mercoledì 23 marzo 2011

Atene

Ci sono cose troppo difficili da realizzare. E l'utopia della tabula rasa, della verginità che dovrebbe permetterci di essere noi stessi, è di quelle davvero irrealizzabili. Si costruisce sempre su qualcosa. Nei casi più fortunati sulle rovine di una civiltà fumanti, su dei cadaveri. Che fatica inutile così amare una donna, uniti da un rapporto annoso, non frusto, fondamenta, e insieme innamorarsi di un'altra, ormonale, gusto del desiderio, dispensatrice di soddisfazione, e non riuscire a, non potere trovare una geometria condivisa per mettersi d'accordo e ricevere ognuno secondo i suoi bisogni, e dare ognuno secondo le proprie capacità. Ambizione in fondo  banale, riproduzione di una forma famigliare, per quanto insolita. Ritenendo che i sentimenti, anche là dove non ci sono, si possano creare – il che è vero, nella stimolazione delle aspettative e dei bisogni, ma non contro ogni forma di abitudine. Lì far diventare i propri desideri transitivi non è più possibile; il sentire (o il sentito dire) lì si fa impermeabile. E si ricade nelle forme degli amori così come insegnati, degli amori narrati, sia in modo cortese o borghese, di quel modo di sentirsi innamorati che è storia e che è letteratura e che è attualmente affari e famiglia e desiderio fisico confusi in un impasto. E poi per noi, persone minute, davvero un po' conformi: che c'è di più plebeo di innamorarsi? 

Mi ritrovo oggi esausto per il troppo volere ostacolato – ostacolato da me stesso, da chi mi sta intorno; un volere fatto utopia, fatto quasi delirio. Fatto cosa banale e trita, cosa di corna, fatto dolore spicciolo e un po' idiota.

Inoltre un tripode azzoppato non sta in piedi. I loro amori puri, specchi di cuori devoti e pornografici, macchiati dall'ostilità di un pretendere esotico, diverso, arido forse, freddo di un fagocitare spietato. Senz'altro in contrarietà ai loro entusiasmi per gli affetti biunivoci, fedeli. Un pretendere zoppo e che azzoppa. Dall'altra parte infatti un'ipotesi obliqua, insolente, quello che alcuni altrove, dove le società e noi siamo meno appassionati al ciarpame, hanno deciso di chiamare poliamore, quando ci si vuole in più di due e si mescolano lingue, umori, buchi, cercando di conferire alla novità relazionale anche validità giuridica, per garantirsi i medesimi diritti di chi aderisce al solco della tradizione. Ma solo in un paio di luoghi più spregiudicati (in Olanda, forse negli Stati Uniti), dove le interferenze sociali, culturali e degli affetti sono tali da riuscire a volte a frantumare la legge morale – sempre ipocrita, a uso del controllo – a vantaggio delle felicità individuali. Anche se le felicità individuali dovessero poi rivelarsi cose fatue.