Ci possono essere revisionismi più semplici del previsto, che mostrano nel contempo quanto siano subdole certe strutture della convivenza sociale. Di solito quando uno parla di revisionismo, si tende a pensare che abbia fatti nuovi e scovolgenti da rivelare: spesso invece sarebbe sufficiente revisionare le parole in uso. Le parole sono uno degli strumenti politici più infidi, perché non solo "descrivono" la cronoca ma scrivono la storia per l'uso dei posteri. Che siccome non l'hanno vissuta, non hanno altri strumenti per valutarla che le parole lasciategli in eredità.
Un'interessantissima ricerca sulla lotta armata in Italia degli anni '60-'80, il "Progetto memoria" dell'editore Sensibili alle foglie, in 5 volumi, inizia così: "(...) ogni descrizione, in una certa non indifferente misura, "crea" il suo oggetto; intreccia, mediante le parole prescelte, un testo che non "rappresenta" ma piuttosto costruisce e presenta la porzione di mondo a cui si riferisce. (...) Per queste ragioni abbiamo escluso parole del tipo "terrorista" [sostituzione: militante] o "rapina" [sostituzione: esproprio] ed utilizzato invece un vocabolario più rispettoso dei linguaggi propri al fenomeno. D'altra parte, visto il tipo di imputazione, ci è sembrato corretto l'impiego della parola 'esule' per indicare le persone ricercate che sono rifugiate all'estero, e la locuzione 'prigionieri politici' per i militanti in carcere." (La mappa perduta, Opera collettiva a cura di Maria Rita Prette, Dogliani 2006, p. 19)
Dato che, come ben sapevano i padri biblici, nominare le cose significa crearle, una revisione del linguaggio ufficiale/abituale usato per la tradizione degli "anni di piombo", potrebbe rivelarsi sufficiente per ridare al fenomeno la corretta prospettiva storica (se non altro riportando in modo onesto anche i punti di vista degli sconfitti e/o dei criminalizzati) e restituire così esattezza a quella memoria storica collettiva che le parole usate dal regime borghese e democratico della Repubblica italiana hanno cancellato.
Post scriptum
A riprova della tesi sopra sostenuta, riporto un brano dello storico Hobsbawm a proposito delle rivoluzioni borghesi: «Le parole sono testimonianze spesso più eloquenti di qualunque documento. Consideriamo alcune parole della nostra lingua, che furono adottate o acquistarono il loro significato moderno proprio in quel periodo di sessant'anni di cui si occupa questo libro: parole come "industria", "industriale", "fabbrica", "classe media", "classe lavoratrice", "capitalismo" e "socialismo". E inoltre: "aristocrazia", "ferrovia", i termini politici come "liberale" e "conservatore", "nazionalità", "scienziato" e "ingegnere", "proletariato" e "crisi" (economica). "Utilitario", "statista", "sociologia" e parecchi altri nomi di branche della scienza moderna, "giornalismo" e "ideologia", sono tutte creazioni o adattamenti di questo periodo, e così pure "sciopero" e "pauperismo". Se si immagina il mondo moderno senza queste parole (cioè senza le cose e i concetti con cui esse si identificano), ci si può rendere conto della enorme portata della rivoluzione che ebbe inizio tra il 1789 e il 1848, che costituisce la più grande trasformazione che si sia avuta nella storia umana (...).» (Eric J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, Bari 1991, p. 11) – Parole che noi poi oggi usiamo anche per descrivere contesti e situazioni storiche cui non appartengono, che perciò non possono in alcun modo descrivere se non falsificandole.