È curioso questo stato d'animo che si è diffuso per cui se una storia è verosimile allora è anche vera, anzi allora è accaduta a chi la dice. È una strana fame di realismo, inedita mi sembra. Probabilmente il risultato più nefasto delle messe in scena della realtà: la realtà rappresentata e esasperata, l'iperrealtà. E non si riesce neanche più a distinguerle. Come se una vita non fosse più abbastanza o non fosse neanche più vita, se non viene raccontata agli altri. Come se fossero gli altri in effetti a renderci vivi - e che sarebbe un grande passo in avanti ammetterlo, a capirlo.
Quando vivi nel mare sei un pesce. O un mollusco o un crostaceo o un'alga o un corallo o un mammifero marino o una stella di plancton. Ci sono margini formali di libertà al vivere in acqua. Se invece sei un animale terrestre e fai il bagno, non appartieni all'acqua e puoi uscirne; anche se sei un uccello pescatore. Non altrimenti. I limiti sono dati. Non si scelgono, non si possono travalicare se non con grandi sforzi e con degli artifici. Cose soltanto umane. Ma i limiti informati? Le cose del sentire e del volere? Le strutture acquisite che ci identificano e che crediamo essere noi stessi? Senza le quali non sappiamo più neanche respirare. Come con la testa sott'acqua e senza branchie.
Delle invenzioni alcune sono criptiche. Non sappiamo quando le hanno inventate né chi né come o se. Ne abbiamo perso le tracce, o forse si trovano in posizione analoga agli occhi, con cui si vede e non si possono vedere. Senza uno specchio. I sentimenti e i desideri che ci troviamo addosso come fasciature poco elastiche, anzi pochissimo. Anzi come armature e camicie di forza. Tegumenti. Noi siamo loro ma noi non li abbiamo mai scelti. Né chiesti. E allora ci adattiamo a ritenerli strutture naturali - come amiamo, come desideriamo. Per non disperarci, per continuare a credere di esserci, per non dissolverci. Per la sensazione di avere il controllo di noi stessi e magari del mondo. L'identificazione con ciò che ci possiede. Che è solo lo status quo dei dominanti che diventa natura. Cioè abitudine naturalizzata, una seconda natura. E che si tramanda. Che ereditiamo e che ci conforma. Tanto più profondamente quanto più in modo evidente, condiviso. I desideri che prendono una forma. I sentimenti che ci danno una forma.
E poi agli status quo ci si affeziona. È una questione di inerzia naturale, di conservazione di se stessi. È l'arte di contrapporsi ai mandala. Opere in polvere e colori raffinati fatte per dimostrare di esserne capaci, che poi vanno distrutte. A riprova della caducità delle cose esistenti, di quello che si inventa. L'impermanente.

