lunedì 29 novembre 2010

Solipsismo

La ricerca della sorgente unica - per gradi di sviluppo: animismo, monoteismo, monismo - conduce inevitabilmente a un discorso dell'individuo del tutto autoreferenziale. 
L'esperienza universale in utero, là dove l'io non è differenziato dall'altro, lascia come indelebile bisogno la ricerca della sorgente unica, comunque poi la si descriva o immagini: da qui il conflitto eterno con il mondo e con le volontà degli altri; da qui il desiderio riproduttivo.
Il perseguimento (anche inconsapevole) dell'unità, dell'unificazione con il mondo esterno - e quindi la ricerca di una macrosituazione in utero - comporta l'invenzione [l'invenzione!] di strumenti autoreferenziali utili a un riconoscimento progressivamente complesso: lo specchio, il libro, il telefono, la televisione, internet.
Nel contempo proseguono, assimilandosi allo "spirito dei tempi", le ricerche per l'unificazione dello stato transitorio a quello rigenerativo: magia, astrologia, alchimia, medicina genetica. Scopo: l'immortalità.
Pulsione solipsistica e angoscia della morte strutturano un'ipotesi, che per alcuni forse è o diventa un assioma: l'esistenza di Dio.

Come va, López?

Un signore incontra un amico, gli stringe la mano e fa un leggero cenno con il capo.
È così che crede di averlo salutato, ma il saluto è già stato inventato e il signore educato non fa che calzare il saluto.
Piove. Un signore si rifugia sotto un portone. Quasi mai i signori come lui sanno che in fin dei conti sono scivolati su un toboga prefabbricato sin dalla prima goccia di pioggia e dal primo portone. Un umido toboga di foglie fradice.
Ed i gesti dell'amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Marco Antonio cercò quel che cerca la tua mano, né la sua cercò né la tua cerca qualcosa che non sia già stato trovato fin dal tempo dei tempi. Ma le cose invisibili hanno bisogno d'incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte.
Ciò che è veramente nuovo fa paura o meraviglia. Queste due sensazioni ugualmente vicine alla bocca dello stomaco accompagnano sempre la presenza di Prometeo; quel che resta è la comodità, quel che riesce sempre più o meno bene; i verbi attivi contengono il repertorio completo.
Amleto non dubita: cerca la soluzione autentica e non il portone di casa o le vie già percorse - nonostante le scorciatoie e i crocicchi che offrono. Vuole la tangente che incrina il mistero, la quinta foglia del trifoglio. Fra il sì e il no, quale infinita rosa dei venti. I principi di Danimarca, falchi che scelgono la morte per fame piuttosto che cibarsi di carne morta.
Quando le scarpe stringono, buon segno. C'è qualcosa che cambia, qualcosa che ci dimostra, che sordamente ci pone, c'imposta. Per questo i mostri sono tanto popolari e i giornali vanno in estasi per un vitello bicefalo. Quale opportunità, quale abbozzo di un gran salto verso l'altro!
Guarda chi si vede.
- Come va, López?
- Come va, carissimo?
È così che credono di essersi salutati.

(Julio Cortàzar, Storie di Cronopios e di Fama)

sabato 27 novembre 2010

Homo domesticus


Certe volte fa proprio paura rendersi conto da che specie di mostro siamo circondanti mentre ci dedichiamo, ormai inetti, ad attività come guardare la televisione o aggiornare un blog a tempo perso.


E d'altra parte mette una certa ansia vedere con quale noncuranza il mostro venga trattato, quasi non fosse in effetti un mostro impietoso e cruento ma una bestiola da camera.

giovedì 25 novembre 2010

Claustrofobia sociale

Il mio rapporto con la madre patria è di tipo orbitale ormai da molti anni.
In passato avrei preferito fosse di tipo iperbolico, veloce rotazione intorno alla massa nazionale e poi allontamento indefinito. Non mi è strato possibile e mi devo accontentare della sospensione circolare.
Mi sono chiesto spesso perché. Perché questa spinta centrifuga, senza essere di quelli che partono a cercare lavori all'estero. Non è mai stato quello il mio motivo.
Il mio motivo è sempre stato un'insofferenza trattenuta e coscienziosa, una rabbia prudente. Non poter stare per mancanza d'aria - e non che l'aria si trovi all'estero, ma all'estero si trovano le condizioni possibili per la respirazione: l'alienazione linguistica, l'estraneità, la relativa diversità che rende gli altri più accondiscendenti e apre per se stessi nuove prospettive di indifferenza.

So d'altra parte di dover fare alcuni conti con le mie radici. Li farò scrivendo, prima o poi. Forse ho già cominciato. Adesso per esempio (prima non era così) so dare una definizione patologica della mia insofferenza: sindrome da claustrofobia sociale acquisita (SICSOAC). Si tratta di crisi di noia acuta e pervasiva che mi assalgono ogni volta che sento parlare di parlamentari intrallazzoni, di studenti in rivolta controllata, di malavita organizzata con relative collusioni nei luoghi del potere, di calciomercato, di gol e di SuperEnalotto, di figa, di feste comandate e tortellini, di vacanze in Sardegna; ogni volta che vedo un avvocato azzimato che inzuppa il cornetto nel cappuccino, che qualcuno accende la tv e compaiono le facce in carriera che invecchiano e muoiono in studio, che un mondiale (vinto) fa la parodia dei moti risorgimentali e appiana i furti garibaldini, che qualcuno mi dice "anni di piombo" (e mi vengono in mente le immagini di Aldo Moro accartocciato come un pulcino morto nella Renault 4 in via Caetani e tutti gli scarafaggi a strofinarsi le zampette intorno) o mi dice "resistenza, lotta" (e penso a quanto erano buone le crescentine fritte delle feste dell'Unità a Bologna e a quanto ci plagiavano a scuola con le vecchie canzoni partigiane, l'antifascismo, il pepponismo frusto mangiapreti). Tante altre cose, troppo lughe a listarle. 

Ogni volta che penso alla mia madre patria mi viene in mente anche un volto, che è la traduzione iconica della mia SICSOAC: il volto di Marcello Mastroianni. L'attore più noioso, più bello, sornione, noioso, dongiovanni, noioso, noioso, noioso che sia mai stato prodotto in Italia.

domenica 21 novembre 2010

Della politica e dell'amore

Uno dei miei passatempi favoriti è distruggere le idee degli altri, soprattutto quelle (che sembrano) importanti. Sono ovviamente momenti di nessuna rilevanza macroscopica, ma nel segreto del mio romitorio cranico provo il piacere freddo di una vendetta assoluta, sbaragliante, tanto più crudele e gioiosa quanto più velocemente riesco a fare tabula rasa. "Chi si accontenta gode" dice il saggio o chi per lui.

C'è un problema annoso che lega le teorie politiche alla pratica di governo, legato al fatto che le pratiche di governo implicano in ogni caso una presa di potere. Ogni rivoluzione politica idealistica è fallita per questo motivo, perché la presa di potere implica di necessità un disequilibrio, un "prendere" per l'appunto, cioè un togliere a qualcuno. Con questo non voglio dire che siano o siano stati ingiusti quei movimenti politici che vogliono togliere a chi s'è preso troppo, ma il problema è che si fondano (e sempre si sono fondati e sempre si fonderanno, come ogni cosa umana) su una dinamica sbagliata: quella di togliere invece di dare. Anche quando dà, la politica dà solo a qualcuno: dà alla propria parte, anche quando quella parte pretende di essere democratica se non addirittura ecumenica.

Ma l'egoismo è il contrario dell'amore. L'egoismo, come la politica (come anche la migliore politica) si fonda sul togliere a qualcuno per dare a sé stessi o al proprio gruppo, e in questo senso è il contrario dell'amore, che invece si fonda sul dare.

mercoledì 17 novembre 2010

Dell'amore

Dopo averci riflettuto a lungo, sono giunto (ormai da tempo) alla conclusione che la parole "amore" ha un solo significato proprio: "non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te", resa al negativo, e perciò meglio comprensibile e di più facile applicazione, dell'evangelico: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Matteo 7, 12). Ogni altra cosa che viene correntemente chiamata amore è qualcos'altro.

In Levitico 19, 18 è scritto: "Ama il tuo amico* come te stesso". Nel Talmud di Babilonia, Trattato Shabbat 31, è scritto: "Un convertito andò da Hillel e gli disse: «Insegnami l'intera Torah mentre rimango su una gamba sola». Hillel rispose: «Non fare niente che ti sia odioso al tuo amico. E il resto è solo un commentario»".


*Il significato ebraico della parola "rea" è "amico" e non il generico "prossimo", anche se, a uno sguardo più attento all'etimologia, l'amico è colui che sta vicino e che perciò è prossimo.

venerdì 5 novembre 2010

Del potere

Quando si nasce malati di Qoelet è impossibile appassionarsi alla vita politica. Comunque la si prenda risulta non credibile, lutulenta, inerte. Eppure si è costretti a subirla nelle forme dello Stato, della burocrazia e delle istituzioni, dei paradigmi economici e culturali, e questo crea in effetti un certo attrito. Chi si trova in questa situazione, farà fatica a non accostarsi alla politica per cercare di frantumare la ruota dei criceti, l'eterno perpetuarsi della medesima struttura di potere (quella dell'uomo sull'uomo) sotto i molteplici travestimenti storici.

Alcuni autori, volgarmente definibili "pessimisti", pervengono alle conclusioni del Qoelet per vie traverse, con altre parole. È il caso di Leonardo Sciascia, che in un suo scritto tragico e a caldo sul caso Moro scrisse: "E infine, ecco, c’è la parola che per la prima volta scrive nella più atroce nudità; la parola che finalmente gli si è rivelata nel suo vero, profondo e putrido significato: la parola "potere". "Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere". (...) Per il potere e del potere ha vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare ad assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare quella morte. Ma ora sa che l’hanno gli altri: ne riconosce negli altri il volto laido, stupido, feroce. Negli "amici", nei "fedelissimi delle ore liete": delle macabre, oscene ore liete del potere" (L'Affaire Moro, p. 110). È il caso di Cesare Garboli, che nel 1972 rispose a un articolo di Natalia Ginzburg sui fatti di Monaco, scrivendo: "Credo che la Ginzburg intenda dire che oggi non si può stare dalla parte di chi fa la storia, ma solo dalla parte di chi la subisce. Un tempo, fino a venti o trent'anni fa, non era così. Un tempo, fino a ieri, si apriva alla coscienza di ciascuno uno spiraglio di speranza: la speranza di collaborare alla storia stando dalla parte giusta. (...) Tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra, sia pure confusamente, hanno sempre vissuto nell'illusione, o comunque nell'idea che il mondo potesse cambiare, e che la storia dell'uomo fosse in lento, ma costante progresso. (...) Se oggi abbiamo una certezza, è appunto che il mondo non cambierà mai. (...) Questa certezza ci viene dal fatto che, a un tratto, ci siamo accorti tutti quanti che le vittime della storia non potranno mai diventare protagoniste della storia, non potranno mai conquistare e detenere il potere. (...) Un tempo, fino a ieri, si poteva credere che sarebbe venuto il potere giusto, il potere di "quelli che muoiono o patiscono ingiustamente". È un'illusione. Quelli che sono nati a morire o a patire ingiustamente, il potere non lo conosceranno mai. (...) Finché si è vittime, si è nel giusto, e poi si è nel giusto finché si è vittime. Tertium non datur... È il potere, in se stesso, comunque lo si pratichi, comunque lo si cerchi, a essere un male. (...) È stato Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla, è comunque rendersi complici di un male, diventare corresponsabili di un orrore" (Ricordi tristi e civili, pp. 5-7).

A chi nasce malato di Qoelet, o a chi a un certo punto ne rimane infetto,  il "think positive" inglese appare un'idiozia surreale. Chi nasce con il Qoelet nel sangue, a differenza di chi è infettato soltanto dal suo pessimismo storico, manifesta quasi inevitabilmente dei sintomi teleologici o messianici (negati da Garboli). Perché il Qoelet è un libro spirituale che si conclude in adeguata prospettiva: "Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tutto" (Qoelet 12, 13). La conclusione, per quanto teistica, non è oziosa. Perché riconosciuto e ammesso il pessimo storico, cioè l'impossibilità di uscire dalle dinamiche del potere dell'uomo sull'uomo, occorre alzare gli occhi per darsi conto che l'intero universo è fondato su strutture di potere, quando con "potere" non si intendono più solo il gioco politico o l'abuso di privilegio ("quello che l'uomo può, l'uomo fa") ma il diritto all'esistenza individuale: la lotta politica non sarebbe infatti che la lotta di selezione naturale sotto altre vesti. La lotta politica quindi non può prevedere il potere delle vittime così come la selezione naturale non può ammettere la vittoria del debole. Questa è la natura delle cose. Da qui ad affermare che la Creazione stessa è un male, il passo è corto. Molto, forse troppo corto. E forse è per questo che i malati di Qoelet da questo punto in poi non possono che cercare di addentrarsi nei pantani del "timore di Dio", per provarsi in qualche modo a spezzare la ruota dei criceti; gli infetti da Qoelet invece si siederanno sulla riva del fiume a guardare l'acqua che scorre.

mercoledì 3 novembre 2010

Until this restlessness returns

How carefully I’ve shaped you in the solitude of days
How peaceful is my mind entwined in cord around my fingers
How sweet the days I’ve marked in knots I’ve tenderly caressed
So many times I’ve touched you, reached you, teased you
Now fingering these veins of hemp
Their hair upon my skin
And how gently, quickly you will sleep
Slip into my collection with its bristles, coils, intentions
Yet your words will be unfaithful before I set you free
Slip as life is bound to slip from this entropy disorder
Then tied and laid upon the floor in perfect symmetry
‘Til the frayed edge of your lips on mine
Positioned, placed at ease once more
‘Til this restlessness returns I turn and turn and turn again