mercoledì 31 marzo 2010

Intrigo in Terra Santa.2/11

la terra santa per un francescano è quasi un mito

lo dico in senso proprio

dico quasi perché è un luogo che esiste 
e dico mito perché era un chiodo fisso del nostro fondatore

ce l’avevano in parecchi ai suoi tempi quel chiodo fisso e partivano
conquistavano
si immolavano alla credenza che la redenzione passasse per quegli spostamenti
che fosse il viaggio difficoltoso in se stesso a salvarli

in terra santa gli arabi 
quelli cattolici 
hanno il mito di roma 
perché è la capitale della cristianità

si impressionano sempre loro di ciò che è autorità

i camminanti europei invece hanno il mito di santiago de compostela 
perché c’è un percorso da seguire 
che è stato ripristinato
una lunga passeggiata suddivisa in tappe
e ci sono le strutture di accoglienza

sentono un gusto di antica santità ma si mettono in gioco troppo poco
si fanno più che altro una bella vacanza

noi invece diventiamo frati con l’ambizione della terra santa 
di cui ci riteniamo anche custodi
che vuol dire che ne saremmo responsabili

come se nell’inventario delle proprietà spirituali dell’ordine fosse inclusa quella parte di ecumene 
o almeno pezzi di quel territorio che alla fine
dopo tanto contendere 
è tornato nelle mani degli ebrei

mi ci mandarono per insegnare in una scuola

noi abbiamo delle scuole a gerusalemme e nei dintorni
e nel nord di israele

le frequentano solo gli arabi anche se per principio noi non rifiutiamo nessuno
ma gli ebrei non ci si avvicinano neanche
anzi quasi ci temono di più dei musulmani che li cancellerebbero dalla faccia del mondo
e che però non li hanno mai costretti a convertirsi
non li hanno perseguitati per due millenni

ai miei ragazzi ho insegnato la storia e l’italiano per tre anni
poi il superiore è morto e il custode mi ha nominato direttore della scuola

allora mi era sembrata una gran fortuna
erano state le circostanze del destino a deciderlo

continuavo a insegnare
per meno ore
perché adesso ero responsabile di tutta la struttura
e mi furono assegnati un segretario e un contabile
dei frati già impiegati nella scuola

persone con cui avevo una relazione alla pari all’improvviso mi diventarono subalterne

era poi solo una subordinazione burocratica
per le cose spirituali non mi dovevano alcuna obbedienza

il contabile era un frate di acquasparta
che aveva fatto il noviziato a padova e trascorso qualche mese a san giovanni rotondo prima di arrivare in terra santa

un ragazzo con una storia familiare tormentata

era simpatico gioviale di buon cuore e anche se eravamo coetanei non ebbe mai invidia del mio ruolo

il segretario invece
un anziano frate di betlemme
mi si mise di traverso dal giorno che assunsi l’incarico

fino a quel momento tra noi c’era stata cordialità

credo non sopportasse di prendere ordini da un frate tanto più giovane di lui
per di più impiegato nella scuola da così poco tempo

come se poi la mia carica non fosse stata determinata da una decisione del custode

un superiore di quelli veri dico io
di quelli a cui dobbiamo un’obbedienza che equivale a un comandamento

i malumori di quel frate mi disturbavano
disturbavano tutti noi
ma preferii non dargli troppo peso 
nella speranza che con il tempo si acquietassero 
quando avesse capito che non sarei mai stato suo nemico e non avrei abusato del mio ruolo

lo trattavo con i guanti di velluto
cercavo di coinvolgerlo nelle mie decisioni quando c’erano da fare delle scelte didattiche
quando prendevamo parte a eventi di rappresentanza

e anche quando aprimmo i corsi extrascolastici di insegnamento dell’italiano lo consultai per la scelta dei docenti

provai con ogni modo di tirarlo dalla mia parte ma continuava a rimanermi ostile

oggi so che c’erano troppe cose di lui che non capivo e che erano motivo di grandi pregiudizi

certe caratteristiche della sua personalità
le esperienze che aveva fatto in seno all'ordine
le ambizioni frustrate e le esperienze della sua gioventù durante la guerra dei sei giorni
quando gli arabi avevano perso tutto e le terre della sua famiglia erano state confiscate dal governo israeliano
devolute poi ai coloni

tutto questo si era già allineato contro di me per le mie origini e la mia buona stella
come le schiere di un esercito nemico che avrebbe combattuto senza esclusione di colpi per annientarmi

venerdì 26 marzo 2010

Intrigo in Terra Santa.1/11

Mi rendo conto, e mi è stato rimproverato, che scrivere su un blog dei "racconti" a puntate è snaturare il concetto di blog. I blog sono fatti per delle scritture brevi, quasi aforismatiche, per delle notizie da sbocconcellare on the way to work, e non si può pretendere tanta fedeltà da un lettorologo, che uno vada a spulciare tra le puntate precedenti per capirci qualcosa o ritorni per leggersi quelle successive - e quando poi? quando gli pare all'autore? Certo che esistono i reader, però insomma mica siamo nel 1800, quando gli emigrati anglosassoni aspettavano ansiosi sulle banchine del porto di Baltimora gli arrivi dei bastimenti transoceanici, per leggersi i romanzi di Dickens pubblicati a puntate sul settimanale All the Year Round. I blog personali però sono così, un po' anarchici, come i diari, e in un diario in fondo uno ci mette quello che vuole, parla come gli pare.
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[monologus theologicus phrasticus*]



la compassione ecco

da quando che ho deciso di oppormi ai lumi dell’evoluzionismo e alla sua giustezza
quindi di rinnegare ogni competizione tra gli uomini di intelletto
in quelle mille loro carriere per cui si scannano
quei furti e quelle frodi che di continuo si compiono l’un l’altro

le more angolari della creazione

vittime di una lotta di potere cosmica
che basterebbe poco sai
basterebbe capirlo
perché la soluzione è semplice
ma quasi invisibile
per l’accumulo ormai quasi eterno dell’abitudine a prevaricarsi
come le bestie

eppure basterebbe quel poco
perché è davvero facile
basterebbe ricordarsi che io
proprio io
proprio questo me stesso
morirò

e che è deciso da sempre

che questo corpo che ripulisco e curo sarà ossidato dai vermi
sarà corroso come un ferro dalla ruggine della putrefazione

la mia vita
il mio marcire
quella grandiosa dissacrazione delle mie forme e delle architetture del mio corpo

e proprio questa carne che considero me stesso
che è simbolo e vessillo della mia scadenza
e condanna
la carne per cui mi do così pena
che sazio di piaceri e di dolori

anche di dolori purtroppo

che insomma questa carne tanto voluttuosa e sensibile non è proprio me stesso
e che in fondo quello che penso e voglio non sono proprio io

perché sono formato di insegnamenti e ho ricevuto una dote familiare di attitudini ai comportamenti oltre che di sembianze
cose che mi fanno credere di essere proprio io stesso quello che invece non è che un involucro
una mascherata
un camuffamento dei meglio riusciti
che copre un'altra maschera
che è solo una in una serie senza fine

la carne
il sentire
il pensare – sono
involucri

lo trovi banale

è banale
ma se ti cerchi là in mezzo tra i cromosomi e le idee non so se riuscirai a trovarti

se uno durante la vita imparasse a morire
non si lamenterebbe di continuo
e non farebbe astrologie ogni giorno per contornarsi di cose
di totem
di feticci
di migliorie posticce
e per cercare affermazioni di potere
e non si perderebbe nella sciocchezza delle garanzie di vita per se stesso
e per i propri figli solamente
disprezzando le vite degli altri
umiliando nel suo cuore le relazioni d’amore degli altri
farebbe tesoro delle proprie miserie e poi magari aiuterebbe gli altri a liberarsi dal peso delle loro

invece ci scordiamo di essere dei corpi a scadenza
viviamo imperturbati e crudeli
e questo è il nostro guaio

tu hai seguito la volpe
credi ci sia qualcosa di magico nel fatto che una volpe ti ha portato da me

c’è del magico
ma stai pur certo che quella bestiola di te non ne sa niente

ha una tana qui vicino alla grotta
la vedrai passare ancora se ti fermi qualche giorno e non ci troverai più niente di speciale
uscirà
andrà a caccia
tornerà
è questo che fa la volpe
non è che ti aspettava o che le ho detto di portarti da me

io non sapevo neanche che esistessi
non ti aspettavo

la magia casomai è da un’altra parte
dico nel fatto che le cose succedono e che succedano così e non altrimenti

mi segui

che sembrano avere quasi un ordine e una finalità e non regna il caos
cioè che l’arbitrio sia tenuto insieme e ognuno trovi poi un suo senso in quei rammendi che lo cuciono agli eventi

che il senso della vita sia un rammendo è buffo no
è dissacratorio vero
sì è un’espressione che piacerebbe a tanti idioti smaliziati

che quel rammendo si formi
che le cose siano cucite insieme insomma
e che in quello
proprio e solo in quello che ti si cuce addosso tu possa trovare il tuo senso

e non viene uno prima dell’altro
la cucitura e il senso della tua vita dico
ma si presentano insieme sotto braccio come la gallina e il suo uovo

questo si che è magico
è fantastico

ma tu in tutto questo dove sei

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* La versificazione di questo testo è soltanto visiva, cioè una struttura apparente. L’andare a capo vale qui soltanto come indicazione per una scansione recitativa. 

domenica 14 marzo 2010

Religiolus

Ho fatto la mia prima comunione prima della prima comunione. Avevo 7 anni, ero al mare con i miei nonni al Lido degli Estensi. Ogni domenica c'era la messa e vedevo un sacco di gente mettersi in fila per mangiarsi l'ostia. Credevo fosse una cosa bella, una cosa buona. Sapevo - me l'avevano detto - che era una cosa santa. Allora avevo già il tarlo delle cose sante, non so perché. Forse ero nato così. A prendere la comunione pensavo succedesse qualcosa, che avrei visto Gesù o degli angeli, come nei libri illustrati che leggevo. Quindi mi misi in fila facendo finta di essere già iniziato a quel mistero. Aprii la bocca, amen, me ne tornai a sedere e succhiai la pastella fino in fondo. Ma non successe niente. Me ne andai via dalla messa piuttosto deluso. Non capivo perché tutta quella gente si mettesse in fila per mangiare un dischetto insapore, che non faceva niente. E aspettavano anche un'ora di noiose parole e di seduti e in piedi. Nessuna messa avrebbe avuto più alcun senso per me. La vera prima comunione la feci solo perché mi regalavano una bicicletta da corsa.

Mentre finisco di mettere a punto un'altra cronaca dei dispersi, che pubblicherò qui prossimamente, vorrei commentare brevemente un film che Emanuel mi ha consigliato alcuni giorni fa. Il film si intitola Religiolus ed è un tentativo di mettere in ridicolo a 360° le religioni del mondo, nella fattispecie ebraismo, cristianesimo, islam e culti derivati made in USA. 

Tralascerei di dire dei culti derivati made in USA e altrove, per la loro manifesta idiozia che oltrepassa il patetico e mostra solo la diffusa ignoranza di persone superstiziose, disperate, ottuse. Il film però prende di petto anche le tre grandi religioni, per ridicolizzarne i contenuti, i rituali, i messaggi, l'adesione popolare alle volontà delle cricche sacerdotali. 
Ci sarebbero un'infinità di cose da dire sulle religioni (con l'inclusione di quelle orientali) e soprattutto sul modo di fare religione, questioni tormentosissime e impossibili da affrontare con decenza su una pagina di blog. Questioni di cui il film fa cenno, per concentrarsi però sugli aspetti parodistici delle religioni: sui paramenti stregoneschi, sull'infinità schiera dei messia, sulla teatralizzazione ispirata delle cose divine - antica modalità che risale almeno alle sacre rappresentazioni medievali e all'Imitatio Christi; e per dare anche risalto agli aspetti meno parodistici delle religioni, quando le si usa come strumenti di aggregazione ideologica di massa con finalità politiche: sistemi ricattatori che inducono le persone alla sottomissione, a crudeltà inaudite in nome della loro salvezza e santificazione. E questo è quanto: le religioni ci spingono a ritenerci nominalmente migliori solo per il fatto di esserne seguaci. Migliori di quelli che non praticano e tanto migliori di quelli che appartengono a un altro credo. Le religioni ci fanno credere che un sistema di gesti rituali ci salva, ci protegge, ci aiuta a soddisfare i nostri desideri egoistici. I nostri desideri che sono sempre egoistici. Gesti che dovrebbero significare qualcosa, ma che si rifanno a preistoriche mentalità magiche e indicano solo l'appartenenza a un gruppo. Un'appartenenza che può dare diritto a molte cose, e anche a massacrare chi non appartiene allo stresso gruppo. Come fanno gli scimpanzé senza tante scusanti, nessuna differenza. Il gesto rituale dovrebbe indicare una forma di santità, a prescindere poi da quello che gli uomini racchiudono nei loro cuori.

Detto questo, che di per sé è già un giogo pesantissimo, non me la sento di concludere che migliaia di anni di esperienze religiose e spirituali siano esclusivamente ciarlataneria e frode. Mi sembra una presunzione troppo grande, l'arroganza di presumere che quel pochino che passa per la mia testa oggi sia la vera verità, che i santi siano isterici, che le nostre coscienze si sarebbero sviluppate ugualmente senza i contributi religiosi. Non so, ma non credo che le abitudini degli abitanti di Sodoma e Gomorra sarebbero cambiate senza l'obbligo stringente della legge mosaica. Tanto per fare un esempio. 
Si capisce che il taglio pamphlettistico e da talk show del film non consenta ampio margine al metodo storico, ciononostante quando qualcuno si picca di dire la verità occorrerebbero molta più prudenza e rigore intellettuale di quanto mostrato dagli autori. La selezione del materiale è infatti superficiale e tutta sbilanciata a favore della tesi da dimostrare. Un procedimento un po' dogmatico, come dire, un po' molto simile a quello che si vorrebbe inficiare, di vedere solo quello che fa comodo, di scegliere solo quello che si preferisce. Così fanno anche i sacerdoti. E questo non ha niente a che vedere con la verità ma è l'equivalente schietto di un'agenda politica.

mercoledì 10 marzo 2010

Sono un alieno

Oggi (cazzo!) ho scoperto di essere un alieno.
Non so neanche come faccio ancora a scrivere in questo schifo di linguaggio protozoico. Colpa dell'abitudine, I suppose.
Non so neanche a chi sto scrivendo in effetti, forse a un sottobranco di tecnoprimati che mangiano pizze e si sentono pure gagliardi.
Io non lo so chi cazzo mi ci ha messo quaggiù... forse questa è una colonia penale. Ma non mi ricordo di avere combinato qualche guaio. Forse l'avrò fatto e mi hanno cancellato la memoria.

Io sono un alieno.
L'ho capito perché quando esco di casa mi sembra di entrare in un cimitero e quando accendo la tv trovo solo programmi di pupazzi. Quindi io che sono così vivo e pensante devo per forza essere un alieno. 
Tant'è che visto che tutti questi zombi qua intorno non fanno che parlare di soldi e di affari, ho pensato anch'io di fare il mio business. Vorrei aprire un bordello e un cimitero. Mi sembrano le cose migliori da fare, sì. Senz'altro le più divertenti.
Nel cimitero ci metto i pupazzombi, pian pianino che si accorgono di essere morti in effetti.
Nel bordello gli creo qualche diversivo alla procreazione... se poi gli affari vanno bene apro anche una catena di bordelli, così magari dopo un po' riesco anche a farli estinguere. Mi farò promotore della scopata a perdere. Sì, è una buona idea, no? Penso di sì.

Un'altra cosa che mi ha fatto capire di essere un alieno è che sono spontaneo. Sì insomma, i pupazzi sono terribili, si muovono tutti uguali, mangiano tutti le stesse cose, dicono le stesse stronzate, eseguono tutti le stesse procedure di accoppiamento (chi più chi meno), insomma sono tutti uguali. Tutti prevedibili. Io invece sono così spontaneo e ogni giorno faccio una cosa diversa, quindi devo essere un alieno. Poi i pupazzi sono ipertrofici, non fanno che riprodurre se stessi e le cose che fanno da se stessi: 1 figlio, 12 miliardi di figli; 1 libro, 50.000 miliardi di libri; 1 patata, 300.000 milioni di chili di patate; e così via di seguito. Questa gente sono una noia mortale. Eh, sarà perché sono tutti già morti e non se ne sono accorti?

sabato 6 marzo 2010

Crime fiction. La moda letteraria di una società criminaloide.

(Nota a margine al libro Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale.)

Dai tempi delle Metamorfosi di Apuleio, i romanzi hanno sempre proposto rappresentazioni di ladri, di imbroglioni e di criminali, ma le detective story sono proprie delle società borghesi di metà '800. Solo in questo nuovo contesto sociale detto democratico, nel quale per la prima furono istituiti dei gruppi di polizia investigativa, ci si è trovati a dover rendere conto con modalità diverse da quelle della brutale soppressione alla feccia di miserabili che si addensava nelle città sottoposte allo sviluppo industriale. Miserabili ergo criminali! Come i primi detective avevano la funzione di tranquillizzare le passeggiate dei bravi cittadini e punire con la forza della legalità chi si opponesse alle norme della proprietà borghese, così l’incipiente crime fiction, che spopolò sin dall’inizio e trovò fertilissimo terreno sui giornali, cercava di mettere pace nelle coscienze di una società che si scopriva infettata dal crimine.

Oggi che il crimine ha mandato in cancrena i tessuti sociali, ogni momento letterario di crime fiction rappresenta la deriva di una società criminaloide che esorcizza le proprie cattive abitudini mentre si intrattiene allo specchio. La crime fiction è diventata l’epica dei tempi moderni, su cui un sistema di valori, di abitudini e di comportamenti si riflette. La produzione letteraria criminaloide, con la compiacenza di un mondo editoriale  spregiudicato, disperato, ignorante (nella rincorsa del profitto spicciolo - spicciolo perché non è di grandi affari che si parla - una casa editrice che non abbia una collana o almeno alcuni titoli di crime fiction è ormai destinata allo sbando); la produzione letteraria criminaloide, dicevo, allarga la sua ombra su tutto il mondo passato e presente, seminando falsi detective dall’antica Atene al medioevo abaziale, dalla Roma di Cicerone alla Firenze di Pico della Mirandola, fino al futuro presunto, dimenticando di adombrare però un unico luogo, che invece resta sempre brillante: la coscienza criminaloide dei lettori. 

Come un tempo si assisteva alle esecuzioni di governo e così ci si rincuorava del proprio essere ancora vivi e dalla parte giusta, oggi si va in libreria e con il gesto di maggiore pronità all’establishment – cioè: pagare – si acquista il nuovo giallo espiatorio per confermarsi dalla parte dei sopravissuti, dei giusti e degli onesti, dimenticando e volentieri che intrattenersi con le morti altrui per finta comporta una progressiva indifferenza verso le morti altrui per davvero. I morti per finta pian pianino, e con la complicità di giornali, telegiornali, film e telefilm, diventano equivalenti ai morti per davvero, non sono più persone ma casi e comunque materia d'intrattenimento. Qualcuno la definisce la catarsi di un mondo assediato dal crimine. A me sembra piuttosto la resa alla criminalità dell'esisitenza.

martedì 2 marzo 2010

Absolutely sive assolutamente

Mi è capitato nelle ultime settimane di sentir dire da diverse persone "assolutamente!" per aderire a qualcosa detto dal loro interlocutore. Tipo: "ti va un caffè?" - "assolutamente!", e va da sé che questa non è una forma dell'italiano colloquiale o almeno non lo è stata finora.

L'atroce sospetto è che gli ignoranti - e lo dico con cognizione di causa, visto che per un breve periodo ho fatto parte della loro schiera - gli ignoranti cui ormai sono in mano le traduzioni per il doppiaggio delle fiction televisive e spesso anche dei film, abbiano cominciato a smantellare la koinè linguistica del belpaese creata dalla televisione a partire dal secondo dopoguerra. Si sa che il processo di unità nazionale forzosamente messo in moto da Cavour e Garibaldi, fu portato a termine in modo ludico da Mike Bongiorno & the gang.

Oggi invece la cricca dei doppiatori-traduttori, gente forse anche brava a fare una metà di quel lavoro, ci dà lezioni subliminali di inglese, insegnandoci a dire "fottiti amico" dove avevamo sempre detto "vaffanculo stronzo" e "assolutamente" al posto di "certo" o "volentieri" o magari soltanto di "sì" e "no". (Ma insomma, ci sono le esigenze del labiale...)