venerdì 27 maggio 2011

In fuga

Per definizione: si fugge sempre da qualcuno, da qualcosa. Dalla legge, sia questa a persecuzione dei criminali o, ingiusta, di etnie, diversità, minoranze; dalle persone, per torti, insidie, vendette, faide. Io sono in fuga per diminuire il realismo della vita. Per identico motivo ne scrivo, per sottrarre vitalità al suo disordine e sottometterla a un regime meglio amministrabile. Altri dicono di scrivere perché la vita non è mai abbastanza. Probabilmente intendono lo stesso.

Si tratta di distanziare il sentire, definire una zona franca come una guarnizione tra fuori e dentro che renda almeno un po' più sostenibile la ferocia delle banalità, ridurre al minimo le collaborazioni. Passare, uscire e entrare, toccata e fuga. Minimizzare le interferenze. Provarci.

Certo che ogni distanza è soggettiva e da quantificare volta per volta, ma è un po’ come spogliarsi, levarsi quegli stracci avvolti sulla pelle. Quegli insulsi ritagli di tessuto per i quali ci offenderemmo anche se qualcuno ce li sporcasse, con un po’ di caffè magari, con gli schizzi del sugo. Ma tolti, ora sgualciti, buttati su una sedia a un passo da noi, ora ci lasciano quasi indifferenti. Quasi: perché certo molto dipende dal valore che si dà alle proprie vesti. Una personalità su cui si è investito, pagata con fatica e con impicci, una personalità di prestigio, anche quando è lasciata in guardaroba è cosa delicata, non la si può cincischiare pensando che il proprietario venga a ritirarla e gli si dica: “siamo spiacenti, c’è stato un incidente”, oppure: “signore mio, che guaio! ci è caduto del vino, il suo soprabito s’è tutto macchiato”. Cose simili non vanno mica lisce. Qualcuno vorrà indietro i suoi indumenti e li rivorrà come prima. Griderà, picchierà i piedi e le mani, minaccerà di chiamare a giudizio. Farà il diavolo a quattro e proverà a cavarvi gli occhi se non gli ridarete il suo mantello e i suoi privilegi. A certe cose purtroppo ci si abitua.

Sarebbe meglio allora circolare nudi come i monaci cielovestiti d’India? - Certo si eviterebbero alcune rogne dovute alle false appartenenze. - Però dismettere gli abiti è rischioso. E lo è anche dare inizio al distanziamento. Si è a rischio di fatamorgana. Perché ogni scelta, qualsiasi vocazione, tende nel tempo a diventare abitudine, perciò costume. Lo stesso non accade forse con gli astri dei savi digambara, i monaci gianisti “vestiti di cielo”, che dopo molte lune e tanti soli sapranno ormai per certo quale costellazione indossare stanotte? Così che anche la nudità finisce per essere veste.

Resta un'ipotesi, che però è anche la più instabile e straziante. Cambiare sempre, mimetizzarsi, rendersi (quasi) irriconoscibili. Anche a se stessi. Trasformarsi, riciclarsi. Destrutturarsi, sottoporsi a lingue a sonorità  ignote che sembrino dire cose nuove, diverse. Afasia medica e scettica. Scrivere anche per confondere le carte in tavola, escogitare un sistema in cui nascondersi.

Condominio, Mumbai.

giovedì 26 maggio 2011

Mumbai

Dopo già due settimane di Bombay, finalmente stamattina ho cominciato a cercare Sonia. Ho visto che a Colaba ci sono quattro uffici postali e ho deciso di iniziare da quello più vicino all'albergo, su una strada parallela al lungomare, circa in mezzo tra il mio hotel e la Porta dell'India. Come in ogni ufficio postale dell'India, anche qui di fuori siedono alcuni scrivani e cucitori di pacchi, per gli analfabeti e per chi deve adeguarsi al loro sistema di spedizioni a punto doppio. Mi accosto a quello che mi sembra il più serio a vederlo, un vecchietto seduto su una seggiolina malandata dietro a un piccolo tavolo di legno; sotto il tavolino i suoi paraphernalia, al suo fianco un coetaneo, un amico con cui sta discutendo. Entro nel suo territorio, mi guarda e dice: "Buongiorno, signore! Come posso aiutarla?". Mi avvicino ancora, forse anche un po' troppo, e quello si incuriosisce del tentativo di creare intimità. Piega appena la testa per allineare il suo orecchio alla mia bocca. Così gli chiedo: "Forse si ricorda di una ragazza italiana che è venuta a spedire qui un pacco? È probabile che glielo abbia cucito lei". Dice: "A che ora è venuta la sua amica?". Rispondo: "Non ne ho idea...". Dice: "Ieri o oggi?". E dico, quasi ormai con verecondia: "No, due anni e mezzo fa...". Quello mi guarda per un attimo seccato e rattristato insieme e mi risponde: "Signore, sto lavorando qui". Mi affretto a scusarmi, gli dico che non lo sto prendendo in giro, gli spiego in due parole la mia storia. Dice: "Può chiedere anche agli altri, se vuole, ma qui siamo in India" e la sua conclusione è lapidaria, mi arriva come una sentenza delle mie velleità, quasi fosse possibile davvero riuscire in una simile ricerca. Poi aggiunge: "Arrivederci" e riprende con l'amico il discorso interrotto.

Non chiedo ad altri. Capisco, quasi il vecchio cucitore avesse dovuto darmene conferma, di avere iniziato a cercare Sonia nell'unico modo possibile ma anche forse il più sciocco: chiedere in un ufficio postale di Bombay di una donna andata a farsi cucire un pacchetto due anni e mezzo prima... Ritorno sui miei passi e appena fuori dal cortile della posta mi appoggio al muretto di cinta, accendo una sigaretta. Mi sento frastornato dall'immensità cui mi trovo davanti. Ho sognato di vederla rapida passare sotto il balcone dell'hotel, mista a una folla informe, ma non era che un'illusione, un ameno inganno. E per dirle cosa poi? E in effetti: perché venire a cercarla? Ricordo la curiosità e l'apprensione dovute al suo messaggio e al suo pacco, volerla rivedere, chiederle spiegazioni della scomparsa, del motivo per cui mi aveva spinto a pubblicare il libro... E all'improvviso, come di un'illuminazione, come se avessi fatto finta di non saperlo, me lo fossi nascosto, capisco di essere di nuovo solamente in fuga. Che la ricerca di Sonia è l'ennesimo pretesto; che le due donne amate ad Atene, infatuate di desideri e poi lasciate, non sono state che l'ennesimo pretesto. Questo almeno mi riconforta: sono io, come al solito. In fuga.

Ed ecco che a metà sigaretta si appoggia anche lui al muretto, uno che era stato a origliare le patetiche domande al cucitore. Ci avevo fatto caso ma non gli avevo dato importanza. In un inglese stentatissimo  mi dice: "Sir, you go look Kamathipura". Gli dico: "Dove?". Ripete: "Kamathipura. Is good place for you". Domando: "Dov'è Kamathipura?". Risponde: "You go". E come era venuto se ne va, forse incapace di aggiungere altro.

Sulla mia guida, rientrato in albergo, leggo che Kamathipura è il quartiere a luci rosse di Bombay. E non so se l'informazione ricevuta sia una traccia o se quel tizio abbia voluto suggerirmi che non sto molto in forma e che magari una scopata potrebbe giovarmi.

mercoledì 25 maggio 2011

Mumbai

Quando mangiare una pizza è prima ridicolo e poi diventa moralmente insidioso.

Domino's Pizza, una pizzeria americana di catena, un colosso del capitalismo alimentare, stazione di rifornimento banalissima, anonima, con l'aria condizionata però e il sollievo delle cose note e vivibili secondo gli automatismi della specie. Le ultime due fette della pizza pie si stanno raffreddando sul vassoio quando, a un volume esagerato che stupisce tutti, comincia a diffondersi nel locale la canzone Telephone di Lady Gaga e tra i clienti in fila alla cassa si fanno largo cinque camerieri, alla loro guida un adolescente paffutello, che presa posizione al centro della sala eseguono il balletto del video ufficiale della pop star [min. 3.20-4.20], con tutte le mosse effeminate, aggressive e sincopate studiate per filo e per segno. Il paffutello, ovviamente nella parte della Lady, va in su e in giù sculettando, aggrappandosi a una sedia per il casquet, flettendo la schiena all'indietro mentre solleva fino al culo il calcagno. Qualche signore li guarda con malcelato disprezzo, qualche signora sghignazza coprendosi la bocca con la mano. E poi all'improvviso, dopo un minuto di delirio, ritornano a servire ai tavoli come se niente fosse, quasi con aplomb britannico. E noi a mangiare le nostre pizze stralunate.

Ma dopo poi, appena fuori, appena lasciata l'intrusione bollywoodiana nel mio pasto, due fratellini miserabili stretti mano nella mano mi vengono incontro come se mi avessero aspettato, quello più grande trascinando le sue gambe poliomielitiche, entrambi sorridendo con esagerazione, e non vogliono i miei soldi, forse non ci hanno pensato neanche, e mi chiedono invece un gelato e di scattargli una fotografia mentre lo mangiano. Una fotografia che purtroppo non vedranno mai.

Coppia di fratelli di Mumbai.

lunedì 23 maggio 2011

Mumbai

La sinagoga dove mi ha portato Sarah è poco più a nord della stazione centrale di Bombay, Chhatrapathi Shivaji Terminus già Victoria. È una costruzione modesta bianca e azzurra, il cancello su un vicolo del mercato Masjid e le stelle di Davide in rilievo sembrano dipinte di fresco. La vernice è brillante. L'aspetto della costruzione però è trasandato, come il resto degli edifici che la circondano. Fa caldo. "È a causa della terribile umidità che precede i monsoni, ci sono trenta gradi celsius ma è come se ce ne fossero già quarantacinque. Oggi l'umidità è quasi all'ottanta per cento, ma tra un mese non si potrà respirare" - si chiama Samuel, è un vecchietto di novantun anni ma ben vispo, Sarah l'ha avvisato della nostra visita alla sinagoga e lui è venuto ad aprirci, a farci da guida. "Sarah è una carissima ragazza! Mi ricordo sua nonna, che era nata a Panvel. Ero stato invitato anche al suo matrimonio. Purtroppo i genitori di Sarah sono emigrati in Israele. Dico purtroppo perché non mi piace Israele. Io sono ebreo e la mia identità è ebraica, ma non vado in giro con la bandiera a dire a tutti quanto sono fiero di essere ebreo. Sono un indiano e sto bene qui. Siamo stati sempre bene qui in India noi ebrei, nessun problema come in Europa. Non vorrei mai vivere in Europa... In India rispettiamo tutte le religioni, solo i portoghesi ci hanno fatto dei problemi in passato... Sarah è una carissima ragazza, è così bella, vedi?, ma gli israeliani non mi piacciono per niente, anche se sono ebrei. Vengono qui dopo il servizio militare e fanno molto casino. Big balagan, eh Sarah? Qui a Mumbai non ce ne accorgiamo neanche, la città è molto grande e molto rumorosa, ma in altri posti non va bene, disturbano molto e prendono le droghe, che è anche contro la nostra religione. È contro tutte le religioni, credo... Una volta ero in vacanza a Goa con mia moglie e abbiamo dovuto chiamare la polizia. C'era un giovane israeliano tutto nudo che ballava sotto il nostro balcone! Senza neanche la musica, Dio solo sa come c'era finito là sotto... L'hanno portato via. E ho sentito di altri posti dove gli israeliani vengono e aprono ristoranti, bar, centri spirituali... vorrei vedere che centri... e costruiscono queste piccole Tel Aviv di drogati. A Pune, mi hanno detto, e a Delhi, perfino a Pushkar... No, non mi piacciono gli israeliani che vengono in India, a parte Sarah. Però ci sono nuove politiche nei visti e non è più come prima. Adesso dopo sei mesi di permesso fine, niente più rinnovo per almeno un anno. Così mi hanno detto... Ma io sono un vecchio, si vede, eh?, e non me ne andrei mai dalla mia amata India per un fazzoletto di terra con la guerra. Non mi interessa Gerusalemme, cosa vuoi che ci sia a Gerusalemme, è una città. Perché Dio qui da noi a Mumbai non c'è? C'è solo a Gerusalemme forse? C'è molta superstizione a Gerusalemme. Anche qui da noi sai, oh, moltissima. Ma appunto per questo non vado certo a cercarla così lontano e dove c'è la guerra perfino. Sì, capisco i confratelli europei, con tutta la storia di Hitler... ma qui da noi non c'è mai stato Hitler, perché andarsene? Qui c'era Gandhiji...".

Mentre stavamo entrando in sinagoga Sarah mi ha sussurrato: "Lo vedi come vanno le cose?". Era una frase aperta alle interpretazioni ma che lasciava affiorare una grande malinconia di fondo. Poi stamattina è partita. Ha scritto il suo cellulare indiano e l'email su una pagina del mio taccuino.

domenica 22 maggio 2011

Mumbai

Seduto sulla terrazza dell'albergo a bere Sapphire Bombay, un gin che mi fa ricordare i tempi del colonialismo inglese. Una memoria culturale indotta, cinematografica e libresca. Guardavo la strada di sotto, ieri sera, e l'ultimo formicolio della città fermarsi davanti al mare arabico, incantarsi sui riflessi delle navi ancorate nella baia dopo il tramonto; pensavo alle remote possibilità che Sonia passasse - in quel momento, in qualsiasi altro momento della città, probabilmente, quasi per certo ormai irriconoscibile. Nessuna immagine di lei da oltre dieci anni. Magra, ingrassata, vestita come, rasata, sporca, pulita, azzoppata, mendicante, santificata... solo visioni, solo immaginazione. E mentre mi figuro le forme presenti della mia ricerca e fantastico del territorio intorno - Arriano, Erodoto, Giulio SolinoGervasio di TilburyMarco PoloJehan de Mandeville, Ulisse Aldrovandi, quanti altri? Emilio Salgari - animali fantastici, ricchezze senza fine, femmine esotiche intrise d'ambra, pietre magiche, rituali d'amore, popolazioni teriomorfe, alberi sacri, sacrifici terribili, ginnosofisti, ecco, mentre fantastico e mi raffiguro nei miei studi sento: "Shavùa tov". Resto incantato a guardarla come una creatura dei miei sogni, scura, gli occhi brillanti come pirite e madreperla insieme, dentro una blusa bianca, leggera, appena trasparente e i pantaloni larghi, morbidi, anche bianchi. Sorride quasi stupita, avvicina un po' di più il viso e ripete: "Amàrti lechà shavùa tov, atà shomèa?". A mia volta le sorrido e mi giustifico, fingendo: "I don't speak hindi, sorry", ma lei scoppia a ridere e mi dice: "Pensavo che eri israeliano". "Israeliano?" rispondo, "no... perché?". "Sembri israeliano", dice. E poi: "Posso sedermi?".

Sarah. Appena uscita dall'India delle meraviglie, appena creata, comparsa, si manifesta in questo modo, stranamente. Prende anche lei Sapphire Bombay, la candela del tavolo la fa sembrare più olivigna di quello che forse è. Le dico: "Scusami se mi sono incantato a guardarti ma pensavo a una cosa... e poi quando ti ho visto mi sembravi indiana". Dice: "Perché, con le indiane ti incanti?" e sorride, nascondendo la malizia nel buio. Sorrido, provo a giustificarmi di nuovo: "Non è che mi incanto..." ma lei mi interrompe: "E poi io sono indiana". Gioca a confondermi: "Sei indiana? Avevo capito che eri israeliana...". "Infatti" dice, "sono israeliana. E indiana". E mi racconta la storia che ignoravo degli ebrei dell'India, brevemente, senza erudizione. Mi dice dei suoi genitori emigrati in Israele negli anni '70, del suo viaggio per una visita ai parenti rimasti, una zia e dei cugini di Pen, poco più a sud in Maharashtra. Uno dei suoi viaggi periodici in India. Mi chiede se ho già imparato a mangiare con le mani. Dice che uno dei suoi ricordi più cari dell'infanzia è proprio di sua zia qui in India, che la imbocca con la mano destra. La mano che rimaneva poi imperlata di riso e vegetali e insaporiva il cibo: "Mangiare con la forchetta toglie sapore al cibo, ci hai fatto caso?". Rispondo di no, ma che ci starò più attento da domani.

"Quando parti?" le chiedo.
"Dopodomani, di mattina. Ho il treno alle sei e mezzo da Diva. Dovrò svegliarmi presto, ci vuole più di un'ora con il taxi per arrivare in stazione".
"Treno deluxe?".
"Direi proprio di no... Se non altro a quell'ora non ci sarà il traffico".

Penso che Sara è la mia prima connessione con l'India stavolta. Mi chiedo se è da lei che cominci la via che porta a Sonia. Le chiedo se ha da fare domani. Mi risponde che possiamo andare insieme a vedere la prima sinagoga di Bombay. Non è lontana dalla vecchia stazione Victoria - dove hanno fatto gli attentati terroristici tre anni fa, ti ricordi? Come all'hotel Taj Mahal, qui di fianco. L'umore di Israele che empatizza con l'India.

mercoledì 18 maggio 2011

Mumbai

Li avevo intravisti, inevitabilmente visti all'arrivo, mentre dall'aeroporto il tassì mi portava a Colaba, come un lavoro patchwork a lato della strada. Uno shock turistico comune a ogni letteratura contemporanea che scivoli nei paraggi. Oggi ho voluto tornarci, chiuso nella sicurezza di una lamiera gialla e nera sbocconcellata dalla ruggine, polverosa, afosa. Qualcuno ha scritto che questa è una città di cui ti innamori a prima vista o da cui fuggi in fretta. Non credo che l'amerò. Tutto è troppo qui, tutto ha l'aspetto di una fistola esplosa. Pensare a Roma da qui, pensare ad Atene, è come pensare a un rifugio confortevole, a un sollievo. Per il rumore, per l'inquinamento, per la miriade entomorfa di ceffi, di sguardi, di parole, di esortazioni, di tocchi, di richieste. Però non fuggirò oggi e neanche domani.

Abbiamo circolato per due ore intorno allo slum di Dharavi, accerchiati da un traffico inumano, dai rifiuti, dai venditori di ogni cianfrusaglia; bambini nudi e lerci a chiedere soldi impudichi tra le auto, rabbiosi al mio rifiuto. Già troppo minacciosi i bambini per trovare il coraggio di scendere e inoltrarmi tra i vicoli scuri, tanto aderenti alle baracche da sembrare fessure in un muro, cubicoli a vista di lamiere e cartoni e legni e di tendine a brandelli e donne accoccolate sui calcagni a un gradino di distanza dal terreno umido. Umido in parte fognario. Canalizzazioni che evacuano immondizie organiche e di plastica davanti alla porta di casa. E non so immaginare come sostengano quelle loro baracche di latta erigendo anche un piano sull'altro, fino al terzo o al quarto. E poi ci camminano sui tetti. Non so come tutto non gli crolli sulla testa al primo soffio di vento come un castello di carte. Qui non c'è spazio - non c'è lo spazio fisico e senz'altro neanche morale - per la minima realtà edificante, per nessuna speranza. Da qui non uscirà mai uno slumdog millionaire per una passeggiata sul tappeto rosso di Hollywood. E neanche di Bollywood. Non gli è permesso. Questo è il buco del culo sporco dell'umanità, la discarica del boulevard of broken dreams e nient'altro. La redenzione non è contemplata e non è ammessa.

Mentre mi riportava all'albergo il tassista mi ha detto dell'esistenza di innumerevoli slum in città, a riempire ogni spazio lasciato libero da altri condomini, dalle strade, dall'acqua, dai templi... anche a Colaba, più giù, dopo gli alberghi. Market, l'ha chiamato. Ha detto che lì potevo scendere, che era più sicuro. L'ho pagato, pensando di rientrare poi a piedi. Appena sceso è passato un bambino che mi ha biascicato contro un "mother chud". Ho pensato al più sicuro appena detto, ho guardato il tassista per dirgli "sei sicuro?". Ma lui ha fatto finta di niente, ha girato gli occhi da una parte. In compenso ho visto passare altri turisti (perché non sono altro che un turista) e mi sono rassicurato. Ho infilato uno di quei vicoli che mi avevano turbato e a passarci in mezzo non puzzava neanche, non sembrava neanche un po' pericoloso, c'era odore di cipolle fritte e di curry, anche se sarei potuto sparire in un momento e finire macinato per il pranzo. 

Il vicolo è sboccato su un piazzale luminosissimo, per il contrasto con la scurezza di prima, e polveroso, dove squadre indefinite di decine di giocatori correvano dietro a una palla sgonfia e gridavano, si sbracciavano. Nessuno mi ha guardato.
Sono passato dentro le loro case e nessuno aveva l'aria di vedermi.
Qui sono io che non esisto. Il fantasma.

venerdì 13 maggio 2011

Mumbai

[la data di questo post è giovedì 12 maggio 2011, ma per misteriose interferenze il post era scomparso dal blog]

Ieri, appena arrivato, la prima fregatura. Avevo dimenticato il tipo di assalto al turista cui si viene sottoposti se ci si mostra indecisi, anche solo un poco vulnerabili. La stanchezza magari mi faceva tenere bassa la guardia. Uscito dalle porte a vetro dell'aeroporto, la ricerca del taxi. A differenza di Delhi, Bombay non offre un servizio di taxi interno all'aeroporto, in un certo senso assicurato, e ognuno si arrangia come può. Nell'ignoranza delle tariffe (la mia guida non le riportava o forse io non le ho lette), mi sono messo a trattare il prezzo della corsa a partire da quello proposto dal tassista. E pur riducendolo della metà, sono riuscito a pagare tre volte il prezzo reale. L'ho scoperto solo parlando con il concierge dell'albergo. Cose già messe in conto, c'è poco da fare. In cambio mi è tornata su tutta di un colpo la sensazione già provata le altre volte di sentirsi preda. Sembrerà esagerato... Sentirsi preda: essere guardato a vista come fonte di reddito, come cibo in un certo senso. Non sempre ma spesso. E quasi mai in senso cannibalico. La sensazione di essere appesi ai cavi suboceanici dei bancomat, al sistema di comunicazioni planetario; il valore del proprio benessere, a volte anche della propria sicurezza, legato alle possibilità di prelevare moneta. Modalità comodissima e infida.

Prendo le cose con calma. La città è già abbastanza frastornante. Comincerò le mie ricerche quando ne avrò voglia, per ora passeggio per i negozi di Colaba. Ce ne sono di bellissimi, con oggetti artigianali eccezionali. Undici anni fa avevo comprato qui una maschera di Ganesh in legno massiccio, il volto elefantino colorato di rosso, un pezzo speciale. Non mi preoccupo ancora del travaso culturale e stamattina ho fatto colazione con cappuccino e cornetto in un bar vicino al Gate of India. Ho letto le mie email, i giornali inglesi - c'era anche una copia de la Repubblica di ieri. Solo turisti nel bar. Anzi no, sono arrivati anche un paio di ragazzi indiani del tutto anglicizzati, asciutti e sportivi, vestiti con polo firmate e mocassini. Hanno bevuto caffè espresso indifferenti al contesto.

L'aria è già imbevuta dell'umidità torrida dei monsoni che si stanno formando.

Mumbai, la City da Marine Drive  

mercoledì 11 maggio 2011

Dubai, aeroporto

Non so come spiegarla (motivarla) la sensazione di strisciante razzismo di questo aeroporto. Non so neanche di preciso dove mi trovo, non conosco il paese. Il lusso consumistico smodato e la brillantezza della zona centrale in cui si entra all'arrivo, nell'immenso Terminal 3, si sfalda intorno al gate 220 in una specie di caravanserraglio di gente addormentata, senza scarpe, con una coperta sulla testa, accartocciata sui sedili o sdraiata a terra. Tutti volti scuri. L'oriente e l'Africa che si accomodano come meglio possono tra i privilegi d'occidente.

martedì 10 maggio 2011

Atene, aeroporto

Il volo è previsto per le quattro e quaranta di oggi pomeriggio. Quattro ore e venticinque minuti fino a Dubai, poi quasi sei ore di attesa prima della coincidenza per Bombay. Arriverò a destinazione alle otto e un quarto di domani mattina (ora locale), direttamente in camera da letto. Non so quanto potrò riposare durante la notte. Ho prenotato una stanza allo Harbour View, un hotel di Colaba, vicino alla Porta dell'India. Di prezzo medio, circa settanta euro, un po' costoso ma non per Bombay. Bombay è una città cara.

Ho preferito arrivare a Bombay perché è da qui che Sonia due anni fa mi ha mandato il pacchetto con i nostri manoscritti. Lei o chi per lei. Non che pensi che questo possa aiutarmi granché, si tratta pur sempre di una città di dodici, forse tredici milioni di abitanti... Confido sul fatto che visitando il luogo possano venirmi delle idee, mi si apra qualche pista da seguire. 
Colaba e qualcos'altro che si era scolorito, il timbro postale non registrava altro. A parte la data, sì, che però non mi servirà. Il pacchetto non era certo assicurato, l'indirizzo del mittente mancava. Era uno di quegli involti di cotone ancora cuciti a mano dagli scrivani che stazionano fuori da ogni ufficio postale indiano. Posso solo sperare che sul posto qualcosa si attivi - magari una sinapsi illuminante, magari una delle famose coincidenze dell'India.

Sono in aeroporto e aspetto l'apertura del check-in. Non c'è neanche molta gente in giro. Sono arrivato in anticipo, come sempre, per diluire il tempo dell'attesa e entrare nello spirito del viaggio. Non tanto di quello che farò quando sarò arrivato, ma del viaggio in sé, dello spostamento, del movimento. Gli spostamenti mi portano sempre in uno stato mentale di felicità. Mi sento libero, di non appartenere a niente. Divento anche più forte. A volte - mentre mi muovo, quando mi sposto - mi capita di sentirmi più aggressivo e invincibile. Forse perdo contatto con la realtà, con quella relativa stabilità di cui è fatta la gestione delle nostre faccende; o forse acquisto velocità, impeto, potenza come un guerriero nomade a cavallo. Non che mi ritenga un guerriero. Però ho creduto spesso che la dimensione più mia fosse nel viaggiare, muoversi, spostarsi, tagliare gli spazi, stabilire relazioni provvisorie con i loro abitanti. Passare invece, depredare, spostarsi. Per questo, riportando l'immaginazione verso una maggiore concretezza, ho desiderato spesso di vivere in un camper e cambiare indirizzo ogni giorno, o quando ne avrei avuto voglia.

Aeroporto Internazionale di Atene, "Eleftherios Venizelos".