Ti sogno ogni notte da quando sono arrivato ad Atene. Da quando ci siamo ritrovati ti penso di continuo. È stato come aprire un vaso di Pandora, che era già sigillato molto male, colmo di desideri letargici, mineralizzati, che per tutti questi anni ho trattenuto nella vaga malinconia dell’unico amore della mia vita – passionale, sconvolgente – abortito. Temevo questa reazione. Per questo avevo preferito la lontananza. Ma i nodi prima o poi vengono al pettine, come si dice, e la voluttà che quando eravamo ragazzi era una cosa angelicata adesso si è gonfiata di erotismo.
All’aeroporto la scuola mi ha mandato un taxi che mi ha portato in un albergo proprio sotto l’acropoli. Una cafonata come al solito, ma lo fanno con buone intenzioni, per compiacermi. Sono pronto per la stagione. A meno di intoppi partiremo per Samotracia all’inizio di maggio. Nel frattempo ci organizziamo con l’equipaggiamento, gli strumenti, i kit di catalogazione. Per fortuna alle scartoffie adesso ci pensa la segreteria della scuola. Grazie alla scoperta della stele riceviamo migliori attenzioni e abbiamo qualche nuovo privilegio. Non navighiamo nell’oro ma non è più come prima. Il nostro potere contrattuale è salito abbastanza dopo le pubblicazioni dell’anno scorso e i passaggi televisivi.
In albergo c’era già Maria che mi aspettava. Tra i miei assistenti Maria è senz’altro la più intraprendente, in ogni senso, tant’è che si è presentata nella lobby con una minigonna filiforme. Maria è la responsabile del gruppo che lavora con me. Abbiamo fatto il punto della situazione al bar dell’albergo, bevendo daiquiri alla fragola, lei, e io il solito mojito. Da dire c’era ben poco, a parte farci i saluti dopo la pausa invernale, trovare qualche piccolo pretesto per riaccendere subito i motori. Con Maria è così, bisogna accelerare (sempre).
Il bancone del bar era rivestito di specchio fino a terra. Mentre beveva Maria fumava, si agitava con noncuranza sullo sgabello. Accavallava le gambe, le scavallava, si spostava un po’ in avanti, poi indietro, poi un po’ a destra, poi un po’ a sinistra. Infine ha allargato vistosamente le ginocchia, tanto che non ho potuto fare a meno di abbassare lo sguardo. La sua fica depilata si rifletteva come un gioiello di carne sullo specchio lucido del bancone. Il colpo le era riuscito benissimo. Senza mutandine, era lì pronta, combattiva, perfettamente equipaggiata e intenzionata a mordere la mela, forse a portarsi tutto l’albero a casa, chissà.
Maria vuole qualcosa da me, è disposta a concedere molto. Lo sappiamo entrambi, anche se finora abbiamo giocato a carte coperte. Finito il cocktail ho avvicinato il mio sgabello al suo e le ho appoggiato con delicatezza e precisione una mano sulla fica, senza neanche toccarle le gambe prima di arrivare all’inguine né sfiorare il tessuto della minigonna. Il suo cuore ha dato un colpo in gola, la vena giugulare l’ha tradito, ma lei ha sorriso e i suoi occhi luminosi, azzurri si sono allargati come bocche golose. Le ho sussurrato all’orecchio: “Quest’anno gli scavi saranno molto profondi, sei pronta?”. E lei ha risposto: “Ἕγω δ᾽ ἐπὶ μαλθάκαν τύλαν σπολέω μέλεα” – non so se ti ricordi ancora come si traduce il greco antico, la risposta di Maria significa “io, comunque, distendo le mie membra su un morbido cuscino”. Ho sorriso, ho pensato “frettolosa” e ho pensato “che parole stupide”, ma in fondo è il nostro gioco.
L’ho portata in camera. Le ho chiesto di spogliarmi. Le ho chiesto di lavarmi nella vasca da bagno con dell’acqua tiepida per togliermi di dosso la polvere del viaggio... come se fossi arrivato in carrozza... Poi ho infilato l’accappatoio dell’albergo, schiumoso, profumato. Ti sarebbe piaciuto quell’accappatoio. Le ho detto di sedersi sulla poltrona, di sollevare le gambe, di allargarsi il taglio depilato, già cromato, di mostrarmi il clitoride stringendolo tra le dita. Le ho chiesto di godere.
Le ho ordinato di spogliarsi. Ho preso un olio profumato che avevo comperato apposta in Italia, l’ho cosparsa massaggiandola dell’odore del legno di sandalo, del Patchouli, dell’Ylang-Ylang, della lavanda, della vaniglia, gli aromi miscelati nell’olio per il rilassamento. Poi l’ho fatta stendere sulla pancia, le messo un cuscino sotto il pube. La sua fica si è aperta come un loto maturo che si spacca, ingioiellato dai piccoli nei della buccia, le labbra gonfie, lucide, vischiose. L’ho aperta ancora di più con le mani. Le ho strusciato un dito sull’apertura bagnata, l’ho assaggiata. Maria ha un gusto di mare, un po’ salato. La sua fica era aperta come una preghiera, si era presa le natiche tra le mani, si allargava, le sono entrato dentro in una volta, le ho aperto l’utero di colpo. Ha mandato un piccolo urlo di dolore. Ma poco dopo ha goduto ancora, le sono venuto dentro.
Mentre succedeva tutto questo pensavo a te.
Mi accoppiavo con te nel suo corpo.



