sabato 29 maggio 2010

Intrigo in Terra Santa.9/11

io intanto
dopo quei primi avvertimenti cui avrei dovuto prestare più attenzione
non avevo smesso le lezioni di *** e mi sentivo sempre meno saldo nei principi della penitenza

siccome non potevo parlarne con nessuno cominciai a prendere appunti di quello che pensavo
di quello che sentivo
a tenere una specie di diario

scrivevo tutto su un piccolo portatile che avevo comperato al duty free
sai di quelli con le tastierine che quasi te li puoi mettere in tasca

il computer era nella mia stanza

avevo suddiviso gli appunti per argomenti
scrivevo delle cose che mi stavano più a cuore e che approfondivo continuamente incrociando la tradizione francescana con gli insegnamenti della ***

ricordo benissimo le cartelle che avevo creato

ce n’era una sui desideri
una sul libero arbitrio
libertà di scelta la chiamavano loro
una su piacere e dolore
una sui corpi
una sulla spiritualità e il mondo
una sulle superstizioni

all’interno di ogni cartella tenevo i documenti in cui affrontavo quegli argomenti da diverse angolazioni

mi sembrava un buon esercizio intellettuale
anche se poi non erano esercizi fine a se stessi
perché le conclusioni cui giungevo diventavano pian piano una nuova pratica di vita

cambiavo e me ne accorgevo
ma volevo cambiare

dei desideri ti ho già detto qualche cosa

ogni giorno compilavo una lista delle azioni che vedevo accadere intorno a me
cercavo di collegarle a impulsi specifici

a volte ero costretto a seguire lunghe catene di scusanti desiderative
le avevo chiamate così
prima di raggiungere la sorgente autentica del desiderio
che poi era quasi sempre la stessa anche se sfuggiva e si sfaccettava come la luce che attraversa un prisma

la sorgente del desiderio finiva per essere sempre la ricerca del massimo piacere ottenibile con il minimo sforzo

però poteva trattarsi di piacere fisico
di affermazione sociale
di gratificazione professionale
più tutta una serie di schermi che deviano la luce
l’innamoramento
la pietà
il lutto
la vendetta
e tutta la schiera delle ambizioni e delle frustrazioni dei desideri che a prima vista possono non sembrare riconducibili alla ricerca del massimo piacere possibile

ogni argomentazione prendeva forma da una riflessione ***

c’era la questione del libero arbitrio
davvero spinosa

ero partito dalla constatazione che ogni gesto umano
vile o nobile che sia
non è dettato da altro che dalla ricerca del massimo piacere possibile

avevo poi aggiunto che gli esseri umani sono succubi di questa loro natura
che piacere e dolore determinano ogni nostra azione

la base genetica di cui ognuno è formato definisce inoltre la gran parte delle nostre attitudini
cioè le nostre inclinazioni
perciò dei modi istintivi in cui rispondiamo agli stimoli esterni dell’ambiente in cui viviamo

l’ambiente in cui viviamo
naturale o sociale
agevola lo sviluppo di alcune delle nostre qualità a discapito di altre
perché sai
uno potrebbe scegliere liberamente solo se sapesse davvero che cosa sta facendo
se conoscesse alla perfezioni i motivi che lo inducono a scegliere
se avesse la piena consapevolezza delle conseguenze delle proprie decisioni
altrimenti è un gioco d’azzardo

ma anche quando uno scegliesse liberamente
che vuol dire liberamente

la base biologica risponde agli stimoli ambientali
non c’è nessuna vera deroga a questa legge 

il maestro ai cui scritti facevo riferimento finiva sostenendo che l’unica libertà che ci è data è la scelta del migliore ambiente per sviluppare le nostre qualità spirituali

mi sembrava un modo un po’ scivoloso di risolvere una tragedia esistenziale
che in altre epoche e in altri luoghi aveva condotto al servo arbitrio 
e in pratica all’ateismo

se non all’ateismo alla fine della religione
perché se non si può più intervenire sul proprio destino a che serve pregare
a che serve rivolgersi a dio
e tanto più a che serve delegare la propria salvezza a delle istituzioni preposte

che ti dico dei corpi
di questo veicolo materiale tanto incompreso
membrane con cui facciamo esperienza del mondo
in cui riceviamo le sensazioni
i sentimenti
i pensieri
quei corpi che finiamo per identificare con noi stessi e che nella loro provvisorietà curiamo con edonismo come il bene più grande o finiamo a disprezzare come materia diabolica

l’identificazione con i nostri corpi ci fa scartare la deduzione più ovvia 
l’ipotesi più plausibile
che i corpi siano cioè i ricettacoli di quanto ci è dato di esperire in questa vita
sensazioni e pensieri

dedicargli cure eccessive è come invitare a cena un somaro
ma massacrarli è ancora più stolto perché equivale a rovinare i ricettori dell’esperienza e quindi della conoscenza

però per alcuni le mortificazioni della carne sono un piacere maggiore della cura del corpo

è il piacere dell’imitazione della passione di cristo
e non c’è niente di più edificante per chi da cristiano aspiri alla santità

ma la carne è come un’antenna televisiva
mi scuserai la metafora grottesca
e se la spacchi non si vede più niente e ti non resta che la pace amorfa del fruscio di fondo sullo schermo

non una gran conquista per la verità

più canali si ricevono però più ci si confonde e occorre imparare a discernere le informazioni ricevute per non esserne vittima

questo mondo è un grande gioco ma non è uno scherzo

non per noi almeno

io sai credo alla teoria dell’evoluzione della specie sottoposta alla continua unzione della santità

solo che per santificare dei pezzi di terra occorre molto tempo

la spiritualità nel mondo era un’altra delle mie investigazioni

come i mondi spirituali si intrecciano a quello materiale per me è stata continua fonte di sorprese e frustrazioni
io sono un po’ ingenuo
forse te ne sei già accorto

ho ricercato una purezza e una coerenza che non si trovano su questa terra

la santità che entra in questo mondo deve fare i conti con le sue strutture di potere
strutture di selezione sociale più che altro
cioè di selezione naturale
né più né meno

un santo per fare braccia nel mondo è costretto a modellarsi secondo le esigenze e le aspettative del suo pubblico di riferimento
non può aspettarsi che avvenga il contrario
altrimenti non resta che un asceta
un anacoreta
un ginnosofista

il santo in fin dei conti deve avere grandi qualità manageriali se vuole far attecchire la sua setta e diffondere il proprio messaggio

lo stesso gesù non riuscì in nulla rispetto a quello che poté san paolo

il santo è tenuto a relazionarsi con i potentati del suo tempo

francesco dovette mettere il suo ordine sotto la protezione papale
te l’ho già detto
questo ci salvò dall’eresia ma ci condannò alla normalizzazione conventuale e ai vizi del mondo

il maestro con cui ho studiato in israele si è trovato a fare altri compromessi
non meno pericolosi

per agevolare la diffusione del suo messaggio ha creduto di doversi avvalere dei moderni mezzi di comunicazione di massa
ha deciso di mettere il suo gruppo sotto la protezione finanziaria di alcuni magnati
offrendo in cambio promesse di salvezza 
e forse qualche sgravio fiscale

così ha cominciato a uscire dal sottobosco dei rabbini sapienti che popolano le viuzze ortodosse di gerusalemme e adesso ha un website multilingue
un blog
due centri di studio in israele e molti gruppi affiliati nel mondo
un programma tv digitale
un giornale tradotto in varie lingue
una casa editrice che pubblica i suoi libri

ha ottenuto parecchio

ma quale sarà il risultato delle sue scelte

per ora se ne va in giro compitamente in giacca e cravatta e non più in palandrana e zucchetto

cosa faranno di tutto ciò i suoi allievi lo si vedrà dopo la sua morte

questo per dire che insomma anche la santità è costretta a fare i conti con il potere
e oggi quindi con i soldi

io invece credevo che le cose spirituali proseguissero per cammini indipendenti dal denaro

mi sbagliavo

il denaro è la struttura di potere che domina il presente e la santità non può esimersi dall’usarlo

proprio come francesco non poté esimersi dalla sottomissione al papa

se si vuole avere successo o se si deve avere successo

scrissi sui miei appunti che laddove le religioni hanno sempre portato l’odio e la guerra i soldi tendono a portare la pace

non perché i capitalisti siano più santi dei santi ma 
sono invece tanto egoisti da seguire le modalità di comportamento più istintive
le quali sono sottomesse alla volontà di dio anche più delle aspirazioni dei santi 

le vie del signore sono infinite

uno pensa di fare del male e non capisce che per di lì
e solo per di lì 
passa la sua santificazione
e la santificazione del mondo

il libero mercato vuole paesi pacificati e governi stabili per coltivare i suoi consumatori
e adesso che con l’aiuto di dio i grandi idealismi hanno fatto il loro corso e sono morti si potrà finalmente lavorare insieme a vantaggio di tutti
anche se sembrerà che avvenga altro e la vita politica
svuotata di pretesti e di valori
mostrerà infine il teschio che ha sempre cercato di mascherare
che non è altro che lotta per il bieco interesse personale

mercoledì 26 maggio 2010

Guerra alla guerra

Mi è capitato ieri sera, postando alcune fotografie su un altro blog, di ripensare al motto supremo dei pacifisti contemporanei che sentenzia "guerra alla guerra". 

Dal punto di vista logico la frase potrebbe rifarsi alla regola dei segni del prodotto, che però sembra indimostrabile e nel campo delle cose umane lascia comunque ampissimi margini di dubbio: – · – = +,  cioè fare guerra alla guerra significa promuovere la pace...

Dal punto di vista simbolico invece si potrebbe far risalire la frase ai mostri apotropaici dell'antichità, o anche a quelli scolpiti sulle cattedrali medievali, fosse sui portali o sui pilastri esterni a mo' di doccioni, incasellandola così in quella tipologia di pensiero magico per cui si può scacciare il male con il male (addomesticato, asservito), a patto che il male amico sia più forte del male nemico.

                      Battente della cattedrale di Durham.          Gorgoyle sulla cattedrale di Notre-Dame a Parigi.

E se in campo matematico ci si può anche attenere a regole estranee alla comune intuitività e confidarvi come  in verità segrete e superiori, affrontando il discorso dal punto di vista simbolico non bisognerebbe dimenticarsi di un aforisma di Nietzsche, ben più ponderato del motto pacifista in questione: "Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal diventare anche lui un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te" (Di là dal bene e dal male, IV.146). Perché per sconfiggere i mostri non basta essere uomini, occorre essere cavalieri, santi o eroi. Gli uomini comuni che invece si ammantano di qualità eroiche senza averne le caratteristiche morali e intellettuali, finiscono inevitabilmente per riproporre sotto altre vesti o con altri nomi o perfino con lo stesso identico nome (guerra alla guerra) ciò che avrebbero voluto combattere e sconfiggere.

Le parole, in casi come questo, confondono le idee.

domenica 9 maggio 2010

Elogio della distanza

Ieri sera sono andato a vedere un concerto di Elefteria Arvanitaki, famosa cantante greca. Capirete la sorpresa quando, tra il bouzouki e le melodie mediorientali, ho sentito sbucare fuori una canzone nota... Primo pensiero: questa la conosco. Secondo pensiero: che bella! Terzo pensiero: ... ma questa è Come Monna Lisa di Mango... Il quarto pensiero è stato lo sconcerto, perché io sono ovviamente di quelli che hanno sempre snobbato la musica leggera italiana, i successi della radio... non mi parlate poi di San Remo! Però, ecco, ieri sera quella canzone, cantata così in greco, mi è sembrata bella. A causa della distanza mi sa, di quel distacco dalle cose come sembrano che alla fine può far rivalutare anche ciò che si è sempre disprezzato. 
Lo stesso mi era già successo con il lago di Albano, che ignoravo con segreta ostentazione durante gli anni del liceo come luogo "plebeo" e che poi, dopo una quindicina d'anni di residenze estere, all'improvviso un giorno mi è sembrato davvero bello, quale in effetti è. 


Ante Scriptum.
Qualche tempo fa a proposito avevo scritto un pensiero, poi inserito nella versione (temporaneamente) ultima di Del Regno. Lo riporto di seguito, si intitola Vestiti di cielo.
"Credo ci sia da mantenere una certa distanza quando ci si avvicina per studiare la tela del Regno, non volendo che questa ci si appiccichi al naso o peggio, nel caso si sia piccole creature, ci invischi per farcene morire. Di che morte poi, abbozzolati nel muco di un nemico e soffocati, appesi come mummie di prosciutti nella dispensa di compare ragno.
La distanza sufficiente è soggettiva e da quantificare, ma è un po’ come spogliarsi, levarsi quegli stracci appoggiati alle pudende. Quegli insulsi ritagli di tessuto ricuciti insieme per i quali ci saremmo offesi se qualcuno fino a poco prima ce li avesse sporcati, con un po’ di caffè magari o senza volerlo con degli schizzi di sugo, ora sgualciti su una sedia a un passo da noi ci lasciano quasi apatici. È bene dire quasi, perché certo molto dipende dal valore che si dà alle proprie vesti. Una personalità su cui si è molto investito, pagata con lavoro e fatica, una personalità di prestigio, anche quando è lasciata in guardaroba è cosa delicata, non la si può cincischiare pensando che quando il proprietario torni a prenderla gli si potrà dire: “siamo spiacenti, c’è stato un incidente”, oppure: “signore mio, che guaio! ci è caduto del vino, il suo soprabito s’è tutto macchiato”. Cose simili non lasciano indifferenti. Qualcuno vorrà indietro i suoi indumenti e li rivorrà come prima. Griderà, picchierà i piedi e le mani, minaccerà di chiamare a giudizio. Farà il diavolo a quattro e proverà a cavarvi gli occhi se non gli ridarete il suo mantello e i suoi privilegi. A certe cose purtroppo ci si abitua.
Sarebbe forse meglio circolare ignudi come i monaci cielovestiti d’India? Certo si eviterebbero alcuni rognosi fastidi dovuti alle false appartenenze.
Però dismettere gli abiti è rischioso. E anche dare inizio al processo di distanziamento. E si potrebbe fare anche la nota fine della cipolletta, che strato dopo strato e dopo tante lacrime si riduce a un soffritto oppure a niente. Lacrime necessarie. Il dolore infatti, come la distanza, purifica e acuisce le facoltà di discernimento.
Importanza del discernere, del vedere tra le pieghe delle cose. Con raffinatezza magari sapere cogliere i segreti illustrati in ciò che si mostra, nascosti solamente dagli occhi accostumati a trovarseli di fronte, piccole sfumature, variazioni sul tema che ci ingannano, pattern che nascondono l’abisso – se sai che qui c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto (Wittgenstein). O con Julio Cortázar: E i gesti dell’amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Marco Antonio cercò ciò che cerca la tua mano e né la tua né quella cercavano qualcosa che non fosse già stato trovato dall’inizio dei tempi. Ma le cose invisibili devono incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte. Così qualsiasi vocazione, ogni scelta, tende con il tempo a diventare abitudine e perciò costume. Forse lo stesso non accade con gli astri dei savi digambara, i monaci gianisti “vestiti di cielo”, che dopo molte lune e tanti soli sapranno ormai per certo quale costellazione indossare stanotte? Così anche la nudità finisce per essere veste."

venerdì 7 maggio 2010

De rivolutione II

Siccome ora mi trovo in Grecia parlo della Grecia, ma solo per quanto riguarda certi fenomeni generalizzabili. La Grecia in questi giorni è il luogo di un nuovo tipo di rivoluzione: la rivoluzione consumistica.  Riprendo allora il racconto del pollaio pre-industriale, quello del post precedente, per illustrare lo scenario a cui ci troviamo davanti in forma di parabola o di favola neo-esopica.

Il fattore che alleva i suoi polli sapendo che dal loro benessere dipenderanno la bontà delle sue frittate e del pasto domenicale, cerca di dare a loro tutto il meglio. Fa quello che può, pensa al presente, anche a lui hanno insegnato a scuola che "di doman non c'è certezza" e quindi si comporta di conseguenza. Dà ai suoi polli razioni di pappone super-size, gli fa i trespoli nuovi, mette tra le galline più galli per farli divertire meglio, per i pulcini crea spazi protetti così che crescano grandi e grassi per la sua mensa. Poi un giorno succedere qualcosa. Forse il fattore lo sa cosa succede, ma la "Voce del pollaio" no di certo, perché un giorno dice questo e l'altro quello. I polli non ci capiscono più niente, da un giorno all'altro si vedono il pappone ridotto, anche l'Ikea diventa troppo cara per farsi i nuovi trespoli. Salta il mese di vacanze all'anno a Timbuctù ma anche a Sharm El-Sheikh e non si può più uscire a cena al ristorante almeno quattro volte al mese, prendere gli aperitivi in quei bei bar del centro, i quindici caffè al giorno, le paste, i cappuccini. Le rate dell'Audi nuova chi le paga? E insomma non ci starete davvero dicendo che invece di parassitare negli uffici pubblici qua tocca rimboccarsi le maniche e andare a zappare la terra??? Così quando il fattore arriva con il vitto ridotto e le sue grame notizie, i polli gli saltano addosso, lo vogliono beccare a morte, gli vogliono cavare gli occhi. I polli non capiscono niente ma sono idolatri, sanno subito di chi è la colpa delle loro disgrazie, che chiaramente non è mai la loro. I polli vivono di idoli, innalzano idoli, distruggono gli idoli, sperando così di cavarsela. Insomma, sono i soliti polli.

La situazione greca è parabola di un nuovo tipo di rivoluzione, quella dei consumatori per l'appunto. Una rivoluzione per il surplus detratto. Se la povera Maria Antonietta fosse viva oggi, certo un po' imborghesita, con qualche siringa di botulino intorno agli occhi, invece di offrire brioches al posto del pane magari inviterebbe i suoi ministri a dare al popolo Lamborghini al posto di Mercedes e BMW, ma oggi avrebbe più ragione di allora. La sua derisione sarebbe del tutto appropriata. "Ma come? Vi abbiamo mantenuto per decenni! Vi abbiamo dato facile lavoro, abbondanza di cibo, beni di ogni genere e di lusso, automobili, motociclette, vacanze in pacchetti da nababbi, medicine - vi teniamo in vita ormai fino a 90 anni ma se facciamo un po' di soldi su un vaccino vi indignate... Se vi dispiace così tanto, non vaccinatevi! Vi abbiamo offerto cose che nessuno prima di voi ha mai visto, e tanto meno avuto: aerei, luna park, computer, il cinema, la TV, l'iPod... Vi abbiamo fatto studiare perché foste un po' più utili alla produzione, vi abbiamo ripulito dalla terra, vi vestiamo con una certa cura. Ma tutte queste cose e questi privilegi non vi appartengono. Voi le potete usare, potete usufruirne, ma sono roba nostra! A noi il merito, a noi i maggiori vantaggi. E quando ci sono problemi - perché così va il mondo... sapete cari, il mondo ha una struttura dinamica e le cose cambiano, a volte vacche grasse a volte magre... ma dicevo che quando ci sono problemi a tirare la cinghia dovrete essere voi, che non avete meriti, che siete i parassiti e i servi della nostra società dei consumi."


Cry chicken, cry...

domenica 2 maggio 2010

De rivolutione

Facciamo l'esempio del pollaio pre-industriale, che si capisce intuitivamente. C'è un pollaio con tante belle galline e qualche gallo, ogni tanto i pulcini. Il fattore viene e lo pulisce alla meglio ma regolarmente, ogni sera porta il pappone su cui i polli si avventano come se non ci fosse un domani, si azzuffano, si ingozzano, poi scagazzano dappertutto. Ogni mattina il fattore fa il giro del pollaio e si porta via le uova non fecondate. Una volta alla settimana, di domenica mattina può darsi, il fattore entra nel pollaio e acciuffa un paio di galline grasse, gli torce il collo e se le porta a casa, nessuno sa cosa ci farà mai. Mentre è lì che le insegue, gli altri polli che vedono tutto e capiscono il pericolo scappano via terrorizzati, ma appena conclusa la caccia si riappacificano con se stessi, tornano a becchettare a terra, a prendere il sole o a dormire. Non si dà mai nessuna fuga di galline, a meno che il fattore non abbia dimenticato il cancello aperto, e allora quelle si fanno un giretto fuori, ma poi per cena tornano.

Questa, per esempio, era la banda dei Turiddu...

(Joseph Goebbels, Adolf Hitler, Heinrich Himmler)

... che voleva far diventare il mondo pressappoco così:

(Barbie & Ken)

L'incoerenza estetica si vede a colpo d'occhio. Tutto il resto dovrebbe essere (stato) conseguente.

Oppure pensate se vi dicessero che questi due personaggi...

(Rockerduck & Zio Paperone)

... che questi due personaggi, che tutti conosciamo bene, siano diventati dei filantropi come questi:


Qui l'estetica aiuta un po' meno, perciò bisognerebbe vedere in effetti che si fa nelle loro fondazioni caritatevoli con i soldi raccolti, occorrerebbe capire fino a che punto quei denari sono o non sono usati come sistema di infiltrazione capitalistica e per aiutare la gente a sopravvivere al fine di creare nuovi mercati di lavoratori e di consumatori, ovvero irradiare l'amore per il sistema capitalistico con conseguente affiliazione ideologica e relativa partecipazione "volontaria" delle masse, come è successo a tutti noi (cioè a loro, ai nonni, perché noi ci siamo nati nel pollaio) a partire dal dopoguerra.

Nella realtà dei polli nessuno si scompone, la morale dei fattori gli insegna che tutti possono ravvedersi, che occorre perdonare... cose per polli, insomma... cose che solo i polli ci credono, perché ai polli gli hanno detto che esistono i fattori buoni e i fattori cattivi, e anche i fattori cattivi che poi diventano buoni, e che i fattori che non diventano buoni muoiono sicuramente, e così sono lì incerti, non ci capiscono più niente, perché a quanto dicono tutti i fattori alla fine sembrano buonini ma a loro continuano a torcergli il collo.

Run chicken, run!