Quando si nasce malati di
Qoelet è impossibile appassionarsi alla vita politica. Comunque la si prenda risulta non credibile, lutulenta, inerte. Eppure si è costretti a subirla nelle forme dello Stato, della burocrazia e delle istituzioni, dei paradigmi economici e culturali, e questo crea in effetti un certo attrito. Chi si trova in questa situazione, farà fatica a non accostarsi alla politica per cercare di frantumare la ruota dei criceti, l'eterno perpetuarsi della medesima struttura di potere (quella dell'uomo sull'uomo) sotto i molteplici travestimenti storici.
Alcuni autori, volgarmente definibili "pessimisti", pervengono alle conclusioni del Qoelet per vie traverse, con altre parole. È il caso di Leonardo Sciascia, che in un suo scritto tragico e a caldo sul caso Moro scrisse: "E infine, ecco, c’è la parola che per la prima volta scrive nella più atroce nudità; la parola che finalmente gli si è rivelata nel suo vero, profondo e putrido significato: la parola "potere". "Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere". (...) Per il potere e del potere ha vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare ad assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare quella morte. Ma ora sa che l’hanno gli altri: ne riconosce negli altri il volto laido, stupido, feroce. Negli "amici", nei "fedelissimi delle ore liete": delle macabre, oscene ore liete del potere" (L'Affaire Moro, p. 110). È il caso di Cesare Garboli, che nel 1972 rispose a un articolo di Natalia Ginzburg sui fatti di Monaco, scrivendo: "Credo che la Ginzburg intenda dire che oggi non si può stare dalla parte di chi fa la storia, ma solo dalla parte di chi la subisce. Un tempo, fino a venti o trent'anni fa, non era così. Un tempo, fino a ieri, si apriva alla coscienza di ciascuno uno spiraglio di speranza: la speranza di collaborare alla storia stando dalla parte giusta. (...) Tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra, sia pure confusamente, hanno sempre vissuto nell'illusione, o comunque nell'idea che il mondo potesse cambiare, e che la storia dell'uomo fosse in lento, ma costante progresso. (...) Se oggi abbiamo una certezza, è appunto che il mondo non cambierà mai. (...) Questa certezza ci viene dal fatto che, a un tratto, ci siamo accorti tutti quanti che le vittime della storia non potranno mai diventare protagoniste della storia, non potranno mai conquistare e detenere il potere. (...) Un tempo, fino a ieri, si poteva credere che sarebbe venuto il potere giusto, il potere di "quelli che muoiono o patiscono ingiustamente". È un'illusione. Quelli che sono nati a morire o a patire ingiustamente, il potere non lo conosceranno mai. (...) Finché si è vittime, si è nel giusto, e poi si è nel giusto finché si è vittime. Tertium non datur... È il potere, in se stesso, comunque lo si pratichi, comunque lo si cerchi, a essere un male. (...) È stato Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla, è comunque rendersi complici di un male, diventare corresponsabili di un orrore" (Ricordi tristi e civili, pp. 5-7).
A chi nasce malato di
Qoelet, o a chi a un certo punto ne rimane infetto, il "think positive" inglese appare un'idiozia surreale. Chi nasce con il
Qoelet nel sangue, a differenza di chi è infettato soltanto dal suo pessimismo storico, manifesta quasi inevitabilmente dei sintomi teleologici o messianici (negati da Garboli). Perché il
Qoelet è un libro spirituale che si conclude in adeguata prospettiva: "Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l'uomo è tutto" (
Qoelet 12, 13). La conclusione, per quanto teistica, non è oziosa. Perché riconosciuto e ammesso il pessimo storico, cioè l'impossibilità di uscire dalle dinamiche del potere dell'uomo sull'uomo, occorre alzare gli occhi per darsi conto che l'intero universo è fondato su strutture di potere, quando con "potere" non si intendono più solo il gioco politico o l'abuso di privilegio ("quello che l'uomo può, l'uomo fa") ma il diritto all'esistenza individuale: la lotta politica non sarebbe infatti che la lotta di selezione naturale sotto altre vesti. La lotta politica quindi non può prevedere il potere delle vittime così come la selezione naturale non può ammettere la vittoria del debole. Questa è la natura delle cose. Da qui ad affermare che la Creazione stessa è un male, il passo è corto. Molto, forse troppo corto. E forse è per questo che i malati di
Qoelet da questo punto in poi non possono che cercare di addentrarsi nei pantani del "timore di Dio", per provarsi in qualche modo a spezzare la ruota dei criceti; gli infetti da
Qoelet invece si siederanno sulla riva del fiume a guardare l'acqua che scorre.