lunedì 30 agosto 2010

Nota a margine

"Se il consumatore culturale è convinto di appartenere a una minoranza illuminata, da parte sua l’imprenditore culturale è convinto che un prodotto culturale, in questo caso un libro, se pure veicolasse le più atroci minacce al sistema, sia del tutto innocuo. E bisogna credergli. Mai come oggi la conquista delle “masse critiche” é stata tanto forsennata, mai é stato tanto palese il processo di svuotamento e depotenziamento d’ogni significato. (...) Lenin aveva soltanto in parte ragione quando scriveva che il capitalista venderebbe la corda per impiccarlo: se é vero che la vende, nessuno penserebbe mai d’usarla. Se il capitalista venisse impiccato, non ci sarebbe più nessuno cui comprare la corda! (...) Il mercato della contestazione si rivela del tutto proficuo e con poche controindicazioni, ma è solo uno dei numerosi micro-mercati che l’industria è oggi in grado di soddisfare, assieme alla pornografia e le spiritualità farlocca." da Forse perché nulla è, interessantissimo post + commenti.

Lettura consigliatissima.
La riporto qui a motivo dei discorsi fondatori di questo blog [QVI], poi abbandonati forse perché espressi malamente o in modo impreciso, a proposito dell'utilità di un libro come Gomorra di Roberto Saviano nella lotta alle criminalità organizzate.

giovedì 26 agosto 2010

Revisionismo: gli "anni di piombo"

Andrea Pazienza, Kossiga presidente
Ci possono essere revisionismi più semplici del previsto, che mostrano nel contempo quanto siano subdole certe strutture della convivenza sociale. Di solito quando uno parla di revisionismo, si tende a pensare che abbia fatti nuovi e scovolgenti da rivelare: spesso invece sarebbe sufficiente revisionare le parole in uso. Le parole sono uno degli strumenti politici più infidi, perché non solo "descrivono" la cronoca ma scrivono la storia per l'uso dei posteri. Che siccome non l'hanno vissuta, non hanno altri strumenti per valutarla che le parole lasciategli in eredità.

Un'interessantissima ricerca sulla lotta armata in Italia degli anni '60-'80, il "Progetto memoria" dell'editore Sensibili alle foglie, in 5 volumi, inizia così: "(...) ogni descrizione, in una certa non indifferente misura, "crea" il suo oggetto; intreccia, mediante le parole prescelte, un testo che non "rappresenta" ma piuttosto costruisce e presenta la porzione di mondo a cui si riferisce. (...) Per queste ragioni abbiamo escluso parole del tipo "terrorista" [sostituzione: militante] o "rapina" [sostituzione: esproprio] ed utilizzato invece un vocabolario più rispettoso dei linguaggi propri al fenomeno. D'altra parte, visto il tipo di imputazione, ci è sembrato corretto l'impiego della parola 'esule' per indicare le persone ricercate che sono rifugiate all'estero, e la locuzione 'prigionieri politici' per i militanti in carcere." (La mappa perduta, Opera collettiva a cura di Maria Rita Prette, Dogliani 2006, p. 19)

Dato che, come ben sapevano i padri biblici, nominare le cose significa crearle, una revisione del linguaggio ufficiale/abituale usato per la tradizione degli "anni di piombo", potrebbe rivelarsi sufficiente per ridare al fenomeno la corretta prospettiva storica (se non altro riportando in modo onesto anche i punti di vista degli sconfitti e/o dei criminalizzati) e restituire così esattezza a quella memoria storica collettiva che le parole usate dal regime borghese e democratico della Repubblica italiana hanno cancellato.


Post scriptum
A riprova della tesi sopra sostenuta, riporto un brano dello storico Hobsbawm a proposito delle rivoluzioni borghesi: «Le parole sono testimonianze spesso più eloquenti di qualunque documento. Consideriamo alcune parole della nostra lingua, che furono adottate o acquistarono il loro significato moderno proprio in quel periodo di sessant'anni di cui si occupa questo libro: parole come "industria", "industriale", "fabbrica", "classe media", "classe lavoratrice", "capitalismo" e "socialismo". E inoltre: "aristocrazia", "ferrovia", i termini politici come "liberale" e "conservatore", "nazionalità", "scienziato" e "ingegnere", "proletariato" e "crisi" (economica). "Utilitario", "statista", "sociologia" e parecchi altri nomi di branche della scienza moderna, "giornalismo" e "ideologia", sono tutte creazioni o adattamenti di questo periodo, e così pure "sciopero" e "pauperismo". Se si immagina il mondo moderno senza queste parole (cioè senza le cose e i concetti con cui esse si identificano), ci si può rendere conto della enorme portata della rivoluzione che ebbe inizio tra il 1789 e il 1848, che costituisce la più grande trasformazione che si sia avuta nella storia umana (...).» (Eric J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, Bari 1991, p. 11) – Parole che noi poi oggi usiamo anche per descrivere contesti e situazioni storiche cui non appartengono, che perciò non possono in alcun modo descrivere se non falsificandole.

lunedì 23 agosto 2010

Revisionismo: la questione francescana

La gran parte delle informazioni di cui usufruiamo ci sembrano ovvie, se non tanto ovvie da essere ormai scontate e perciò invisibili. Per esempio cresciamo con un'idea eurocentrica della geografia planetaria, dovuta alla struttura grafica delle mappe appese nelle aule delle nostre scuole. E nessuno ce lo dice, e noi non ci pensiamo neanche, che in Cina nelle aule di scuola hanno delle mappe del globo sinocentriche... L'esempio è giocoso, ma non così banale come puo sembrare. La mappa cinese sposta infatti il punto d'osservazione e di conseguneza la visione della geografia del pianeta. Il revisionismo storico deve assolvere alla medesima funzione: di spostare il punto d'osservazione per guardare e vedere le cose da un altro punto di vista, mantenendo sempre il rigore scientifico dei metodi di ricerca storica.

Il nodo problematico del revisionismo storico non sta nel decidere chi ha torto e chi ha ragione, dove sono i buoni e dove i cattivi, ma nel mettere in evidenza il fatto che il discorso storico fa parte del discorso politico (e quello politico, a sua volta, di quello sociale in generale: lo Zeitgeist) e che perciò viene trattato dalle forze in campo come strumento e arma di lotta politica. Come si sa, la storia la fanno, o meglio la scrivono, la tramandano e la insegnano i vincitori... Compito del revisionismo storico è, tra le altre cose, restituire la lotta politica alla sua realtà e complessità. Non per amore di verità, perché la verità è comunque un'opinione. La complessità dei fatti e dei motivi che conducono alla lotta, può invece aiutarci a scrivere una storia più consona alle realtà degli esseri umani delle agiografie. Non per altro le istituzioni hanno sempre prediletto le "agiografie", dove con agiografia intendo una storia scritta per esaltare, giustificare e incensare lo status quo, attraverso le date di meeting e battaglie da cui non emergono mai il vero sentire e il vero pensare degli schieramenti. Restano i numeri, i luoghi e i nomi, scompaiono le persone. Anche nelle "storie delle idee".

Un esempio paradigmatico per il suo estremismo, è quello della cosiddetta questione francescana. Per maggiori informazioni a riguardo e bibliografia rimando qui e qui, e vengo al fatto saliente. Nel 1260 il capitolo generale dell'ordine francescano affidò al nuovo ministro generale, Bonaventura da Bagnoregio, il compito di redigere una nuova biografia del santo fondatore, con un corollario: che tale biografia divenisse quella ufficiale e che tutte le precedenti biografie fossero bruciate. La Leggenda Maior del 1266 diventò così il testo definitivo su Francesco d'Assisi e il processo di normalizzazione della "rivoluzione francescana" ebbe termine. A due a due furono mandati dei frati in tutti i conventi dell'ordine in missioni search & destroy: scovare e bruciare TUTTI i manoscritti delle precedenti biografie. Il loro lavoro fu tanto solerte ed efficiente che fino al 1786 il testo della Vita Prima di Tommaso da Celano era sconosciuto, mentre del Tractatus de Miraculis, recuperato nel 1899, si è salvato soltanto un manoscritto. Un successo di "damnatio memoriae" incredibile, anche considerando il potere totalitaristico della Chiesa di Roma in quell'epoca.

La figura di Francesco d'Assisi che per per 600 anni (!!!) dominò l'immaginario dei fedeli - anzi: di tutti! - fu quella inventata da Bonaventura. Bonaventura, in realtà, non aveva inventato qualcosa di nuovo. Aveva limato gli spigoli, riportato il simbolismo al realismo, scelto cosa raccontare - ma soprattutto, per quanto interessa il discorso revisionista, aveva ordinato la cancellazione della memoria collettiva, autentica e contemporanea al santo, anche quella dei suoi primi compagni raccolta dal primo biografo, oppure scritta di loro stesso pugno. Di Francesco d'Assisi non c'era più la vita problematica e complessa di un uomo, come la conosciamo oggi, ma un'agiografia edificante a uso del potere ecclesiastico.

giovedì 19 agosto 2010

La rivoluzione più dolce

Ogni tanto riciclo quest'argomento ma non perché ci creda, al contrario. Io sono di quelli (suppongo che ce ne siano altri, visto che c'è sempre qualcun altro che la pensa come te o che l'ha già pensata proprio così 2500 anni fa), di quelli che non hanno mai creduto nelle rivoluzioni e che avrebbero preferito chiamarle "sostituzioni" dei poteri in carica. Una semplice formalità linguistica che però deidealizza il riciclaggio delle persone al potere, riconducendolo al suo motivo di base più schietto: la dominazione.

Foto di Gian Boy 2.
La faccio breve, tanto poi ognuno continuerà a opinarla come preferisce. Il potere oggi in carica, quello che alcuni chiamano imperialismo americano e altri impero del caos, contiene in sé, come ogni cosa che esiste, le cause della propria distruzione. Se si riesce a capire quali sono, non solo il sistema potrà vivere più a lungo, ma può essere costretto a svilupparsi in modo migliore.

Il sogno americano annoda ormai da almeno un secolo le idee di democrazia e capitalismo. Si è creduto fossero forme di governo inseparabili almeno finché la Cina non ha dimostrato, con i vari beneplaciti della finanza internazionale, che il capitalismo può esistere anche senza la democrazia, e prospera ugualmente bene. Si può inoltre criticare in vari modi la stessa libertà degli americani nel loro paese, sottoposti agli intrighi tra industria e politica al fine dei maggiori introiti possibili. Si possono dire tante cose e fare tante critiche. Ma di solito non si arriva mai a prendere in considerazione il fatto che tutto il sistema di produzione capitalistico si basa sui consumatori. Senza consumatori non c'è consumo e perciò non c'è industria che regga. Per questo nel corso dei decenni sono state sviluppate tecniche di convinzione ideologica/psicologica di massa per indurre le persone a consumare di tutto e sempre di più, convincendole di avere bisogni che invece non avevano affatto, convincendole a circondarsi di oggetti che (come hanno già detto nomi illustri) spessissimo non sono che feticci e status symbol. Cioè niente. E, certamente, parte del progetto imperialistico del capitalismo made in USA è stato mantenere i consumatori all'oscuro del loro peso politico nella catena della produzione. Anche le associazioni di consumatori hanno sviluppato solo in minima parte le loro potenzialità politiche, limitandosi a dirimere le vare diatribe e a opporsi alle frodi più conclamate. Ma un certa presa di coscenza comunque c'è stata.

I consumatori hanno potenzialmente il potere di scegliere che cosa consumare, il che in un sistema democratico (che non costringe perciò al consumo con la forza) e capitalistico è un potere assoluto. Un potere assoluto di cui però non si dispone in modo efficace, mentre uno sviluppo critico e politico del proprio ruolo di consumatore nella società porterebbe alla consapevolezza che ognuno di noi può decidere che cosa consumare e come farlo. E che un sufficiente numero di consumatori che si comportino secondo certe idee sociali e politiche sono in grado di far cambiare direzione a tutto il baraccone dell'impero senza sparare un colpo, senza neanche fare una manifestazione, semplicemente dicendo questo sì e quello no. Questo è un potere enorme, anche se messo giù in modo semplicistico. Peccato che alla fine i comportamenti umani di massa non si distinguano da quelli di un gregge, che cammina a testa bassa verso il macello anche se sa di andarci.


Bibliografia
- Eric J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, Bari 1991.

Videografia
- Adam Curtis, Il secolo del sè (traduzione parziale in italiano), BBC 2002 oppure la versione integrale in inglese The Century of the Self.