domenica 30 gennaio 2011

Atene

Tu m'as séduit tout à coup et moi... Ha amato due donne, ecco tutto. Insieme.
Sbuffi... “Sempre le stesse storie di corna rivestite di falsi sentimenti. Famiglie sfasciate, intemperanze... Caro, meno male che noi due siamo diversi. Andiamo via di qui, per favore”.
Ha desiderato quello che non è permesso dalla legge. Né pubblica né privata. Una famiglia dispari, sovrabbondante. Je me suis laissé séduire.
“Aspetta un attimo, cara, forse non è la solita storia di corna...”. O forse sì.

È una storia in cui si parla di abitudini tanto radicate, respirate così da subito nella vita e da sempre da diventare una seconda natura. Fino ad appropriarsi del nostro sentire. Un sentire che in effetti si forma sul noto e sull'abituale. Sistema radicato perfino nel linguaggio (o anzitutto nel linguaggio, visto che come si parla si pensa), dove le definizioni dell'amore erotico esterno al matrimonio, anche se popolari e condivise, sono sempre sconvenienti, biasimevoli, da condannare: “affaire”, “extraconiugale”, “amore galeotto”, “tradimento”... È così che le comunità pretendono, per via di leggi, dicerie e minacce, il diritto di espropriare l'individuo dei propri desideri. Anche se a rigore i desideri degli individui appartengono alle comunità che li hanno prodotti. E che perciò hanno pure il diritto di ritirarli.
“Andiamo pure, cara”.

Ha amato insieme due donne che invece hanno detto: no, la coppia romantica, niente di irregolare o di asimmetrico, solo io, una linea retta, niente spigoli, nessuna triangolazione. Forma delle abitudini, appunto. Le cose come si fanno. E come vanno fatte. La porta di casa.

giovedì 20 gennaio 2011

Atene

C'è questa sensazione vieta, medievale se non veterotestamentaria che mi disanima, mi turba da un tempo che ormai non ricordo più neanche quando è cominciato: che la mia vita sia un carosello di cliché – sentimenti già sempre sentiti, pensieri già pensati, gesti già agiti o comunque già contemplati; assediato da desideri apocrifi, ripetitivi, ripetuti e quindi non valere più di un avvoltoio affamato di carne morta, anzi dei rimasugli dei pasti consumati da altri e forse solo delle ossa che per quegli altri sono state immangiabili. Nel bestiario essere un quebrantahuesos. E ho cercato persino di rassicurarmi con i libri e con le cose scritte e con il libro... che c'è di più ovvio? Infatti è cambiato ben poco. 

          Qoelet 1, 9: אֵין כָּל-חָדָשׁ, תַּחַת הַשָּׁמֶשׁ [nihil sub sole novum].

Qoelet, la mia maledizione. O magari il contrario. Per chi nasce nel segno del Qoelet c'è poco da fare: è vivo come un morto che passeggia in un cimitero.

        Joannis Saresberiensis Metalogicon III, IV: Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos, gigantium humeris incidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea [Bernardo di Chartres diceva che siamo come nani seduti sulle spalle di giganti, che possiamo vedere più cose e più lontano di loro non per l'acutezza del nostro sguardo o l'altezza del corpo, ma perché siamo sollevati ad altezza gigantesca].

      Julio Cortázar, Historias de cronopios y de famas (¿Qué tal López?): Un señor encuentra a un amigo y lo saluda, dándole la mano e inclinando un poco la cabeza.
Así es como cree que lo saluda, pero el saludo ya está inventado y este señor no hace más que calzar en el saludo. (…)
-¿Qué tal López?
-¿Qué tal, che?
Y así es como creen que se saludan.

Queste le mie rubriche, per iniziare. Tutto è altrui. Tanto vale allora raccontare questa storia come se non mi appartenesse, come se fosse una storia e come se ci fosse in effetti qualcosa da raccontare. Il sentimento di déjà vu, l'impersonalità e la genericità resterebbero ineliminabili comunque. E almeno così (forse) mi intrattengo.

Ha pensato: “Drop your bomb, Romeo”, cioè chiedi quello che vuoi. Se non lo farai tu, nessuno lo farà per te. E ha chiesto. Ma che cosa ha chiesto? Cosa ha potuto chiedere se non quello che era stato già chiesto un numero infinito di volte e dalla notte dei tempi: tu m'as séduit et moi, je me suis laissé séduire.

“Il fatto è che io non sono come voi”.
È una frase da adolescente, lo sa da sé. Allora glossa: non sono come molti di voi, come la maggior parte insomma. Né migliore né peggiore in effetti. Inerte come voi, anche se le opinioni di cui vi adornerete per giudicarmi – niente di vostro in effetti – vorranno farmi sentire peggiore. Né migliore né peggiore allora, comunque non ironico (secondo quel tipo di discorso banalissimo e sciatto, deprimente, che chiamano ironia oggi), supponente e quindi una minaccia. Soprattutto perché conosco il taglio dei miei costumi, so dell'asservimento a cui sono costretto e ho cercato soluzioni autentiche, dissacratorie [diffamatorie], finali, non la porta di casa. Ho sempre cercato solo quelle. Fallendo sempre. Forse per indolenza o perché ogni completamento è incompleto, si sbriciola sui bordi. Non è facile. O forse perché sono doppio, come è inciso nel mio nome dal dio bifronte, Ianus, che guarda avanti e indietro; perché voglio tutto, e l'autenticità finale (presunta) della cenere, bruciata la casa e la sua porta, e rimanerci dentro sano e salvo. Sono cose da bambini adulti, da gente non cresciuta.