lunedì 28 giugno 2010

Le notti attiche 1/10

Ti sogno ogni notte da quando sono arrivato ad Atene. Da quando ci siamo ritrovati ti penso di continuo. È stato come aprire un vaso di Pandora, che era già sigillato molto male, colmo di desideri letargici, mineralizzati, che per tutti questi anni ho trattenuto nella vaga malinconia dell’unico amore della mia vita – passionale, sconvolgente – abortito. Temevo questa reazione. Per questo avevo preferito la lontananza. Ma i nodi prima o poi vengono al pettine, come si dice, e la voluttà che quando eravamo ragazzi era una cosa angelicata adesso si è gonfiata di erotismo.

All’aeroporto la scuola mi ha mandato un taxi che mi ha portato in un albergo proprio sotto l’acropoli. Una cafonata come al solito, ma lo fanno con buone intenzioni, per compiacermi. Sono pronto per la stagione. A meno di intoppi partiremo per Samotracia all’inizio di maggio. Nel frattempo ci organizziamo con l’equipaggiamento, gli strumenti, i kit di catalogazione. Per fortuna alle scartoffie adesso ci pensa la segreteria della scuola. Grazie alla scoperta della stele riceviamo migliori attenzioni e abbiamo qualche nuovo privilegio. Non navighiamo nell’oro ma non è più come prima. Il nostro potere contrattuale è salito abbastanza dopo le pubblicazioni dell’anno scorso e i passaggi televisivi.

In albergo c’era già Maria che mi aspettava. Tra i miei assistenti Maria è senz’altro la più intraprendente, in ogni senso, tant’è che si è presentata nella lobby con una minigonna filiforme. Maria è la responsabile del gruppo che lavora con me. Abbiamo fatto il punto della situazione al bar dell’albergo, bevendo daiquiri alla fragola, lei, e io il solito mojito. Da dire c’era ben poco, a parte farci i saluti dopo la pausa invernale, trovare qualche piccolo pretesto per riaccendere subito i motori. Con Maria è così, bisogna accelerare (sempre).

Il bancone del bar era rivestito di specchio fino a terra. Mentre beveva Maria fumava, si agitava con noncuranza sullo sgabello. Accavallava le gambe, le scavallava, si spostava un po’ in avanti, poi indietro, poi un po’ a destra, poi un po’ a sinistra. Infine ha allargato vistosamente le ginocchia, tanto che non ho potuto fare a meno di abbassare lo sguardo. La sua fica depilata si rifletteva come un gioiello di carne sullo specchio lucido del bancone. Il colpo le era riuscito benissimo. Senza mutandine, era lì pronta, combattiva, perfettamente equipaggiata e intenzionata a mordere la mela, forse a portarsi tutto l’albero a casa, chissà.

Maria vuole qualcosa da me, è disposta a concedere molto. Lo sappiamo entrambi, anche se finora abbiamo giocato a carte coperte. Finito il cocktail ho avvicinato il mio sgabello al suo e le ho appoggiato con delicatezza e precisione una mano sulla fica, senza neanche toccarle le gambe prima di arrivare all’inguine né sfiorare il tessuto della minigonna. Il suo cuore ha dato un colpo in gola, la vena giugulare l’ha tradito, ma lei ha sorriso e i suoi occhi luminosi, azzurri si sono allargati come bocche golose. Le ho sussurrato all’orecchio: “Quest’anno gli scavi saranno molto profondi, sei pronta?”. E lei ha risposto: “Ἕγω δ᾽ ἐπὶ μαλθάκαν τύλαν σπολέω μέλεα” – non so se ti ricordi ancora come si traduce il greco antico, la risposta di Maria significa “io, comunque, distendo le mie membra su un morbido cuscino”. Ho sorriso, ho pensato “frettolosa” e ho pensato “che parole stupide”, ma in fondo è il nostro gioco. 

L’ho portata in camera. Le ho chiesto di spogliarmi. Le ho chiesto di lavarmi nella vasca da bagno con dell’acqua tiepida per togliermi di dosso la polvere del viaggio... come se fossi arrivato in carrozza... Poi ho infilato l’accappatoio dell’albergo, schiumoso, profumato. Ti sarebbe piaciuto quell’accappatoio. Le ho detto di sedersi sulla poltrona, di sollevare le gambe, di allargarsi il taglio depilato, già cromato, di mostrarmi il clitoride stringendolo tra le dita. Le ho chiesto di godere.

Le ho ordinato di spogliarsi. Ho preso un olio profumato che avevo comperato apposta in Italia, l’ho cosparsa massaggiandola dell’odore del legno di sandalo, del Patchouli, dell’Ylang-Ylang, della lavanda, della vaniglia, gli aromi miscelati nell’olio per il rilassamento. Poi l’ho fatta stendere sulla pancia, le messo un cuscino sotto il pube. La sua fica si è aperta come un loto maturo che si spacca, ingioiellato dai piccoli nei della buccia, le labbra gonfie, lucide, vischiose. L’ho aperta ancora di più con le mani. Le ho strusciato un dito sull’apertura bagnata, l’ho assaggiata. Maria ha un gusto di mare, un po’ salato. La sua fica era aperta come una preghiera, si era presa le natiche tra le mani, si allargava, le sono entrato dentro in una volta, le ho aperto l’utero di colpo. Ha mandato un piccolo urlo di dolore. Ma poco dopo ha goduto ancora, le sono venuto dentro. 

Mentre succedeva tutto questo pensavo a te.
Mi accoppiavo con te nel suo corpo.

mercoledì 23 giugno 2010

Tirare giù il Cristo dalla croce

Ricordo di essere rimasto colpito, qualche anno fa mentre leggevo il Don Camillo di Guareschi, da un concetto di religiosità popolare contenuto nell'introduzione del libro, dove si racconta del padre di un bambino colpito da improvvisa malattia, che si rivolge al curato del paese con una saccoccia di denari in mano per comprarsi il miracolo di Cristo. E che in mancanza del miracolo pagato in contanti non avrebbe esitato a "tirare giù il Cristo dalla croce".

Ieri invece sono venuto a conoscenza di un'altro costume popolare: le chiamano le "parenti" del santo e sono delle vecchie che il giorno del miracolo si siedono in prima fila e convincono san Gennaro a liquefare il proprio stesso sangue, così che Napoli sia protetta per ancora qualche mese. L'opera di convinzione avviene in tre fasi: prima con le preghiere, poi con una suasoria un po' meno ossequiosa e infine, se il santo si dimostra pigro e restio a "fare la grazia", con veri e propri insulti. San Gennaro così spaventato finisce con il convincersi sempre e il sangue nell'ampolla si scioglie. Tale modalità di relazione con le volontà sante deve avere un origine piuttosto antica, visto che anche in greco esiste un proverbio che recita και ο άγιος φοβέρα θέλει, che cioè anche il santo va impaurito, evidentemente per estorcergli miracoli e favori. Trova così compimento ed esaurimento un pensiero che mi ha accompagnato a lungo.

Quanto di solito si chiama religione - e mi riferisco qui non alla teologia ma alla prassi - risulta in fin dei conti essere composto da due moventi egoistici: (1) il movente superstizioso, fatto di azioni scaramantiche, scongiuri, oggetti sacri e apotropaici, benedizioni, abluzioni, circoncisioni, ecc. e (2) il movente utilitaristico, basato sul dare per avere, cioè sul pregare, sul donare, sul visitare i luoghi santi, sull'essere fedeli solo per ricevere in cambio protezione e favori. A questo proposito, sia il personaggio di Guareschi sia le "parenti" di san Gennaro sia il proverbio greco, esprimono fino ai suoi limiti, chiarendolo brillantemente, il rapporto utilitaristico degli esseri umani con la divinità, che può essere perfino insultata e minacciata in caso si dimostri inerte.

All'opposto di questa religiosità primitiva e ferina, si trova il titolo papale di servus servorum Dei, servo dei servi di Dio, a indicare l'ordine proprio delle cose del mondo (ed è perciò un tale peccato che sia stato sempre tanto disatteso), dove Dio è in effetti il re dell'universo, gli uomini non sono che suoi servi, e il suo rappresentate  sulla terra non è che un servitore dei suoi servi, con il compito di agevolare l'obbedienza e renderla efficace e comprensibile per farne uno strumento di intelligenza delle cose e d'ascesi.

sabato 19 giugno 2010

Rivoluzione

La parola "rivoluzione", usata per definizione a indicare (1) un "rivolgimento violento dell'ordine politico-sociale vigente" oppure (2) un "profondo rinnovamento scientifico, culturale, del comportamento, del costume e sim.", contiene in sé un'ambiguità fondamentale che ne condiziona e corrompe il significato.

L'uso attuale più comune della parola sembra risalire al francese del XVII secolo, mentre il significato originale del verbo latino rĕvolvĕre aveva piuttosto il significato di "rotolare all'indietro, ritornare, riportare, riflettere (del pensiero)", da cui l'uso più antico in relazione al movimento dei pianeti ("movimento di un corpo celeste che compie un'orbita intorno a un altro").

Se per quanto riguarda l'accezione (2) l'uso della parola "rivoluzione" è improprio e derivato dal primo (meglio sarebbe infatti servirsi di "rinnovamento" o "innovazione", nonostante la perdita d'enfasi significativa), per quanto riguarda l'accezione (1) l'uso della parola indica, probabilmente in modo inconscio, la consapevolezza che ogni rivolgimento violento di un ordine politico-sociale vigente non è che una sostituzione nella gestione del potere. L'essenza del potere resta intatta, mentre cambia la classe o il gruppo sociale al comando. Le rivoluzioni politico-sociali del passato hanno dimostrato in maniera inequivocabile che le classi sociali sono come pianeti che ruotano intorno all'astro del potere, anno dopo anno, generazione dopo generazione, e che perciò dalla dinamica naturale di padroni e servi non è possibile liberarsi. Definisco tale dinamica come naturale perché è la manifestazione sociale del meccanismo di selezione naturale delle e all'interno delle specie; dico che da tale dinamica non è possibile emanciparsi perché il progetto anarchico di responsabilità sociale si scontra in modo violento con l'animalità dell'interesse individuale, il quale risulterà sempre vincente finché non si troverà una formula geniale per farli coincidere.

mercoledì 2 giugno 2010

Solo io e la Madonna

L'anno scorso sono stato in India per un mese, seguendo una specie di itinerario tantrico da Vrindavan a Varanasi e da Guwahati a Tarapith. Quando sono tornato, pochi giorni dopo, ho cominciato a sentire un fastidioso bruciore uretrale. Il medico di famiglia, che peraltro è un urologo, mi ha prescritto un farmaco per l'ipertrofia prostatica... alla mia tenera età? Un farmaco per di più non mutuabile e che mi è costato una ventina di euro. Tant'è che un'amica medico quando gliel'ho detto ha sgranato gli occhi e ha detto: "Ipertrofia prostatica?? Alla tua età? Forse hai solo un'infiammazione dovuta al cibo, alle spezie... Prendi un disinfettante e se non ti passa un antibiotico". Così ho fatto, e dopo l'antibiotico sono guarito.

Un paio di mesi fa invece il bruciore è ricominciato. Ho pensato di nuovo al cibo, magari a causa del cambio di residenza estera, così ci sono stato attento, mi sono contenuto. Invece niente, non è più passato. Alla fine mi sono deciso a fare delle analisi approfondite - esami delle urine con culture batteriologiche, prelievi di tessuto uretrale (per nulla simpatici), analisi del liquido seminale spremuto direttamente dalla prostata (neanche tanto simpatica)... e alla fine la diagnosi è stata: clamidia. Sono infetto da un batterio sessualmente trasmissibile chiamato clamidia. Quindi ho una malattia venerea. L'eziologia medica non offre altre modalità di trasmissione dai rapporti sessuali, di ogni tipo che siano, con l'esclusione ovvia di quelli manuali. Sia come sia, deve esserci di mezzo del sesso. In altre parole ho fatto ritorno dall'India con una malattia venerea - tipo Baudelaire, tipo Ofra Haza... Beh, penseranno furbescamente gli omini sapienti opinanti, sei andato a farti il viaggetto tantrico e ti sarai lasciato andare... ti capiamo, sono cose che capitano, potevi starci più attento ma non è mica la fine del mondo... Sennonché la verità è che, ecco, in India ho fatto solo delle grandi astinenze monacali. Fatti vostri se non ci credete, omini!

Non posso a questo punto fare a meno di valutare altre ipotesi di contagio. Finora sono riuscito a formularne tre, di cui due in combutta:
1. qualcuno mi ha cloroformizzato e stuprato;
2. mi sono infettato con il cesso della camera di albergo a Guwahati, Assam (la migliore camera del viaggio! 1500 rupie a notte, che per l'India sono già una cifra), dove mi è capitato di toccare con la punta dell'uccello la ceramica della tazza - problemi di dimensioni... oggi in India si sono messi in testa di sostituire i tradizionali cessi alla turca con dei cessi all'occidentale, ma li fanno troppo piccoli;
3. mi sono infettato toccando ritualmente la fica petrosa della dea Sati: a Guwahati infatti si trova il principale tempio tantrico dell'India dove, secondo il mito, precipitò la vulva del suo corpo smembrato.
Considererei improbabile la prima ipotesi. La seconda è invece già possibile, per quanto assume spessore solo se collegata alla terza: cioè l'infezione proverrà magari anche dal cesso, ma per la volontà dispettosa della dea. La terza ipotesi infatti è quella che trovo in assoluto più probabile, visto che un genitale (per quanto divino) aperto al pubblico da migliaia di anni non può non avere contratto almeno la clamidia. Eppure nelle mie due visite alla divina vulva non ho fatto delle cose strane, ho cercato di comportarmi bene. Ho solo maledetto un po' i soliti bramini officianti, che si sbrigavano a benedirti, spillarti l'obolo e cacciarti via in fretta, per far passare altri devoti e accrescere il numero delle donazioni. Per due volte mi sono inginocchiato per arrivarci e ho appoggiato le mani sul duro e frigido sesso/sasso della dea, bagnato, cosparso di fiori, ma poi non è che le mani me le sia messe in bocca... d'altra parte con le cose divine ci si deve stare molto attenti.

Mi dicevo in quei giorni, possibile che sono arrivato fin quassù per nulla e solo per vedere un altro tempio, solo per assistere all'ennesima messa in scena rituale? Neanche un sant'uomo in giro, nessuna particolare emozione, nessuna novità nel luogo più santo del tantrismo... Possibile? Possibile, possibile. Ciononostante la dea un pegno d'amore me l'ha voluto lasciare, o forse uno sberleffo, e a che vale adesso investigare se la clamidia me l'ha passata per via latrinale o per contagio mistico? Se non si va in cerca di sofismi o di teologie moralizzate, non cambia niente sapere se Maria di Nazaret concepì il suo figliolo ex-machina o dopo una notte di fuoco con Giuseppe. Alla fine il risultato è lo stesso: la materia veicola lo spirito. E qui la clamidia, là un figlio di Dio.