domenica 31 ottobre 2010

Siamo tutti...

Tra le varie riforme linguistiche di cui il formulario socio-politichese italiano ha bisogno, ce n'è una che mi sembra particolarmente urgente e che reputo particolarmente insidiosa, perché indice di un  modo di vedere il mondo alla rovescia: la frase "siamo tutti...". Ci sono almeno due gradi di perversione del significato più autentico del "siamo tutti", prima di poterne intravedere l'essenza:

1. La perversione maggiore è rappresentata dall'uso del "siamo tutti" al posto del funesto "tutti responsabili, nessun responsabile", come indicato dal titolo di testata di Libero del 21 giugno 2009 (e che potrebbe essere riproposta tale e quale anche oggi). Parafrasi del motto gattopardesco: "cambiare tutto per non cambiare niente", che è poi quello che continua ad accadere in Italia da almeno 150 anni - tutti ovviamente da celebrare!

2. Segue la delega di responsabilità, quella tanto usata come valvola di sfogo delle tensioni sociali soprattutto a sinistra, e che propone un'impossibile quanto ipocrita identificazione con gli eroi o a turno con gli sventurati del giorno. Identificazione che il più delle volte non è che solidarietà lessicale, alla quale poi non segue alcun cambiamento del proprio sentire e del proprio operato, anche laddove possibile. Quindi un allegerimento delle coscienze che tradotto in modo brutale e nazistoide equivale a: "l'indifferenza rende liberi" (almeno finché il privilegio dell'indifferenza è concesso e ci si può accontentare di menare pacche sulle spalle).




La solidarietà pervertita nel "mondo alla rovescia" del "siamo tutti..." ha una sua essenza molto chiara nel Talmud di Babilonia, trattati Sanhedrin 27b e Shavuot 39a, dove è scritto (in riferimento agli israeliti, ma insegnamento in sostanza utile a tutti) che "ognuno è garante dell'altro" [שכולנו ערבים זה בזה], che cioè ognuno è responsabile attraverso le proprie azioni del benessere degli altri e che di rimando il benessere degli altri è causa duratura e morale del proprio benessere. Questo atteggiamento implica un cambiamento interiore della percezione degli altri (leggi: interdipendenza tra gli esseri umani) senza il quale ogni rivoluzione/perpetuazione politica e sociale, in Italia o all'estero, non può che essere un capovolgimento/aggiustamento provvisorio degli interessi personali o di classe, più o meno buono ma destinato a fallire con il tempo.

La rabbia 19/19

L'inizio di una nuova scrittura intitolata Chronicon de' Celesti e altri impegni che sottraggono tempo al mio tempo libero, mi spingono oggi a:
1. cambiare il titolo della raccolta presente da Cronache dei dispersi a Questioni tristi e incivili, titolo scopiazzato dai Ricordi tristi e civili di Cesare Garboli (attualmente in lettura) e forse anche provvisorio, ma che se non altro riflette meglio il taglio "questionale" di questi scritti;
2. mettere a disposizione interamente, inclusi dubbi e incertezze (evidenziati in giallo), il testo de La rabbia, QUI, precisando che l'obiettivo di scrivere una breve tragedia - con tanto di vittime del destino, capri espiatori e catarsi finale - non mi sembra raggiunto e che perciò il testo dovrà essere prima o poi riscritto. Qui sotto la fotografia dello schema ideale.


mercoledì 20 ottobre 2010

La rabbia 4/19

Alle nove di mattina la poliziotta riceve una telefonata. L'esito dell'operazione va chiarito subito davanti al questore, più in là poi ci sarà il processo. Lo sapeva già, sono la procedura e l'iter della legge. Sua sorella comunque dorme ancora, forse dormirà fino a tardi stanca com'era, e sua madre è già sveglia dalle cinque, soffre d'insonnia, già davanti alla televisione a guardare i programmi del mattino, il telegiornale, le previsioni del tempo. Deve rimandare le spiegazioni familiari a più tardi, verso sera forse, e spera che la sua giornata non sarà troppo lunga e burocratica. Non ne ha voglia. Ha preparato il caffè anche per suo marito, che si è alzato anche lui più tardi oggi e si sta rasando. Suo marito veterinario, con un impiego così tanto tranquillo. I suoi migliori clienti sono i baghini e i polli degli allevamenti biologici a terra. Non lavora per gli allevamenti intensivi suo marito, ha scelto così. Per questioni ideologiche e morali sostiene, e il buono è che così da loro si mangia solo carne prodotta con metodi tradizionali. Da qualche mese sta anche lavorando per mettere su una società con degli amici e allevare la mora Romagnola.

Il pick-up indiano di suo marito si chiama Tata, come una balia (finiscono sempre a dirsi cose ridicole del tipo “non prendere la Tata che è sporca di fango” oppure “c'è benzina nella Tata?”), e odora di campagna. È inevitabile. Odora come la camicia di flanella di suo nonno quando tornava dai campi, un misto di polvere e erba, forse sudore anche, ma senza l'afrore che c'è d'estate all'Ufficio Immigrazione quando rinnovano i permessi di soggiorno, e i corridoi rimangono impregnati di quell'odore rancido anche per giorni. Suo marito l'accompagna in Questura con quel pick-up, l'altra macchina è nel garage di casa. Ieri sera è andato lui a riprenderle all'ospedale, di corsa appena saputo dell'incidente. Stava ancora lavorando quando l'ha chiamato e si è precipitato, è arrivato al pronto soccorso con gli scarponcini luridi di fango, del fango dei maiali. È entrato tutto trafelato e le infermiere hanno cominciato a urlare che dove va, che non si può entrare in un ospedale così combinati. Hanno dovuto chiamare la sicurezza per costringerlo a restare fuori. Invece lui si è tolto le scarpe ed è entrato lo stesso, a piedi nudi. Diceva che non c'è nessuna legge né norma igienica che impedisce a uno di entrare a piedi nudi in un pronto soccorso. Meno male che la guardia di sicurezza non si è ostinata a tenerlo fuori. Due processi in famiglia per i fatti di una stessa giornata sarebbero stati troppi.

La collega l'aspetta davanti all'entrata della Questura. Hanno condotto le indagini insieme e perciò saranno ascoltate entrambe. Ma l'altra ha avuto la fortuna di essere rimasta all'eremo ieri, mentre lei accompagnava, cioè seguiva la sospettata a Lutirano, e non sarà processata. Testimonierà però davanti al pubblico ministero e ai giudici, quando sarà il momento.

La collega l'abbraccia e la stringe, le strofina la schiena con il braccio. La bacia su una guancia e dice: “Non ti preoccupare, passerà”. E poi la prende sotto braccio e attraversano l'arco del portone del palazzo della Questura.