mercoledì 29 giugno 2011

Lonar

Da quando sono arrivato qui non va bene. Sono in un infimo albergo, non è sporco ma è brutto, non so neanche come si chiama e non sono quasi uscito dalla stanza. Solo per mangiare e fare due passi. Altrimenti guardo fuori dalla finestra o aspetto che i canali visibili in tv passino qualche film in inglese. Guardo anche le pubblicità, quasi uguali alle nostre (anche i prodotti spesso sono gli stessi) ma con tutto un travestimento di abiti, gesti e parole del tutto insolito, il loro. Sono sempre senza libri. Sono forse state le notizie da Atene che mi hanno depresso, ma poi da quel buco è riuscito fuori tutto l'irrisolto di pensieri, opere, omissioni e la depressione contingente è diventata un senso di impotenza cosmica. Impotenza acquisita, non naturale, non davvero mia. Impotenza indotta dallo scontro del mio ego con le qualità del mondo. Ma non va bene sentirsi deboli in terre straniere.


Sono inutile e se restassi solo al mondo – è un sentimento di inadeguatezza che sale, quasi di essere alieno tra i simili o vivo secondo regole imposte, mai scelte, non condivise. Uguale tra i diversi, unico tra i molteplici. Amichevole dove c’è ostilità. Cooperativo in un inferno di competizioni e selezioni sociali, culturali.

Se rimanessi da solo in questo mondo
come un survivalista post umano o un passeggero di navi naufragato
sul cuore selvatico della Natura
che dona senza fare compromessi
e prende senza chiedere il permesso,
mi scoprirei incapace di ogni cosa.
Non dico di tecnologie complicate
le ali degli aeroplani, i microprocessori, i motori ibridi o a scoppio...
non riuscire neanche a farmi l’inchiostro 
per scrivere
su una carta che non saprei fabbricare.
La sola cosa di cui sarei capace
sarebbe la raccolta dei frutti stagionali
e bere, a trovarne, da fonti pure, sorgive –
neanche un cacciatore
per non averne uccise mai di bestie,
se non in un incidente, gli insetti e i ragni 
o un topo in agonia dentro a una trappola, per l'orrore del suo tormento.
Sarei un raccoglitore transumante,
poco più di una scimmia, dipendente finalmente in modo esplicito
da quanto mi viene elargito, donato. Diverso dalla scimmia
solo per la capacità di leggere
e di scrivere. [e per un po’ forse anche di continuare a pormi
scivolose domande sul senso della mia presenza in questo luogo,
dentro questo corpo, in mezzo a questa gente]
Ma senza arnesi adatti scriverei solo parole limitate
sulla sabbia, con un legno o uno stilo ricavato dall’età trascorsa,
lasciando all’acquerugiola e alla brezza (al monsone?) l’onere di riportare
con gentilezza o con la forza
la mia poca vanità superstite
alla forma reale del pianeta.
Mi sposterei, scriverei altrove e ancora sarei cancellato.
Farei cose solo perché siano dismesse
e poi raccoglierei la frutta e berrei l’acqua. Per ridurli in urine ed escrementi.
Farei un lavoro di riluttanti monaci buddisti
stravolto come loro all’ateismo dagli eccessi mistici.
Visione dell’impermanenza. Ruga
troppo profonda sul volto della divinità,
come un succhio di risacca che sfianchi le speranze di terra e di conforti (e di stabilità), rapendo al mare aperto. E perciò
mangiare frutta e bere e scrivere
giù i pensieri sopra sostanze effimere
per poco tempo,
soltanto per averlo fatto.
Per osservare le loro formazioni 
svanire 
come quelle che mi attraversano comunque,
non mie,
di passaggio.
Questo è quello che saprei,
che forse dovrei fare.

E non usare le bestie con noncuranza per masticarle e con gusto come fossero altra cosa da carogne, come non fossero corpi massacrati.
Non togliere le cose dal mondo senza una vera irrevocabile urgenza.

giovedì 23 giugno 2011

Camionstop

Ho dovuto ripensarci, e devo scriverne ancora. Spero sia l'ultima volta almeno. Che presto la foresta - sia quella vera o quella metaforica - mi inghiotta in qualche modo e mi rigeneri.

Sono arrivato a Lonar da Ellora in camionstop. Si usa qui in India, non lo sapevo. Siccome avevo perso l'autobus per Aurangabad, mi hanno detto di chiedere un passaggio ai camion. Così ho scritto su un foglio la mia destinazione, l'ho esposto e ho aspettato sul ciglio della strada che si fermasse il camion giustoÈ passato in fretta, dopo neanche mezz'ora. L'autista mi ha fatto salire e sedere al suo fianco (probabilmente per onorarmi o per onorare il suo veicolo), facendo spostare più in là chi già era seduto. Aveva a bordo altri cinque camionstoppisti, tutti indiani ovviamente, e anche una donna. Mi ha chiesto cento rupie per il passaggio, circa un euro e mezzo. Ci abbiamo messo più o meno quattro ore, con una sosta in un dhaba per un rinfresco. Nel frattempo ho ricevuto due lunghe email da Atene, quasi in contemporanea e una congiura. Le ho lette sul cellulare mentre il camion sobbalzava tra le buche della strada. Lei è incinta, non ha abortito come aveva detto, aveva parlato per rabbia e per dispetto l'ultima volta che ci siamo visti in dicembre. La bambina nascerà per ferragosto. Lei invece, l'altra, mi ha scritto che il test di gravidanza che ha fatto la settimana scorsa è positivo e che vuole tenerlo. In una volta così divento padre per due volte e quasi insieme e da due donne diverse. Due donne con cui non potrò vivere e le prospettive possibili sono già state vagliate, valutate, esaurite. Loro intanto non hanno cambiato opinione,  ogni cosa è identica a prima. E io neanche. Che vivano perciò serenamente le loro gravidanze, accogliendo la scelta di diventare madri senza un compagno. I miei figli li riconoscerò se le madri vorranno, ma con loro - con una di loro escludendo l'altra - non potrò più vivere, e lo sanno.

domenica 19 giugno 2011

Ellora

Il ragazzo ha risalito il sentiero fino alla grotta di fianco all'ultima pozza. Ha posato di nuovo le mani sulla pietra aniconica dipinta di arancione brillante, dalle sembianze accennate di stomaco fitofago gonfio e proboscide. Di vernice asciutta e pietra fredda. Poi si è seduto all'entrata della grotta templare, in attesa. L'aria era umida e fresca. Ha pensato se potesse finalmente vivere di poco e contento, senza essere costretto a lunghi viaggi, in terre lontane, evitare la canicola estiva all'ombra di un albero vicino a un ruscello che scorre; o dormire nel solito letto e sdraiato ascoltare il vento che infuria, stringendosi al petto le sue donne, e quando lo scirocco invernale scarica le piogge gelate scivolare senza pensieri nel sonno al ticchettio delle gocce.

Ha voglia di tuffarsi nell'acqua della pozza e rinfrescarsi, che però è torbida, non si fida. Teme ancora qualche insidia, i serpenti, qualche alga velenosa esotica o che lo avvinghi e lo tiri sul fondo. Due enormi corvi neri d'improvviso si inseguono nello spazio tra le grotte, si aggrediscono strappandosi le piume, si scacciano; tornano a terra per contendersi un ramarro, verde, che in sua difesa salta cercando la fuga, ma è ghermito dai rivali per la coda, le zampe, strattonato, strappato con i becchi taglienti, squartato vivo sopra un sasso bruno. 

gioia pura 
della morte
per violenza. selvatica.

Poi un tuffo nell'ultima pozza e un bambino che riemerge dall'acqua e lo guarda ridendo. Sul ciglio della cataratta due altri bambini, vestiti di pochi stracci, si tuffano uno sull'altro poi emergono, cominciano a schizzarsi. Dalla costa scivolosa il loro piccolo gregge scende ad abbeverarsi, riempie il silenzio e lo stridio dei corvi di versi pacificatori. E i bambini escono dalla pozza inerme curiosi di scoprire chi è quel ragazzo preoccupato, lì seduto, che li guarda. Si dicono cose in lingua. Bagnati, con i loro miseri indumenti grondanti, si siedono davanti al ragazzo e lo guardano, sorridono, si scambiano battute tra di loro ridendo. Il ragazzo da una tasca prende un pacchetto di caramelle alla frutta e le regala ai bambini. Che contenti lo finiscono in un attimo, si riempiono la bocca, sbavano, si rituffano. Le caprette intanto hanno bevuto e ritornano indietro, senza paura della natura selvaggia che le accoglie, dei leoni feroci, dei morsi dei serpenti, ignare, affidate al mondo e ai pastori.

I bambini sono di nuovo sul ciglio della cataratta, chiamano il ragazzo e lo salutano contenti agitando le braccia. Il ragazzo è una persona fantasiosa, impressionabile. È impulsivo, curioso, testardo. Qui è colto in contraddizione tra una scena pastorale e la crudezza della natura selvaggia prima che arrivasse il gregge, poi quando è ripartito. Tra il coltivato e il domestico e lo spietato senza mediazioni della natura delle cose come sono. Turbato tra una bucolica e un poema cavalleresco con draghi nascosti, tra l'attrazione per la sicurezza della casa e la crudeltà dei sassi, la durezza dei letti di roccia, tra l'abbraccio femminile che consola e una comunità di confratelli radunati in cerca del conforto finale.


sabato 18 giugno 2011

Sara scrive

Ho ricevuto un'email di Sara stasera - ce ne siamo scambiate alcune da quando ci siamo salutati a Bombay. Questa però mi ricordato lo scopo del mio viaggio, rivelando un gusto di Sara che ignoravo (e non poteva essere altrimenti, visto il tempo brevissimo della nostra frequentazione). Da Varanasi, dove è andata a passare qualche giorno.

"Oggi mi sono innamorata due volte.
Stamattina mentre camminavo in un vicolo del mercato, c'era una famiglia all'entrata di un dharamshala che discuteva. Avevano un'aria molto metropolitana... E le due figlie, una era così bella che mi si è spostato il cuore. Con uno di quei visi un po' a punta che mi fanno impazzire. Mi sono fermata a guardarla senza essere vista, ma poi è passata una mucca e mi sono distratta. Sono fastidiose qui le mucche, perché i vicoli sono strettissimi e loro camminano e lasciano merda ovunque. La famiglia poi è entrata nel dharamshala e io me ne sono andata un po' triste. Mi sarebbe piaciuto parlarle.
E poi dopo il tramonto di fianco al ghat principale, poco prima dell'ultima preghiera, vendevano i vestiti fatti a mano per un'associazione di assistenza a donne poverissime e a bambini trovati per strada, abbandonati o persi. Si chiama Kutumb.  Ai bambini danno una sistemazione, da mangiare, cure mediche, un po' di istruzione; alle donne il lavoro di cucitura dei vestiti in vendita. Tra loro c'era Keren, la mia ragazza di quando avevo vent'anni, minuta come allora ma con la pelle più scura. Era ancora bellissima, in fiore.

Se non sei già ripartito, vai a Lonar prima di lasciare il Maharashtra. Io ci sono stata tre anni fa. È un paesino polveroso sul ciglio di un lago meteoritico, davvero suggestivo. Mi saprai dire. [...]".

Sara mi suggerisce come continuare il viaggio, incastrando ancora un tassello nelle ricorrenze degli ultimi giorni: padre Luna, il paesaggio lunare di Hampi, il rituale tantrico con la luna piena e Lonar, quasi "lunar", con un buco di origine di origine stellare.

venerdì 17 giugno 2011

Ellora

C'è questo tempietto minuscolo vicino al Vrindavan Resort, poco più di un'edicola di pietra capace di accogliere un paio di persone in piedi. Al suo interno alcune statue invecchiate di apsaras, specie di ninfe celesti dai seni abbondanti, danzatrici dai passi provocanti, mine vaganti, rovina degli asceti e dei saggi - anni di privazioni e mortificazioni svaniti davanti a un pareo che sculetta e scivola giù dai fianchi per un colpo di vento messo in scena.

Ero uscito per l'insonnia (mi capita spesso di svegliarmi verso le tre del mattino e non riuscire a riprendere sonno), per fumare una sigaretta nel momento della notte in cui il mondo dorme e sembra morto. Profondissima quiete. E fatto qualche passo in direzione della strada principale ha cominciato a piovere e mi sono riparato sotto dei rami fitti. Non tanto in attesa che smettesse, quanto per rimanere fuori, nella notte, senza ridurmi a uno straccio. È allora che escono correndo dal tempietto Laura e Giovanni, diretti alle stanze. Passando davanti all'albero che mi nasconde Laura sembra sentirmi, si volta, mi intravede, dà uno strattone al braccio di Giovanni e lo porta a rifugiarsi sotto gli stessi rami.
"Che ci fai tu qui?" domanda, dopo essersi scrollata via l'acqua dai lunghi riccioli neri.
"Non riuscivo a dormire" ho risposto, "sono venuto a prendere un po' d'aria... poi ha cominciato a piovere...".
"Noi eravamo nel tempio..." dice. "Stanotte è di luna piena".
Giovanni è assente, come svuotato, non parla.
"La casa delle apsaras propizia i riti tantrici" continua Laura. E sorride e nel buio decifro malizia e imbarazzo. Sembra volermi fare loro complice, ma non ho niente da aggiungere. E neanche lei, e Giovanni è distratto. La poca luce che viene dall'albergo mostra il viso di Laura in modo inedito, bagnato, ombrato da un'espressione cattiva. È un momento, mentre sto abbassando lo sguardo, Laura apra la bocca, tiri fuori la lingua con violenza... voglio chiederle che sta facendo ma la notte penso, si sa, inganna la vista. Quando la guardo infatti è già inespressiva, ricomposta. Poi accenna a un sorriso, dice: "Beh, ciao, buonanotte", e con la mano di Giovanni nella mano torna a correre verso la sua stanza. Il suo culo è pieno e forte in maniera conturbante, non ci avevo fatto ancora caso.

Dopo poche ore di sonno, sono uscito di nuovo a rivedere quel tempietto tanto adatto ai rituali tantrici. L'episodio notturno mi aveva incuriosito, forse alla prima visita mi era sfuggita la sua particolarità. Ma il tempietto è misero, banale, e anche le raffigurazioni delle apsaras sono consunte, poco erotiche, poco interessanti. Una di loro però all'altezza della coscia era sporca, come se uno schizzo mirato più in alto non fosse arrivato alla meta e avesse colato sulla gamba. Una macchia fresca, evidente. E mi sembra di capire che il rito tantrico della notte trascorsa sia stato ben altro, di preciso non lo so che cosa, ma concluso in maniera poco tantrica, come una scopata qualunque.

mercoledì 15 giugno 2011

Ellora

Yoni yantra.
A raccontare a padre Luna la mia esperienza alle grotte superiori è sembrato davvero soddisfatto, anche dei miei timori, dei gesti, dei pensieri. Tanto soddisfatto da tirar fuori da una sua sacca una manciata di laccetti rossi raggomitolati, strapparne via uno e legarmelo al polso sinistro, raccontare del tempio di Kamakhya Devi in Assam, una storia che già conoscevo, della yoni della Dea precipitata al suolo per trasformare una collina boscosa in uno dei luogo dei più santi. Dove una volta l'anno, ha detto, le acque che di continuo bagnano la vulva fatta roccia si arrossano come per una mestruazione, proprio in quei giorni lui vi aveva immerso i laccetti, santificandoli. Al mio polso adesso in pratica un assorbente celeste.

E poi sono tornato sui miei passi, quindi all'albergo, pensando l'episodio chiuso e insieme a questo di nuovo la mia visita a Ellora. Sembra invece che il luogo abbia altro da dirmi. Nel giardino dell'albergo infatti Laura e Giovanni seduti a un tavolino, da poco giunti da Bombay via Aurangabad, una sorpresa mista a curiosità e fastidio. Certo non una coincidenza straordinaria, comunque una convergenza puntuale, di quelle a cui ho deciso di stare attento. Ci siamo salutati affabilmente, anche loro un po' sorpresi come me, mi hanno indicato la loro camera, pochi metri distante dalla mia. Sono di passaggio, meta estranea ai propositi del loro viaggio, eppure inevitabile: Laura si occupa d'arte, è innamorata delle arti figurative e non poteva perderla. Resteranno due giorni, ha detto Giovanni, poi continueranno per Ajanta. E poi a Pune, dove c'è l'ashram di Osho, poi a Goa per un bagno. Poi a Hampi sul fiume Tungabhadra, paesaggio lunare, femminile, energetico, pesante. Quella sì destinazione delle loro.

Non racconto ai due delle grotte superiori né di baba Chandra. Lo incontreranno e le scopriranno da soli, se dovranno. Con ogni giorno che passa mi scopro sempre un po' più fatalista... Ma mi sembra che a parlarne tradirei un segreto, svilirei la magia del luogo, la persona che me l'ha indicato. Le grotte, quelle pozze, l'albero sacro, Ganesha arancione brillante, li sento come miei, come privati. Anche se non lo sono. Ma condivisi con un monaco o con dei pellegrini li tiene protetti, forse ancora santi. Forse si tratta di egoismo spicciolo, solo briciole d'importanza che mi do, e spero che Giovanni e Laura non ci arrivino.

domenica 12 giugno 2011

Ellora

Trovato il sentiero che porta alle grotte più sante, segue il letto di un torrente ancora in parte secco, ho risalito la collina, raggiunto una pozza già colma d'acqua, quasi sull'orlo della costa che presto esibirà una cascata. E poco più avanti ho trovato le prime grotte, residuo di una comunità monastica antica, prima dell'apoteosi artistica inferiore, dell'abbandono, prima dell'ultima decadenza a patrimonio mondiale UNESCO a uso turistico. Semplici cavità, probabilmente scavate a partire dalle strutture naturali della roccia. Gli eremi di sinistra, mi ha detto Chadra baba, sono dedicati a Ganesha, quelli di destra a Yogheshwari, la signora dello yoga. Si preoccupavano qui gli anacoreti della propria elevazione fino all'identificazione formale con la divinità, o all'unione come magari l'avrebbero chiamata. Una tecnologia per l'ascesi dell'anima.

In confronto alle sofisticate grotte sottostanti, ai loro spazi decorati e alle statue bellissime dei bodhisattva in estasi, quelle superiori somigliano piuttosto a una miniera, a un formicaio abbandonato sinistro di cunicoli e di ombre, deserto dopo un'epidemia o un'emigrazione o sospeso nella quiete minacciosa di un branco di predatori in attesa, nascosti fino al momento in cui l'ignara vittima sia oltre ogni punto di fuga. In trappola. A pochi metri di distanza dal parcheggio degli autobus e dagli alberghi, queste grotte sono già parte di una natura selvatica, che influenza la mente, forse come le grotte Marabar, che allontana la mente dalle sovrastrutture quotidiane e l'avvicina alla nudità delle piante, alla crudezza dei sassi. Chandra baba mi ha indicato un albero, l'unico cresciuto in mezzo al corso del torrente, adesso ancora sul bordo di una delle pozze: un piccolo albero di Arjuna. "È un albero sacro" ha detto, "stacca un pezzetto di corteccia e portalo con te, ti aiuterà". Così l'ho fatto.

Immagine del dio Ganesh
La diffusione delle grotte finisce intorno alla settima pozza, dove una cateratta ha iniziato a colare da più in alto. Qui, sul lato sinistro del canale, ultima se ne apre una più grande, che sembra quasi un tempio, prototipo, forse abbozzo di quelle che nel tempo poi avrebbero edificato di sotto, acquistando la comunità notorietà e influenza. La grotta è ben illuminata dalla luce del giorno e in fondo, dipinta recentemente con una mano di vernice brillante, c'è l'immagine del dio adorato. Neanche una statua in effetti, ma una grande pietra naturale rotonda come il ventre di un elefante assiso, con una parte superiore che accenna a una testa proboscidata. La vernice è arancione e brillante, rinnovata, la tocco per vedere se è fresca, ma sulle dita non ne restano segni. Lo stomaco del dio elefante è freddo. Freddo come la pietra di cui è fatto. Eppure la verniciatura significa che il tempio è ancora attivo, comunque non dimenticato, che la desolazione del luogo è forse soltanto apparente e che qualcuno potrebbe mostrarsi. Un asceta, un gruppo di asceti magri e cosparsi di cenere, con i lunghi capelli raccolti in crocchie pesanti, forse nudi, forse con l'intenzione di darmi il benvenuto, forse di scacciarmi.

Con il sole che si è aperto uno spiraglio tra le nubi, mi sono seduto all'entrata della grotta templare e ho aspettato. L'aria era umida e fresca. Nonostante il caldo, qui era piacevole, fresca. Il passaggio di rari uccelli era l'unico rumore circostante. Ho aspettato che qualcosa si manifestasse.

Ellora

Ganesha e Yogheshwari lena, Ellora.
Il ragazzo ha risalito il sentiero tra le grotte ventisette e ventotto. 

Il letto del torrente è ancora in parte secco ma una serie di pozze ha già iniziato a riempirsi, presto saranno corso d'acqua e cascata. Il ragazzo ne ha contate sette prima di arrivare al termine delle grotte scavate nella roccia sui lati del canale. Non sofisticate architetture, semplici grotte, semplici buchi grandi e piccoli, su più livelli.

Per l'abbandono, per la solitudine, quel formicaio romitico spande tentacoli di luce scura che avvolgono il ragazzo e lo costringono a risalire fino all'ultima grotta, lo intrigano, lo intimidiscono.

Il ragazzo cammina con lentezza e osserva le cavità come dovessero all'improvviso attivarsi, illuminarsi. Popolarsi di piccoli uomini scuri, smagriti dalle privazioni, nudi, avvolti di cenere, accoglienti o maledicenti; di teste di serpente minacciose come murene rintanate in fessure sottomarine. Per il silenzio e la magia della natura selvatica.

Di fianco all'ultima pozza il ragazzo entra in una grotta. La luce del giorno la illumina, è poco profonda. In fondo una pietra aniconica dipinta di arancione brillante, dipinta di recente, dalle sembianze accennate di stomaco fitofago gonfio e proboscide. Il ragazzo ci appoggia una mano, la vernice è asciutta, la pietra fredda.

venerdì 10 giugno 2011

Ellora

Ci sono queste grotte a Ellora, visitate ogni giorno dai molti turisti con base a Aurangabad e che ci arrivano con escursioni giornaliere. Qualcuno si ferma per una notte, ci sono un paio di strutture alberghiere. Di rado, mi pare di capire, ricevono visite prolungate come la mia al Vrindavan Resort.

Da alcuni giorni ha cominciato a piovere, ma a scrosci e con discontinuità. E gli alberi hanno già preso un colorito più acceso.

Non mi sarei fermato così a lungo in questo posto se le coincidenze fossero state diverse e se le circostanze non mi avessero fatto scoprire il luogo più negletto dell'antico complesso templare, quello più affascinante. Già il primo giorno avevo infatti visitato tutte le trentacinque grotte, o quante sono, e nel pomeriggio immaginavo di ripartire con l'autobus della mattina seguente. Ero rientrato in albergo, avevo fatto una doccia e avevo anche pensato di rifare subito lo zaino, se non che poi per pigrizia avevo rimandato quel progetto a più tardi, magari dopo cena. Così mi ero vestito di nuovo ed ero uscito, prendendo la direzione opposta a quella delle grotte, dove il gestore dell'albergo mi aveva indicato un tempio importante. Era l'ora della preghiera serale. L'area templare era infatti singolarmente vivace di fedeli e ben attrezzata di rivendite di oggetti per il culto e di rinfreschi.

Un monaco quando arrivo si avvicina. È gentile, gli chiedo informazioni sul tempio. Mi risponde con orgoglio che quello è il tempio di Grishneshwar, che dentro c'è uno dei dodici jyotirlingam, che è un luogo santissimo per tutti gli indù. Dice anche che i turisti che vanno alle grotte non visitano mai il tempio, che non lo conoscono neanche, dice che è strano che io sia lì. Lui si chiama Chandra baba - e quando lo dice indica verso il cielo per spiegarmi il significato di chandra, e però il cielo è coperto e lui non si ricorda la parola in inglese. Segna allora un cerchio nell'aria con l'indice della mano destra. "Non il sole" afferma, "quell'altro". "La luna?". "La luna!" esclama con un gran sorriso. Lui si chiama, in traduzione, padre Luna. Un nome emozionante.

Padre Luna mi chiede se ho visitato le grotte. Gli rispondo che sì, le ho visitate poche ore prima. Mi domanda però se ho visto quelle antiche. Gli dico che penso di sì, che mi sono sembrate tutte molto belle e molto antiche. Capisce così che non so di cosa stia parlando e mi consiglia di tornarci domani e di cercare il sentiero tra la grotta ventisette e la ventotto, che non si vede bene se non lo sai e se non lo cerchi, ma che porta alle grotte più sante. Lo ringrazio del consiglio, gli dico che ci andrò anche se in realtà penso che quelle grotte, sì belle, ma mi hanno già stancato e non mi va di perdere un'altra giornata inutilmente. Poi mi chiede di me, del mio viaggio, mi offre il suo cilum, e così chiacchierando e fumando finisce anche la preghiera e chiudono il tempio e non riesco a vederlo. Il lingam di luce si nasconde.

Durante la notte, salutato padre Luna a dormire sulla sua stuoia sul sagrato (su quello che più o meno corrisponde al sagrato di una chiesa in un tempio induista), fatto lo zaino con l'idea di ripartire, faccio un sogno. Cammino per un sentiero in mezzo a un bosco un po' secco, di alberi a fogliame rado, sentiero che risale una montagna non so quanto grande, forse ancora solo le falde del monte, e insieme a me ci sono altri pellegrini, siamo insieme e camminiamo in ordine sparso nel bosco, alcuni più avanti, altri indietro, ci stiamo dirigendo a un luogo sacro. Ci scambiamo voci che in sogno non riconosco e non capisco. Non altro. Quando mi sveglio sono pervaso da una sensazione di comunione con gli altri pellegrini e da una veridicità dell'esperienza che mi lasciano incerto per un po' su dove sono e in effetti a farci cosa. Desidero cercare il mio sogno. E so che di mattina avrei disfatto lo zaino.

martedì 7 giugno 2011

Ellora

Quel giorno dopo la spiaggia, dopo che i due si erano chetati camminando avanti e indietro tra la metropoli e il mare arabico, prima con nervosismo poi rallentando l'andatura e la commozione, decidiamo di andare a cena insieme. Giovanni, il ragazzo, dice di conoscere un ristorante a Colaba che fa cucina del sud e dei masala dosa e degli idli favolosi. E dei lassi al mango "da orgasmo", dice. Così ci andiamo, ordiniamo quei piatti del sud, ci infiliamo dentro le mani, ne strappiamo pezzi che imbeviamo nelle salse piccanti di contorno, poi per placare i bruciori allo stomaco ingoiamo a sorsate il lassi fresco. Tutto davvero squisito, per quanto il locale sia modesto, non frequentato dai turisti bianchi ma dal ceto impiegatizio locale. Così almeno sembra, per quanto non sia facile applicare le nostre categorie sociali all'India. Infine ci laviamo le mani e mastichiamo il digestivo di semi di finocchio e granelli di zucchero. E intanto la conversazione sembra chiarire la dinamica del nostro incontro, con delle filosofie accozzate mosse a difesa delle reticenze del linguaggio.

Giovanni e Laura hanno un progetto. È per questo che sono in India. Non è il loro primo viaggio qui. Per Laura è la seconda volta, Giovanni invece c'è già venuto cinque o sei volte e l'India è il paese che più ama. Anche più dell'Italia, anzi senz'altro più dell'Italia. È per i colori, per la spontaneità, per la bellezza delle donne, dice, per la frutta... e poi per la sacralità con cui la vita è vissuta, per la Dea e per il tantrismo. Giovanni si professa tantrico e indica in Laura la sua shakti, la sua controparte femminile, la sua sorgente di vitalità. Laura ne è fiera - ma c'è un'ombra di asservimento sulla sua fierezza. Giovanni è esuberante, sicuro di sé, chiacchierone; Laura parla di meno e comunque non è la voce narrante. Poi Laura, ma così solo a sentirla in superficie, sembra nascondere un languore spietato dietro le mosse con cui si accompagna a Giovanni e gli sorride. Si sente sua complice e questo la gratifica. [Qualcosa di Laura gli ricorda lei lasciata in Grecia. Lei che negava ogni amore che non fosse esclusivo e che si era sventrata di suo figlio.] Giovanni comunque intreccia i suoi sofismi alle spiegazioni del progetto, la ricerca di ragazze indiane da portare in Italia o in America forse - forse non l'ha ancora deciso o non lo vuole dire chiaramente - da istruire sulle tecniche e i principi tantrici e poi mettere a disposizione dei gentiluomini più doviziosi del luogo.
- In pratica volete aprire un bordello?
- Non un bordello! Un centro di erotismo tantrico. Sai quanti soldi si possono fare? Conosco certi disposti a pagare migliaia di dollari per giochetti del genere. Un posto di lusso, una spa del sesso, non un bordello del cazzo.
- E le ragazze come le cerchi?
- Mi aiuta lei... lei le riconosce a prima vista quelle adatte. Anch'io ormai ho una certa esperienza ma lei è infallibile.

Giovanni non specifica i dettagli del loro progetto, come raccogliere le donne e farle uscire dal paese, legalizzarle in America o in Italia, sostenere le spese. Forse ha degli sponsor, forse si sta inventando tutto e mi sfotte. Anche se la fuga precipitosa da Kamathipura non sembrava far parte di uno scherzo. A fine serata comunque sono soddisfatto della cena e della giornata trascorsa. Contento anche però di salutare quell'incontro annunciato a luci rosse senza scambi di indirizzi o richieste di altri appuntamenti.

venerdì 3 giugno 2011

Ellora

Alcuni giorni fa, prima di lasciare Bombay, ho deciso di andare a Kamathipura, il quartiere a luci rosse. Non tanto per la morbosità del luogo depravato e triste - già soddisfatta a suo tempo dalle vetrine di Amsterdam - quanto per non lasciare intentato l'oscuro suggerimento ricevuto all'ufficio postale. Ci sono andato in taxi. Li ho preferiti ai risciò in quella città, per limitare il continuo assediamento dall'esterno.

Il taxi ha fatto inversione di marcia e mi ha fermato a un angolo della Sukhlaji Marg, da dove avrei dovuto proseguire a piedi inoltrandomi a caso tra le strade secondarie e i vicoli. Se non che, mentre ero lì a contare le rupie per pagare la corsa, lo sportello dell'auto si apre con violenza, una ragazza viene spinta dentro e un ragazzo fa muro contro l'assalto di un anziano inferocito, che urla (insulti, penso) contro la ragazza e riesce infine a sputarle sui capelli. Il ragazzo comunque lo respinge e sbatte lo sportello, lo serra, concitato e in affanno strilla all'autista di allontanarsi subito e quello, colto d'improvviso, forse per cause sue pauroso, ingrana subito la prima e si rinfila nel traffico, senz'altro con troppa enfasi, tanto che sbatte contro un risciò e prosegue come nulla fosse, scordandosi del conto in pagamento e dei miei progetti. Dall'altra parte anche io non dico niente. Tutto è molto veloce, repentino e tra i capelli da pulire e il fiato da recuperare, quando riesco a dire la prima parola ci siamo già allontanati da Kamathipura.

Le spiegazioni sono vaghe e confuse. Camminavamo per Kamathipura... Laura ha indicato una gabbia... una maîtresse grassona seduta su una sedia ha urlato qualcosa in marathi... poi è uscito un tizio con un bastone, voleva picchiare Laura... l'ho spinto, è caduto, siamo scappati, quel vecchio ci ha intercettati... Di tutto questo affastellarsi di parole, ciò che è più sorprendente è l'italiano. I due tra loro hanno parlato in italiano, io poi sono intervenuto in italiano. Quando si sono calmati, ho fatto loro alcune domande di circostanza ma non avevano l'umore per una conversazione di quel tipo. Così siamo rimasti in silenzio. Finché il tassista non entra sul lungomare, accosta di fianco a un edificio con la bandiera dell'Ungheria e ci dice che siamo arrivati. Senza che nessuno gli avesse detto dove portarci. Risponde che non importa, che ora possiamo scendere, che anzi dobbiamo scendere. Ci ritroviamo così a passeggiare sulla grande spiaggia di Chaupatti, dove l'acqua del mare e quella delle nuvole si strizzano sulle camice degli uomini e i sari delle donne. Ci vanno a migliaia lì a volte, tutti insieme, quel giorno però non c'era molta gente.

I due parlano tra di loro. Seduto a terra con le gambe incrociate davanti a un falò, tra le palme di un giardinetto di fianco a uno stabilimento, un asceta mi rapisce l'attenzione. Porta una felpa nera, ha i dreadlocks e la barba brizzolati, gli occhi che sembrano bianchi, che sembrano bruciati, che sembrano pietre. Uno sguardo severo, disumano. Mi avvicino a lui con lentezza finché, tutto bagnato anche lui dalle acque, non arriva un ragazzo. Con un grande sorriso mi prende sottobraccio e dice: "Lui è il mio maestro, è un santo. Lui è un leone nella selva della mimamsa". Lo guardo e gli domando: "Mimamsa?". "Sì, il desiderio di conoscenza".