verbo è "sognare"!] il successo e gli applausi come ogni scrittore prima o poi ha creduto di avere scritto un libro memorabile, un capolavoro? Forse devo parlargli di me stesso e di quanto una volta fossi attratto dalla poesia e nel contempo leggessi il Satyricon che si fa beffe di Eumolpo, il poeta scalzacane di turno, e di quel giorno in cui cercavo un appartamento in affitto e mi aprì la porta un tizio molliccio e sudaticcio, in mutandoni e canottiera bianchi, e che si presentò come "poeta". E di come quella visione di squallore mi si legò per sempre al nome di poeta, visionario o moralista, nonostante non debba essere così per forza, nonostante a volte i poeti riescano a guadagnarsi perfino un premio Nobel o a riscattarsi, ormai fantasmi, con la beffa della gloria postuma.

mercoledì 13 luglio 2011

Lonar

"Hari Puttar l'avete visto?" domanda Anand, con un mezzo sorrisetto di traverso. So che scherza di continuo, a volte però non capisco in che modo. Così gli rispondo con un'altra domanda: "Cos'è, la vostra versione di Harry Potter?". "Sììì!!!" esclama, scoppia a ridere senza contegno. Lo guardo interrogativo e allo stesso modo guardo anche Olivier. Ma Olivier sembra all'oscuro di quel film e Anand, finita la sua risata, ci informa che è un film che hanno proiettato tre anni fa e che ha fatto un sacco di rumore per quel titolo, che la Warner Bros aveva anche fatto causa ai produttori, perdendola - "Il tribunale indiano" dice Anand, "ha sostenuto il prodotto locale contro quello imperiale...". A questa frase entrambi lo guardiamo con vera meraviglia, una frase così impegnata... lui però subito, appena se ne accorge, cambia di nuovo registro mimando un'imitazione di Dart Fener, con una mano davanti alla bocca per fare il rantolo e tanto di spadone jedi immaginario nell'altra. Ridiamo tutti insieme: "Ha ha ha...". Poi ho chiesto ad Anand se anche Hari Puttar fosse un mago e mi ha risposto di no. Hari Puttar era un'altra storia.

"A proposito di magia" dice Olivier, "quando sono arrivato a Delhi ho visto uno spettacolo di magia d'altri tempi vicino al Forte Rosso, c'era un luna park, c'era questo tendone con un mago così maldestro che ha fatto ridere tutti... aveva anche due vallette... che poi erano due valletti travestiti... (ha ha ha) e gliene ha fatte di tutti i colori, le ha segate a metà, le ha fatte ballare con una bambola gonfiabile... di quelle porno, hai capito?... gli infilava le mani nei corsetti per tirare fuori i fazzoletti che ci aveva nascosto... Ho fatto anche una ripresa, poi ve la faccio vedere".

Stiamo camminando lungo lo stradone sterrato che dal centro del paese porta alla fontana. Siamo arrivati alla fine, dove la strada si allarga ulteriormente, sulla sinistra c'è un dhaba con alcuni uomini seduti che bevono e ridono. Di cosa stanno ridendo me ne accorgo solo nel momento in cui la indicano, una giovane donna riversa  nella polvere - polvere nonostante le piogge quotidiane -, con i vestiti strappati, miseri stracci, e i capelli arruffati e secchi. Ridono di lei. Lei sembra folle buttata tutta sola là per terra, la scema del villaggio. La scena mi fa pena e la guardo. Guardo brevemente quegli uomini ovvi, poi guardo lei. E lei mi guarda. E i suoi occhi sono vividi e brillanti, affatto dementi. Mi fa tenerezza, è anche bella. Mi sorride e i suoi denti sono bianchi, perfetti, le sue labbra carnose, anche se seccate dall'incuria. Staccandomi per un momento dai compagni le porgo la mano, l'aiuto a rialzarsi. Gli uomini al bar non dicono niente, smettono solo di ridere. Anand d'improvviso si dilegua, lo vediamo allontanarsi senza dire una parola in diagonale. Olivier e io invece riprendiamo il cammino verso la fontana. Lì per lì non ci stupiamo di Anand, qui la gente si comporta stranamente a volte, un po' come le bestie, fuori dai codici soliti. Ma fatti pochi passi ci accorgiamo che la ragazza ci viene dietro. Continuiamo a camminare. Lei prima resta a qualche passo di distanza, poi appena fuori dal paese si avvicina e mi prende la mano. Le sorrido, non la rifiuto. Lei allora si stringe al mio fianco, mi appoggia la testa sulla spalla. Un po' mi imbarazza la sua invadenza, ma è una cosa spontanea e la lascio fare. Emette suoni simili a miagolii brevi e profondi. Solo Olivier sembra estraneo a questo scambio, non commosso. "Di solito è meglio non intromettersi nelle loro cose" dice, "chissà chi è questa, cosa le è successo...". Non fa quasi in tempo a finire la frase che dal paese arriva in motorino un ragazzo in tutta fretta, ci raggiunge, si ferma, lo appoggia per terra, la prende per una manica e la strattona, le dà uno schiaffo. Provo a interpormi, un po' timidamente a dire il vero, ma il ragazzo mi blocca senza guardarmi, dice solo: "This is sister". Affari di famiglia, penso, lei un po' matta deve pure esserlo anche se è bella, e la cosa migliore da fare mi sembra lasciar perdere, anche per evitare altri schiaffi. Il fratello risale sul motorino e con la camicia della sorella stretta in pugno riparte. Lei a piedi, tirata, lo segue. Noi li guardiamo andare via così, risparire tra le case del paese. Lei però si volta e, pur sottomessa al diritto privato, mi guarda intensamente, i suoi occhi che splendono come pietre nere lucidissime, e mi sorride come divertita dalla scena insolita, come ironica.

lunedì 11 luglio 2011

Lago di Lonar

Ieri pomeriggio Anand mi ha accompagnato a fare il giro del lago. Un giro lungo. Appena fuori dal paese c'è una grande fontana molto vecchia, forse antica, da cui si racconta fuoriesca acqua del Gange. Così dice Anand che almeno è la leggenda, e niente meno. Di un rivolo occulto del Gange che si interra da qualche parte su al nord per riuscire poi qui a Lonar. Una fontana con una grande vasca dove i bambini giocano con l'acqua e i grandi ci vanno a lavarsi. Di fianco alla fontana ha inizio il sentiero che scende al lago, si infila nel bosco e passa accanto ad alcuni templi in disuso ormai invasi dalla vegetazione e dalle bestie. Retaggio dei tempi di maggiore santificazione del paese. Ci sono molti uccelli nel bosco, ci sono alcune scimmie. Anand sostiene che sugli alberi più grandi le scimmie ci vivano come nei condomini di città, tutte insieme, ognuna sul suo ramo. Ha detto anche che non gli sono simpatiche le scimmie. 

In fondo al sentiero, arrivati sulla riva del lago, abbiamo girato a sinistra e continuato a camminare per un altro sentiero che lo costeggia per intero. Noi però, arrivati un po' dopo la metà del percorso, arrivati cioè all'altezza di un tempio ancora attivo, bianco con le incrostazioni nerastre del tempo trascorso e delle bandierine arancioni sulle cupole, siamo tornati indietro. Un po' per la stanchezza ma soprattutto perché Anand lo consigliava, che con il monsone quella parte della riva può diventare un pantano, quasi una palude, e che non conveniva rischiare di morire nelle sabbie mobili. Anand ha questo linguaggio iperbolico... E tornando mi ha raccontato della mitologia del luogo, di un demone chiamato Lavanasur (da cui poi Lonar, e non da lunar) che abitava in una grotta, che ci si nascondeva e minacciava gli abitanti del villaggio, finché Vishnu non l'ha stanato e gli ha fatto scoppiare la caverna, trasformandola in quel cratere che è adesso. Ma degli altri due laghetti non sa niente. Dice che adesso ci vanno i bufali a lavarsi. Però se voglio mi porterà dal suo professore, ha detto, uno che conosce molto bene tutte le storie locali e ci ha scritto anche un paio di libri.

Quando di nuovo siamo arrivati ai piedi del sentiero che dal lago risale alla fontana, ci siamo fermati a riposare per un po' sotto una pergola di grandi alberi. Accucciati lì vicino c'erano due vecchi a fumare un bidi dientro l'altro. Senza pecore, non pastori quindi, senza altri motivi apparenti di starci. Chiaramente, ha detto Anand, saranno andati al tempio. O ci andranno, visto che prima non li abbiamo incontrati. Anand è contrario al fumo. Anche il suo attore preferito è contro il fumo. “Si chiama Dino Morea, è cristiano”. “Dino Morea?” gli domando. “Ha origini portoghesi?”. “No... italiane” e mi guarda soddisfatto e divertito per avermi sorpreso.
“Veramente!?” esclamo.
“Hm-hm" fa. "Però più che un attore è un fotomodello. È troppo bello!”.
“Ha fatto qualche film famoso?”.
“Certo! C'era anche in Fight Club”.
“Allora lo conosco senz'altro!”. 
"Non lo conosci... è un altro Fight Club, non quello di Hollywood che conosci tu. Gli hanno copiato il titolo...".
Siccome mi sta prendendo un po' in giro, provo a confonderlo: “A me piace Kabir Bedi, lo conosci?”.
“Stai parlando con uno che li conosce quasi tutti i film indiani...”.
“Lo sai che in passato ha recitato anche in Italia? Ha fatto lo sceneggiato Sandokan”.
“Chi è Sandokan?”. Lì per lì, anche se lo sapevo, mi meraviglia lo stesso che Anand che è indiano non conosca Sandokan, che per me era stata la primissima icona dell'India, poi gli rispondo che Sandokan è il personaggio letterario di uno scrittore italiano, un pirata indiano... anzi malese, protagonista di una serie di libri da cui avevano tratto lo sceneggiato. Anand non vacilla, mi chiede subito se ho visto Slumdog Millionaire, dice che è il film che racconta la sua storia, anche se lui non vive in uno slum, non andrà mai a fare i quiz televisivi e ancora non si può capire che quella è proprio la sua storia, perché lui è ancora come un baco nel suo bozzolo. Però avrà la stessa fortuna e lo stesso successo. Dico che glielo auguro, poi aggiungo: “Ma perché vuoi fare l'attore?”.
“Per diventare famoso” è la risposta più ovvia. “E perché voglio molti soldi, anche per mia madre e mia sorella, e stare tra gente bella, non con le scimmie di questo paese” e accenna ai due vecchietti che continuano a chiacchierare e a fumare.
“Voglio diventare famoso come Irfan Khan e Anil Kapoor”. E aggiunge, maliziosetto: “Li conosci?”.
“Non mi sembra...” dico.
“È perché non ti ricordi i nomi indiani. Per voi i nostri nomi sono tutti uguali. Anche loro c'erano in Slumdog Millionaire. Irfan era il capo della polizia e Anil il conduttore del programma a quiz televisivo... Te li ricordi adesso?”.
“Certo... Sono molto famosi in India?”.
“Famosissimi. Anche se spesso la gente si affeziona di più a certi attori locali, mentre loro sono star  internazionali”.
“Sei molto informato”.
“Te l'ho detto che so tutto degli attori indiani, li conosco tutti, maschi e femmine, e so anche tutto quello che fanno... il gossip... qui da noi ci sono anche delle famiglie che si passano la staffetta della fama di padre in figlio. E da voi?”.
"Ci sono, ci sono..."
“Adesso per esempio è diventata famosa Sonam Kapoor, che è la figlia di Anil Kapoor. E anche Anil è il figlio di un produttore cinematografico... è già una dinastia...”.
“La dinastia Kapoor” sottolineo, “come da noi le dinastie...”. Ma la mia frase è interrotta da un grido acutissimo di Anand: “Olivieeeer!”. E Anand senza contenimento si lancia verso un ragazzo con i capelli biondi che è appena sbucato dal sentiero. “Olivieeeer!” continua a squittire, abbraccia il ragazzo che sorpreso da quello slancio di affetto in mezzo al bosco ritrae appena il volto da quello di Anand. Ma sorride. Poi a sua volta lo abbraccia.
“Olivier, questo è il mio nuovo amico” dice Anand indicandomi al ragazzo. Olivier si avvicina con il braccio già teso, ci presentiamo. Anand continua: “Dove eri andato? Non ti trovavo più”.
“In giro” risponde Olivier con vaghezza. Poi di nuovo rivolto a me, con l'aria di voler scherzare: “Ti ha già stordito con le vite e i miracoli di tutti i divi del cinema indiano?” mi domanda accennando ad Anand con un leggero movimento della testa, strizzando l'occhio. “Abbiamo cominciato” gli rispondo come una spalla, “ma siamo ancora all'inizio”. Anand emette un risolino di finto sdegno e ci ordina di smetterla. “Voi siete come quei due vecchi caproni, non capite come è importante diventare famosi. Io voglio tornare un giorno in questo paese a trovare mia madre, voglio arrivare con una grande macchina e voglio che tutti parlino di me, non come oggi ma per dire 'Guardate è arrivato Anand Kumar, la star di Bollywood', e i miei compagni di classe che mi chiamano "idli" dovranno invidiarmi”.
Dico: “Ma solo per questo? Lo fai per vendicarti?”.
“Non solo” risponde Anand. “Anche per vendicarmi e anche per essere meglio di tutti. Voglio vivere meglio di tutti, nello splendore”.
“Tua madre sarà fiera di te” dice Olivier. Ma il discorso mi sembra è un po' naïf e un po' inutilmente adulatorio e così aggiungo: “La fama è un'illusione, Anand, sarà un potere vanitoso che avrai solo verso chi te lo riconoscerà. A due come questi vecchi non gliene fregherà mai niente, per loro magari sarai solo un cittadino arrogante cresciuto al villaggio. Ci sarà sempre qualcuno che non ti conoscerà e che ti disconoscerà”.
“Di questo non mi importa” conclude Anand con saggezza. “Non mi interessa essere il primo in assoluto ma voglio stare tra i primi. E voglio essere il primo di questo villaggio di scimmie”.

martedì 5 luglio 2011

Lonar

C'è sempre un momento di rottura in cui le cose cambiano, e anche una settimana malinconica può svaporare in un momento. Dieci giorni, non importa. Anand mi aspettava fuori dall'albergo, seduto su un gradino. Chiacchierava con altri due ragazzi quando sono uscito per fare colazione. Ieri mattina. Si è alzato in piedi in fretta e mi è venuto di fianco, lasciando i due amici impalati a guardarci. Abbiamo cominciato a camminare insieme, in silenzio. Poi davanti al ristorante dove di solito faccio colazione qui a Lonar, l'unico che abbia del caffè anche se in polvere e toast con burro e marmellata, mi sono fermato e gli ho chiesto se voleva mangiare qualcosa con me. Mi ha detto che aveva già mangiato a casa sua con sua madre e sua sorella e che mi ringraziava, ma si sarebbe solo seduto a farmi compagnia. Così ci siamo seduti.

Anand ha quindici anni, è già alto come me, è cicciottello. Va a scuola, ma ieri non ci andava per non so quale festa. È molto curioso, serio.
"Ti ho visto passare ogni tanto in questi giorni" mi dice, dopo che ci siamo seduti e ho ordinato toast e caffè. "Mi sei sembrato triste e volevo parlarti... perché di solito i turisti non vanno in quell'albergo dove sei tu".
"Volevi parlarmi perché ti sembravo triste o perché ho sbagliato albergo?".
Sorride. Dice: "Penso perché eri triste e quando uno è in vacanza non dovrebbe essere triste". Gli sorrido a mia volta e lo ringrazio per la sensibilità, ma lui continua: "Questo paese è piccolo" dice, "e siamo golosi di novità. Tu non lo capisci, ma noi che ci conosciamo tutti ci accorgiamo subito se c'è qualche straniero. Tu poi che sei così bianco... Lo sanno già tutti che c'è un turista italiano triste che ha sbagliato albergo, volevo dirtelo".
"Ti ringrazio di nuovo, ma non è che sono sempre così. E come lo sapete che sono italiano?".
"Hai lasciato il passaporto al portiere".
"Certo... eh sì, giusto... Comunque ho ricevuto delle notizie qualche giorno fa che mi hanno rattristato".
"Ti è morto qualcuno?".
"No... mia moglie è incinta..." gli dico, senza inoltrarmi nella spiegazione delle due donne amate, della mia fuga, di Sonia. Infatti mi guarda stupito e dice: "Ma i figli sono una benedizione...". Non so cosa rispondere senza aprire con quel ragazzino conversazioni complesse, probabilmente inutili, però è lui a non lasciare spazio al silenzio, e subito aggiunge: "Almeno così dicono". (pausa) "Ma io a vedere la vita di mia madre non ci credo molto. Mia madre è sola perché mio padre è morto e deve lavorare per me e per mia sorella. Anche se mia sorella si sposa presto. Io però devo finire la scuola. E poi vado a Mumbai".
"Che vai a fare a Mumbai?" domando. "Vuoi fare l'università?".
"Ma no!" replica Anand quasi offeso. "Io voglio diventare una star di Bollywood..." e mi osserva per soppesare la mia reazione. E siccome lo guardo con curiosità ma senza critica, continua: "Ho già cominciato a prendere lezioni di danza e conosco un sacco di canzoni. Ne vuoi sentire una?".
"Certo" rispondo, e lui senza esitare si alza in piedi e intona (un po' stonando) una canzone in hindi, muovendo i passi tipici dei balletti di Bollywood. I camerieri che lo vedono si mettono a ridere, ma lui lancia occhiatacce di disprezzo e continua. Per qualche secondo, poi si azzittisce e risiede.
"Bravissimo!" gli dico, lo applaudo. Non si scompone, risponde solamente un grazie.

Dopo la colazione ce ne andiamo un po' in giro per il villaggio e vedo che Anand ha un modo effeminato di camminare e di muovere le mani. Non con affettazione, ma in maniera abbastanza evidente. E la gente del villaggio ci guarda mentre passiamo e ci raccontiamo delle cose. Anand si accorge che me ne sono accorto e mi consola: "Non farci caso, sanno solo parlare male degli altri. Io non ci faccio caso, perché mia madre mi difende e dice che ho un grande futuro".

sabato 2 luglio 2011

Lonar

Questa cittadina, polverosa nonostante il monsone, è meta di sporadici turismi - sto lentamente uscendo dalla depressione dei giorni scorsi e ho ricominciato a guardarmi intorno, a parlare con la gente del posto. Oggi finalmente sono arrivato fino al bordo del cratere. 

Qui c'è un cratere meteoritico con un lago e il villaggio è costruito sulla sponda più alta, sulla traiettoria di caduta del frammento celeste, dove l'impatto ha affossato e rialzato il terreno in modo asimmetrico. Dépliant  informativi in rete parlano di un'esplosione da 6 megatoni, e se Little Boy su Hiroshima sprigionò un'energia di 16 chilotoni, un semplicissimo calcolo mostra che l'esplosione di Lonar fu 375 volte più potente di quella della prima bomba atomica. Senza fallout radioattivo ma nuvole di polvere "di portata inimmaginabile". 52.000 anni fa, seimila anni più, seimila meno. E ci sono anche due laghetti più piccoli di fianco al lago maggiore, dovuti alla rottura del meteorite in tre parti: il lago Ganesh e il lago Ambar.

Mi incuriosisce questo lago meteoritico, che spero di visitare nei prossimi giorni. Perché anche in Acrilirico, nel testo Frammenti di spazio, mi ero soffermato sul valore religioso dei meteoriti o pietre nere. E a ripensare a quel testo monco, capisco che il punto rilevante, quello che più mi aveva attratto, è che cadendo dal cielo il meteorite buca il firmamento, creando un foro attraverso cui può avvenire la comunicazione fra la Terra e il Cielo. Così almeno secondo il pensiero religioso primordiale. Cioè si crea un ombelico, forse così la Terra è fecondata... Ma più importante ancora, ricordo che alcuni anni fa, ancora in Israele, mentre viaggiavo di sera in treno da Tel Aviv a Haifa, giunto al termine di un percorso di studi cabalistici e problematizzando tutta la ricerca spirituale, mi stavo domandando perché certe persone scelgano la religione per conseguire potere; e la risposta - ciò che interpretai come risposta - venne in maniera del tutto inattesa spostando gli occhi sulla spalliera della poltrona vuota che mi stava di fronte, per leggere nella penombra in italiano (!), scritto con un pennarello nero sul velluto blu, “l’ombelico". Anche se  a distanza di anni non posso dire di averla ben capita la risposta.

Ma sto divagando e questo lago mi ricorda anche il lago di Nemi in provincia di Roma, vulcanico, sulle cui sponde ho trascorso l'adolescenza, santissimo alla dea Diana tanto da essere chiamato il suo specchio, stazione templare fondamentale del mondo antico, con una storia negletta... Spero di rimettermi presto del tutto e poter riprendere il filo del mio viaggio presente.