mercoledì 27 aprile 2011

Atene

Sfera armillare tolemaica.
Mi sono sempre trascinato dietro qualche libro, ogni volta che ho viaggiato. Tre, due... un libro che ritenevo mi fosse indispensabile per la riuscita stessa del viaggio. Credo che fosse un modo di mantenere un minimo di controllo sull'ignoto che mi avrebbe aspettato, piccolo o grande che fosse; un modo di filtrare l'ignoto e immediatamente ristrutturarlo in qualcosa di più o meno conosciuto, comunque già studiato, scritto, codificato. Un po' come intraprendere un viaggio transoceanico con la mappatura di meridiani e paralleli, per tracciare in ogni momento necessario due righe e trovare un punto e dire "io sono qui". Ci sono, sono qui. Cosa che rientra nel novero delle illusioni di sicurezza, visto che comunque può sempre succedere di tutto; d'altra parte gli imprevisti possibili, quando si conosce il mondo - anche se imperfettamente o astrattamente - si riducono in modo sostanziale. Ci si preserva meglio. Per me poi, che ho conosciuto quasi tutto sulla carta, avere del cartaceo appresso su cui potere fare affidamento ha sempre avuto una grande rilevanza. Viltà che ho pagato a caro prezzo a ogni trasloco, per trasportare scatole e scatole con le centinaia di libri accumulati (forse già qualche migliaio), molti neanche letti ma sempre lì di guardia e pronti ad arginare i marosi dell'irrazionale, dell'irragionevole e della non conoscenza.

Non stavolta. E non perché all'improvviso sia diventato coraggioso. Forse è solo e ancora l'aspirazione alla purificazione che mi spinge, quella che ho già chiamato tabula rasa; o forse è perché i nuovi mezzi di connessione di massa rendono estremamente semplice tenere o ristabilire i contatti con le proprie stabilità e certezze e c'è meno da cautelarsi, la sicurezza virtuale è più efficiente e molto più leggera. Niente libri così per me stavolta. E poi non so neanche da dove comincerò le ricerche e non ho idee sul metodo da seguire. Ma ho la sensazione di essere sul punto di inoltrarmi in una foresta nel cui fitto i sentieri si perdono e si confondono fino a tornare a essere solo diradamenti tra gli arbusti; senza conoscerne le bestie, le insidie, la vegetazione; di volermi mettere alla prova, spingermi forse fino a sfidare la foresta - io, un omuncolo di città... vedere cosa sono in grado di fare da solo. Da solo in un subcontinente di un miliardo di individui.

sabato 23 aprile 2011

Atene

In previsione della partenza, rimettendo in ordine il mio archivio di scritture altrui, ho ritrovato una pagina di alcuni anni fa, con su due citazioni, di Aristotele e di Leopardi. Tanto per dire che in fin dei conti uno insegue sempre sé stesso.

Aristotele, Politica B7, 1267b 4

(...) perché il desiderio per sua natura non può essere soddisfatto, mentre la maggior parte degli uomini vive solo per quello. [(…) άπειρος γάρ ή τής επιθυμίας φύσις, ής πρός τήν αναπλήρωσιν οί πολλοί ζώσιν.]

Giacomo Leopardi, Zibaldone 646-649

12 Feb.1821
La somma della teoria del piacere, e si può dir anche, della natura dell'animo nostro e di qualunque vivente, è questa. Il vivente si ama senza limite nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il bene, e si desidera il bene senza limiti. Questo bene in sostanza non è altro che il piacere. Qualunque piacere ancorché grande, ancorché reale, ha limiti. Dunque nessun piacere possibile è proporzionato ed uguale alla misura dell'amore che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun piacere può soddisfare il vivente. Se non lo può soddisfare, nessun piacere, ancorché reale astrattamente e assolutamente, è reale relativamente a chi lo prova. Perché questi desidera sempre di più, giacché per essenza si ama, e quindi senza limiti. Ottenuto anche di più, quel di più similmente non gli basta. Dunque nell'atto del piacere, o nella felicità, non sentendosi soddisfatto, non sentendo pago il desiderio, il vivente non può provar pieno piacere; dunque non vero piacere, perché inferiore al desiderio, e perché il desiderio soprabbonda. (...) Dunque la felicità è impossibile a chi la desidera, perché il desiderio, sì come è desiderio assoluto di felicità, e non di una tal felicità, è senza limiti necessariamente, perché la felicità assoluta è indefinita, e non ha limiti. Dunque questo desiderio stesso è cagione a se medesimo di non poter essere soddisfatto. (...) Dunque ogni vivente, per ciò stesso che vive (e quindi si ama, e quindi desidera assolutamente la felicità, vale a dire una felicità senza limiti, e questa è impossibile, e quindi il desiderio suo non può esser soddisfatto) perciò stesso, dico, che vive, non può essere attualmente felice. E la felicità ed il piacere è sempre futuro, cioè non esistendo, né potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente, e nella speranza, o aspettativa che ne segue. Le présent n'est jamais notre but; le passé, et le présent sont nos moyens; le seul avenir est notre objet: ainsi nous ne vivons pas, mais nous espérons de vivre, dice Pascal.

giovedì 14 aprile 2011

Atene

Ho comprato i biglietti per l'India. Partirò dopo Pasqua. Di tutte le cose fatte, sono rimasti mucchietti di ricordi, neanche di cenere. Sento in questo momento, dopo avere smantellato un po' di tutto, di non avere altro da fare se non cercare Sonia. Forse ricominciare con l'utopia dell'autentico, non so. Forse solo riprendere la fuga.

Delfi, Muro poligonale con iscrizioni votive e ringraziamenti ad Apollo.
[ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ]

martedì 12 aprile 2011

Atene

Sembra futile, quando tutto intorno le relazioni d'amore [definisci “amore”] si ristrutturano nei termini di individualità e consumo e le famiglie rinascono sotto le mentite spoglie di due padri o due madri accoppiati, uniti in matrimonio se possibile, e di figlie e figli partoriti dalle transazioni commerciali di uteri in affitto e ovulazioni ed eiaculazioni altrui, raccolte e poi innestate al microscopio, impiantate. E davanti a questa immane rivoluzione biosociale, trovarsi a riproporre i desideri più maschilisti – l'amore e il desiderio per due donne, ma donne di costituzione solita, romantiche, quasi cenerentole, scelte proprio per quello, e volerle unite entrambe a sé in una famiglia, è a un tempo obsoleto e troppo innovativo per andare. Non più l'organigramma abituale di una femmina e un maschio, ma neanche quello delle rotture in voga, che perpetuano comunque la coppia; trovarsi all'ombra di due mondi e di due idee della sessualità e delle relazioni d'affetto, con velleità dalle sembianze patriarcali per la rivoluzione in corso ma troppo libertarie per la tradizione.

Sembra futile – è futile – cercare di convincere chi si ritiene sano, ben saldo agli argomenti del suo tempo, che combinare desideri e matrimoni è perverso come mettere insieme l'intraprendenza negli affari e la giustizia sociale; che il bisogno di sentire i desideri non sopravvive (mai?) ai fatti quotidiani e si impantana, tende a sovvertirne l'andamento quieto: I love to love, hit della musica disco – e non è più io che amo ma il bisogno di sentirsi innamorati, come il sale nel cibo. E il ruolo borghese e romantico di una moglie matrice e prostituta personale, con cui si condividono la casa e il letto, schiacciato tra l'ideale nuovo di relazioni di facile consumo, gestite anche da donne indipendenti, di famiglie (ri)componibili a piacere come delle cucine postmoderne, e quello decomposto del concubinato di corte, per cui il matrimonio sanzionava rapporti di interesse e i desideri divagavano in relazioni passionali provvisorie o nei bordelli.

Ecco così che i personaggi sono stati tre, ma di un solipsismo: lui, lei e lei. E i loro nomi in casi come questi vanno meglio tenuti nascosti. Non sono rilevanti, a meno che non se ne voglia fare un gadget a cuoricino con su incise le loro iniziali. Un cuoricino tricorno e deforme, chissà poi se batte. Chissà se è evoluzione, se sarebbe funzionale al suo scopo. Struttura destabilizzata da ricentrare. O da lasciare magari senza centro, come una macchia. Tre persone e dei legami a macchia. Un coacervo di desideri inventati, di sentimenti manipolati, strattonati, solo in fondo per una sudata e qualche passo di ballo sulla pista...  I love to love... solo per soddisfare i desideri, queste bocche da sfamare senza fondo.