martedì 29 dicembre 2009

I parasole della santità

[di cosa tratta l'etichetta, strutture della santità]

La santità che entra in questo mondo deve fare i conti con le sue strutture di potere. Strutture di selezione sociale, più che altro, cioè di selezione naturale, né più né meno.
Un santo, per fare braccia nel mondo, è costretto a modellarsi secondo le esigenze e le aspettative del suo pubblico di riferimento. Non può aspettarsi che avvenga il contrario. Altrimenti non resta che un asceta, un anacoreta(, un ginnosofista). Oggigiorno, per esempio, non è pensabile una predicazione come quella di san Francesco: la predicazione di oggi viaggia in internet, non per le piazze dei paesi.

Il santo deve avere grandi qualità manageriali, se vuole far attecchire la sua setta e diffondere il proprio messaggio. Lo stesso Gesù non riuscì in nulla, rispetto a quello che poté san Paolo...
Il santo è tenuto a relazionarsi con i potentati del suo tempo. Francesco d’Assisi mise il suo ordine sotto la protezione papale, e specificamente del cardinale Ugolino, vescovo di Ostia e Velletri, poi papa Gregorio IX. Tanto che nel 1218 questi prese possesso, a nome della Santa Chiesa, di tutti i conventi francescani. Questa abile mossa decretò il successo dell'ordine, il quale evitò così di essere confuso con i tanti movimenti spirituali e pauperistici che in quegli anni minacciavano l'autorità della Chiesa. Confusione che sarebbe stata esiziale.
Lo stesso Gregorio IX poi, nel 1234 strutturò l'Inquisizione in forma di tribunale. E dopo pochi anni i francescani divennero i più ferventi giudici degli eretici, degli eresiarchi, dei maghi e delle streghe, e divennero uomini di lettere, insegnanti universitari. Cose entrambe che avranno fatto rigirare Francesco nella tomba chissà quante volte, lui che voleva la pace tra gli uomini e la semplicità intellettuale. Ma tale fu il pizzo esatto dal potere per la sua protezione.

Il cabalista con cui ho studiato in Israele, si è trovato a fare altri compromessi, non meno pericolosi, anche se le conseguenze delle sue scelte a tutt'ora non sono pienamente espresse. E però si intravedono.
Per agevolare la diffusione del suo messaggio, si è reso conto a un certo punto di doversi avvalere dei moderni mezzi di comunicazione, e di internet anzitutto. Ha deciso allora di mettere il suo gruppo sotto la protezione finanziaria di alcuni magnati russi - russi solo perché lui è russo - e così facendo ha cominciato a uscire dal sottobosco dei rabbini sapienti che popolano le viuzze ortodosse di Bnei Brak e di Gerusalemme: adesso ha un website multilingue, un blog, due centri di studio in Israele e vari gruppi affiliati nel mondo, un programma tv online, un giornale tradotto in varie lingue, una casa editrice che pubblica i suoi libri,  ecc. Ha ottenuto molto. Come san Francesco, del resto. Ma quale sarà il frutto delle sue scelte? Per ora lo si vede andare in giro compitamente in giacca e cravatta, non più in palandrana e zucchetto. Cosa faranno di tutto ciò i suoi allievi, lo si vedrà nel futuro prossimo.

Non c'è da sbagliarsi. Francesco d'Assisi era il figlio di un ricco mercante e apprese dal padre il mestiere. Il mio cabalista, prima della vocazione, gestiva uno studio odontotecnico di successo. San Paolo era un fabbricatore di tende (Atti degli Apostoli 18, 2-3). Tutti sono stati imprenditori.


Caravaggio, Vocazione di San Matteo (1598-1601).

venerdì 25 dicembre 2009

Arafel

Arafel (ערפל) è una parola ebraica e significa semplicemente "nebbia". È una parola che mi piace molto, come suona. E mi piace la sostanza che indica, quell'informità lattiginosa propria dei luoghi paludosi e insalubri, da cui non si sa mai cosa può uscire fuori, se un dragone assopito o una donna voluttuosa  e seminuda incatenata a un tronco contorto. Una donna di cui diffidare, più anche che del drago. Di tutto ciò che esce dalle nebbie è bene diffidare. Può darsi sia un istinto di sopravvivenza legato alla mancanza di controllo visivo. Non vedi, non capisci: diffidare. E alla nebbia è legato l'immaginario relativo ai barbari, selvaggi cruenti e sprezzanti di ogni norma di civiltà acquisita. I barbari: che trascorrono sui campi coltivati e li seminano a sale.

Potrebbe essere sufficiente leggere Il ritorno di Rutilio Namaziano, ultimo autore pagano del V secolo, incamminatosi verso i suoi possedimenti gallici dopo il sacco di Roma del 410, per rendersi conto di cosa sia una terra desolata dall'arrivo dei barbari. Il degrado spietato al disorganizzato, all'insicurezza e all'imprevedibile, al difforme. È un nuovo mondo, con nuovi desideri e altri concetti. E il nuovo non  è tenuto a curarsi del vecchio, se non per rapinarlo di quello che gli piace o che gli serve: ricicla templi in chiese, teatri in case, peristili di campagna in stalle. Il vero nuovo non è un atteggiamento ma un colpo di spugna: l'intolleranza di una religione orientale in cui si stava reincarnando l'impero, e che già aveva massacrato i millenari dèi e i loro adepti; gli arbitri sottoposti all'arbitrio reiterato del vae victis... Cose da far paura per davvero. E a chi volesse approfondire un po' il discorso, suggerisco il breve saggio di Alessandro Baricco, intitolato appunto I barbari. Con una sola precauzione: si tratta del pensiero di cittadino patrizio in piena forma, che spiega il barbaro e cerca a modo suo di esorcizzare la propria disfatta. Non è un vandalo che parla di se stesso.

Lo scrittore che frutta buone rendite sa che il suo mondo si sta sclerotizzando, lo sente minacciato; crede anzi che i barbari siano già tra di noi e che noi, cioè lui sia sopravvissuto, e insieme a lui l'ingorda editoria borghese. Che nel momento dell'apoteosi dei suoi intenti di lucro, programma a tavolino best sellers in schiera, come questo, con piglio industriale e ben conscia della compiacenza dei consumatori, che qui si fregiano del nome di lettori.

Dissi una volta a un amico che Il nome della rosa è uno dei miei libri preferiti. Mi rispose che quel libro segna l'inizio della cultura al servizio del mercato, dell'imbarbarimento dei costumi letterari in altri termini (cioè, secondo il suo concetto di barbarie). Non sottoscriverei questo discrimine con certezza. La letteratura è sempre stata al servizio del proprio mercato di riferimento. Così fu alla corte di Mecenate o negli scriptoria abbaziali o nel salotto di M.me de la Fayette. Immaginare un mondo letterario meno compromesso è un  modo di pensare da invidiosi.

Ma quando dalla nabbia si sbozzerano le figure dei veri barbari, sarà tutto diverso. Non come ce lo siamo immaginato.


Boris Vallejo, Mlenfee (1997 - con anacronismo WTC)

martedì 22 dicembre 2009

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
ascolta, io lo so che non sono il bambino più buono del mondo e che certe volte mi arrabbio, ma non è colpa mia, sono loro che mi fanno arrabbiare, lo sai. Adesso che sei lì che pensi a cosa portarmi giovedì notte, se non hai ancora deciso che cosa regalarmi o se non sei proprio sicuro, vorrei che mi regali un'astronave. Se hai paura che mi faccio male però, puoi regalarmi il Tirolo, che mi è piaciuto molto quest'estate con la mamma e il papà. Lì ci sono i prati e il formaggio e non mi succede niente. Però se è troppo grande e non hai i soldi, perché c'è ancora la crisi, ce l'avete anche voi la crisi ancora al Polo Nord?, adesso c'è un editore che si chiama i Manni e che ha deciso di pubblicare quel mio libro. Te lo ricordi che te l'avevo già detto l'anno scorso? Sei stato buono, li hai convinti tu? Sei meglio di Gesù bambino, che è troppo piccolo e non sa fare niente!
Quando vai dai Manni a portargli i loro regali, digli che sulla copertina devono scriverci: "il caso letterario dell'anno, da leggere tutto d'un fiato, un successone del passaparola", che non è vero niente ma fa lo stesso. Fa lo stesso vero, non è peccato? Tanto lo scrivono tutti. Digli che devono vendere 7000 copie e che voglio anche andare in televisione, se si può.

Ieri l'ho detto a Marco che ti scrivevo questa lettera e lui mi ha chiesto cosa ti chiedevo. Poi glielo ho detto e lui si è messo a ridere. Marco è uno di "loro"... Ha detto: "Ah ah ah, tutti si compreranno quello di Baricco mica il tuo! Il tuo lo butteranno nel marecio". Che cos'è il "marecio", caro Babbo Natale? Dov'è? Sta in Puglia?

Allora siamo d'accordo, eh? Poi quando lo so ti dico anche il titolo del libro. Tu però non ti dimenticare quello che devi fare. 7000 copie, va bene? Se credi che sono poche, decidi tu. Se non sei in letargo tra 4 mesi te ne mando uno così lo leggi, ok?

Ciao, grazie e tanti auguri alla tua famiglia.


domenica 20 dicembre 2009

Normalità prioritaria

Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente legati nell'animo nostro, che fanno un tutt'uno, e mutato il nome si muta decisamente l'idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ecc.
Giacomo Leopardi, Zibaldone 2487, 22 giugno 1822.

“Buongiorno, devo spedire questa” dice il cliente, porgendo alla commessa dell’ufficio postale una busta.
“Buongiorno" risponde lei. "Prioritaria?”
“No, normale.”
“Prioritaria!”
“Eh, allora prioritaria...”
Da questo breve e intelligentissimo dialogo si evince che per le Poste Italiane, monopolio privato dei servizi postali italiani, la priorità è una normalità, ovvero che tra normalità e priorità non esiste alcuna differenza.
Questa fusione semantica, tradotta, vorrebbe stare a indicarci che l’efficienza delle Poste Italiane, con la privatizzazione, si è tanto elevata da rendere ovvio ciò che prima era straordinario.

Le parole non cambiano le cose ma l’uso che se ne fa, poiché cambiano il modo di conoscerle.

venerdì 18 dicembre 2009

La caccia fiscale

Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente legati nell'animo nostro, che fanno un tutt'uno, e mutato il nome si muta decisamente l'idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ecc.
Giacomo Leopardi, Zibaldone 2487, 22 giugno 1822.

Sento oggi per la prima volta la perifrastica "abbattere l'IVA" per intendere "evadere l'IVA" o meglio "non pagare l'Imposta sul Valore Aggiunto" stabilita dal Dpr 633/1972.
La metafora venatoria stravolge il significato dell'azione. "Evadere", al posto di "non pagare", è ancora una parola che trasmette quel senso di illegalità (l'evasione, appunto) proprio di chi non vuole contribuire all'erario pubblico. "Abbattere" invece trasferisce l'attenzione verso un'altra sfera delle attività umane, sia quella venatoria, appunto, da sempre necessaria al sostentamento, o quella edilizia, per cui si abbattono gli edifici illegali o pericolanti, trasmettendo quindi un'informazione dall'apparenza benefica per se stessi e per la comunità. Ma soprattutto per se stessi.
Fatta la traduzione, il pensiero subisce l'effetto eufemistico della metafora e l'azione illegale viene così giustificata agli occhi di chi la commette come qualcosa di utile alla propria sopravvivenza o di superfluo e minaccioso da abbattere.

Le parole non cambiano le cose ma l’uso che se ne fa, poiché cambiano il modo di conoscerle.

giovedì 17 dicembre 2009

Vampirismo spirituale

Il presupposto di questo post è credere nella santità.
Io credo nella santità non per esperienza diretta, ma perché non posso derubricare millenni di ascesi con superiore piglio illuminista né ergermi a giudice ignorante della miriade di anacoreti, di stimmatizzati, di estasiati, di devoti in preghiera around the clock e della ritualistica magica. Non riesco a essere tanto razionalista da relegarli tutti indistintamente, le sante e i santi insieme ai frate Cipolla, negli ergastoli dell'isteria, della ciarlataneria e dell'abusivismo religioso.

Ciò che lega un discepolo a un maestro non ha nulla di romantico. È anzi un rapporto violento. Il maestro si china sul discepolo e lo morde, lo infetta del suo morso spirituale; il discepolo subisce il morso e prende a trasformarsi, assumendo le caratteristiche del maestro. Esattamente come tra i vampiri. E come tra i vampiri, il neofita si rafforzerà mordendo, dissanguando e infettando altri esseri umani. I buonismi alla Twilight qui non esistono: il progresso spirituale può solo nutrirsi di persone, niente topi e niente beste insulse.

I maestri vivono dei loro discepoli tanto quanto i discepoli dei loro maestri. Gli uni senza gli altri non hanno possibilità di sopravvivenza, non esisterebbero più. Un racconto del santo Baal Shem Tov sta a dimostrarlo.


Boris Vallejo, Burning (1979).

lunedì 14 dicembre 2009

Canto dell'odio


Mi nascondo nell’ufficio cifra. Da anni. Quindici, sedici...
Sedici, anzi diciassette. Dal ’92. Me lo ricordo perché era l’anno
che esplosero i due giudici a Palermo
e l’infrollimento del cadavere
sociale prese a verminare.
Vinsi il concorso ministeriale e – senza nepotismi o donazioni clientelari! Non c’è da credere a chi dice che tutti i nostri posti di lavoro siano contraffatti.
Ce ne sono, è vero, ma ci sono casi e casi.

Riceviamo messaggi e mandiamo messaggi nell’ufficio cifra.
Ma da cifrare sul serio qua c’è poco e niente,
anche se per il gusto dell’importanza ci fanno segretare anche i saluti
che si scambiano piacevolmente da una stanza all’altra.
Quousque enim dandae et reddendae salutationis verba blaterabimus, cum alia stilo materia non suppetat? diceva Simmaco (Quinto Aurelio), al secondo verso della trentacinquesima lettera, libro secondo.
Decifro, certo: Fin quando – quousque, un grande avverbio ciceroniano – fin quando ci scambieremo a vanvera i saluti, senza avere niente altro da scrivere?

Così mi sono nascosto, sto più tranquillo. È un ufficio protetto. E abito nei dintorni.
Evito la metropolitana e gli autobus negli orari di punta,
li evito sempre se posso.
Non per misantropia, non credo. Né ritengo, mi ritengo un asociale.
Ma in giro c’è troppa gente.
Mi viene una vertigine davanti a tutti quei volti –
ridenti, tristi, gioviali, involuti –
e a pensare che le loro siano vite e non filmati.
Gente. Figure che affiorano e scompaiono come gli scarafaggi nei muri,
dietro le intercapedini degli abitati, tra le vetrine e i tavolini apparecchiati
di qualche osteria di una piazzetta del centro.
E io tra loro. Io unico, vivo, diverso
ma in fondo tra loro come loro.

Troppo di tutto quanto intorno a me.
Troppa gente, troppa gente nota... troppe macchine, troppi libri, troppe musiche insulse e troppi alimentari.
Ma pochi alberi, quasi nessuna bestia...
Il mio sogno è di vedere il mondo dopo. Non so quanto ma dopo, con molta meno gente e più animali, e le lamiere che mi angosciano quando mi trascino in strada a occhi bassi ferme. Ferme e i finestrini sbriciolati
gli uccelli che entrano escono dai nidi
e le piante avvinte, vincenti
a risucchiare il ferro delle carrozzerie.

Consumare. Essere consumati. Ecce mundus!
Si imbandisca il banchetto più sfrenato
e si bandiscano i morigerati e gli spilorci, vanitosi custodi del domani!
(Come sono contraddittorio, non è vero?)

Della distruzione del pianeta
di quella grande distensione di naturalezza,
mi preoccupo poco in fondo e non posso altrimenti.
Combattere contro schiere di demoni ignoranti
attivati ogni mattina da potenze che essi stessi disconoscono
non mi è concesso
dalle misere forze che mi sostengono. E non credo sia concesso
ad altri, se non a qualche arcangelo che di rado
s’incarna, per poi essere smembrato, sopraffatto. Rinascendo a se stesso in altro luogo.
E questo
mi lascia confidente (lo devo e voglio credere) che quei dadi malevoli gettati,
che i numeri sui loro lati
siano manipolati
a nostro vantaggio –
non so da chi
non se è Dio
che è una parola vuota come tutte, finché l’esperienza non dà il senso
 – comunque per condurci sulla soglia
finale, schiacciati tutti in coro contro un cancello di lacrime
da cui implorare la pietà
di farci trapassare, palesi
finalmente le nostre idiozie e i nostri vizi, peccati di viltà,
di incuria, di arroganza. Che tutto il male fatto
ci ricada in una volta addosso e trascorra,
lasciando ripuliti i cuori e i sentimenti, le menti,
i desideri, e le intenzioni con cui ci siamo massacrati,
umiliati, e abbiamo massacrato e umiliato tutto intorno.
Io stesso ho massacrato la mia sensibilità in questo ergastolo di scrivanie e di macchinari
a causa della sua inettitudine
della sua fragilità di intenti
del suo languore
del suo malodore di cosa padule e molle.

Ho imparato lingue diverse e una molteplicità di codici, seguendo l’impulso di una speranza ottusa: che con quei suoni altri da quelli in cui ero nato si dicesse qualcosa di diverso.

Montale, In limine, scrisse:
   Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
E scrisse, I limoni:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
   a tradire il loro ultimo segreto,
   talora ci si aspetta
   di scoprire uno sbaglio di Natura,
   il punto morto del mondo, l’anello che non tiene
   il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
   nel mezzo di una verità.

Se non che la questione va oltre la bellezza del linguaggio e il timbro del suono
oltre le immagini evocate dai versi. Per trovare una maglia rotta, occorre che ci sia la rete. E per fuggire bisogna che ci sia un altrove.
Kafka, che in questo fu più pratico, o forse solamente più realista, si contentò di sostenere che la sua meta fosse “via-di-qui” (Weg-von-hier) e non altrove, non cioè nel mezzo di una verità e a dispetto di questa spelonca terragna di illusioni e mensongère. Risolse con uno spostamento illimitato, che fu già la soluzione ruvida degli zingari, e un po’ anche quella degli ebrei,
pur tesi di continuo tra un nomadismo forzoso e la stabilità promessa.
Via-di-qui, certe volte l’unico modo per sfuggire a se stessi: sempre via-di-qui.

Kein Ausgang, Eugenio.
Sebbene un’ultima speranza non manchi. Come potrebbe?
Che cioè via-di-qui sia un’identicazione:
l’identificazione con la rete che ti preoccupava
con la struttura che ti tratteneva
con la materia resinosa che ci allaccia.
Un’identicazione che smantelli le limitazioni
e sia uguaglianza con ciò che è altro da sé
e quindi sciolga
disfi, trascenda. E che non sia mai adesso e qui, né se stessi.

Da ultimo così viene l’odio.
L’odio che spinge all’impermanenza e al ricambio.
Che consente, di conseguenza, l’identicazione
voluttuosa.
Non l’amore che arpiona, l’affettività che ancora.
L’odio che divincola e sforma
che deturpa
che si sobbarca
e non ci fa caso
il ruolo del cattivo
che sbriciolando reintegra.
E che sorride a chi ritiene che la verità stia nella bellezza
e non entrambe invece
nelle scelte censorie dei gusti personali
o dei gusti aviti. A chi crede che la verità sia solo bellezza e non orrore
e si prova di moralizzare ciò che esiste
preferendo il bacio al morso
e il morso sano e netto a quello di strappo e cariato.

È un po’ anche per questo che ho dovuto nascondermi. Per stare
più tranquillo e non rischiare di perdere il controllo,
di mordere o sbavare in autobus.
Però mi sento vittima di una truffa grande: Kein Ausgang... vidimato. E dovrei
forse invece essere grato dell’opportunità di scegliere la cella
in cui trascorro...
Ogni giorno ci penso. A come identicarmi,
a come farmi l’ansia che mi costringe al chiuso e scomparire
tra le mie stesse maglie.
Medito di rigettare quella maledizione originaria
le condizioni che non ho mai scelto
l’imposizione
di avere una forma
di avere certe fami ricorrenti
di avere impulsi all’eiaculazione
di pensare
di avere volontà perfino che non ho mai deciso di avere.
Medito così di rispedire tutte le condizioni al mittente,
recidere la stipula e
svellermi da questo carosello vitalizio.
Ridare i sensi alla terra...
del resto poi che ne sarà stare a vedere.
Ma poi sono un vigliacco. Mi viene la curiosità di cosa ci sarà domani
e resto.

mercoledì 9 dicembre 2009

I cani

Ieri ho trovato un gruppo di Facebook che mi spinge inesorabilmente verso il suicidio mediatico, e così completo anche la contraddizione dei miei stessi intenti iniziata con il post precedente. Il gruppo si chiama "Falcone e Borsellino... falsi eroi" e lo trovate qui. Non so se i fondatori del gruppo siano dei troll, come qualcuno ha detto ed è probabile, e non voglio parlare di loro né del valore della loro operazione di disturbo [descrizione del gruppo: "Per chi come me odiava e odia Falcone e Borsellino, morti per sete di fama"]. Mi interessano invece i commenti, che sono sconvolgenti - non ne riporto, ho messo il link e ognuno potrà, volendo, andarseli a vedere.

Lo sconvolgimento, che magari sembrerà puerile o immotivato, proviene da lontano. Avevo avuto modo di sentirlo già alcuni mesi fa, leggendo certi commenti sul blog del solito Grillo. E devo ammettere che non è facile, nel poco spazio che mi posso concedere in questo luogo, fare un'analisi antropologica decente delle cose scritte in quei commenti, fuoriusciti senza controllo dai commentanti e che sono immagine di quanto questi pensano, sentono e sarebbero forse disposti a fare, date le opportune circostanze. Quindi provo a cavarmela con una domanda, che è la seguente: gli indignati che hanno risposto senza mezzi termini ai fondatori del gruppo "Falcone e Borsellino... falsi eroi", che li hanno insultati nei modi peggiori, che li hanno minacciati, che forse li avrebbero, trovandoseli tra le mani, fatti a pezzi... ecco, quei cittadini indignati che sanno senz'altro cosa sia la giustizia, hanno davvero le qualità morali per opporsi alle mafie? Per essere ancora più chiari: sono davvero diversi dai mafiosi che vorrebbero rigettare all'inferno? Spero che la domanda sia chiara. Perché la risposta determina poi la possibilità di avvalersi di quel materiale umano come effettivo antagonista ai sistemi mafiosi.

Se nel popolo viola mi era parso si scorgere un sollevarsi di mani chiuse su delle pietre, e pronte casomai a scagliarle impunemente contro l'ennesimo capro espiatorio, ieri ho visto una muta di cani rabbiosi. I cani sono bestie da branco. Più spesso sono vili se li affronti a uno a uno, ma in gruppo sono micidiali. Attaccano. Non sanno perché lo fanno. Forse hanno paura, forse hanno fame. Forse obbediscono soltanto a uno stimolo naturale o forse sono stati addestrati. I cani addestrati per la caccia poi, dopo l'addestramento si comportano proprio come ci si aspetta da loro. Lo fanno volontariamente (per quello che vale la volontà delle bestie): puntano, inseguono la preda, la ghermiscono, la riportano al padrone. I cani addestrati all'indignazione non mi pare si distinguano in niente dai cani mafiosi, anzi sono forse peggio. Se non altro i cani mafiosi hanno la forza morale di uccidere per davvero.


Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti, terzo episodio (1483).

lunedì 7 dicembre 2009

Succo di cipolla


Appena 3 giorni, nel post precedente, avevo affermato che non avrei mai scritto di Facebook né di Berlusconi, e invece oggi sono qui a smentirmi, anzi a contraddirmi, e non per parlare di Facebook. Però adoro contraddirmi... non so, la trovo una cosa molto raffinata...

Credo che questo colpo di reni sia la conseguenza del "No B-day" di sabato scorso, e in primo luogo di quel colore di cui hanno menato gran vanto per le strade di Roma. Il viola... il viola cardinalizio, il viola che porta sfiga ai commedianti, il viola degli aloni degli immunodepressi, il viola dei lividi... non è un bel colore il viola. C'è stato poi un breve post sul blog di Beppe Grillo (qui), dove giustamente si è fatto notare che "Berlusconi è l'effetto, non la causa della degenerazione del Paese" e che insieme a lui va messa al bando tutta la classe politica che non gli ha impedito il passo o che ne ha agevolato il successo. Giusto. Eppure non credo che basti. Perché in quel magma violaceo mi è parso di scorgere tante braccia sollevate con una pietra in mano e, senza più dubbi, pronte a scagliarla contro l'adultero - ma il presidente del consiglio della repubblica italiana (va forse ricordato?) non è un monarca ereditario, non è un Luigi XVI contro cui ci si può avventare con vittimistico rancore. Un Berlusconi - mi raccomando: mutatis mutandis! - è come Mussolini, è come Hitler: sia come sia, ma è stato eletto. Eletto non vuol certo dire che occorre subirlo, ma vuol dire ha ricevuto un mandato popolare.

Neanche questo però è sufficiente, perché chi non l'ha mai votato potrebbe ancora sentirsi in diritto di scagliarla quella pietra viola. Ma, come appunto ricorda il buon Grillo, chi non ha votato lui avrà votato un altro con la "b" (Bersani, Bertinotti, Bossi), e si potrebbe anche uscire dall'infido regno delle "b" e continuare con tanti altri nomi. Insomma, ci sarà anche una classe politica inetta, collusa, inciucista, ma sotto di loro - e a sostenerli - ci stanno gli elettori. Quindi non è difficile puntare i diti, non è così impegnativo avvolgersi in una sciarpina viola e dire a lui "brutto cattivo". Il fatto, quello che dà fastidio e che si crede di potere esorcizzare sacrificando un nuovo capretto, è che se togli un velo dopo l'altro alla cipolla che ti fa tanto piangere, in mano non ti resta niente. Cioè, ti resta la tua mano bagnata di succo di cipolla. Che è poi la stessa mano che ha votato e che magari, nel suo piccolo, ha fatto tante altre cosette.

PS.
È evidente che questo non è un post propositivo, quindi non ci si può discutere a suon di "male minore" e "il migliore dei mondi possibili". È un post proprio disfattista in bianco e nero, ma ha dalla sua di essere una chiave interpretativa anche per gli altri scenari espiatori.


Caravaggio, Sacrificio di Isacco (1603-1604).

giovedì 3 dicembre 2009

Digito ergo surf

Facciamo un po' di conti.
Questo blog ha ricevuto nell'ultimo mese 580 visite, con una media di ca. 19 visite giornaliere.
Secondo i dati di Google Analytics, ca. il 78% di queste visite rientrano nella categoria "frequenza di rimbalzo", cioè sono in pratica utenti arrivati qui per qualche caso e ai quali non gliene può fregare di meno di quello che hanno trovato. Quindi hanno sgommato via subito.
I 580 utenti hanno visionato un totale di 968 pagine: ognuno in media ha visionato 1,67 pagine, rimanendo sul sito per circa un minuto e mezzo.
A tutto questo va aggiunto che i post non ricevono praticamente commenti. Questo può avere due ragioni: la prima, come diceva il buon Gavioli, è che chi legge non ha niente da dire a proposito di ciò che legge; la seconda è che chi legge non legga neanche e dopo un'occhiata svogliata passi oltre.
Faccio allora una piccola indagine di mercato, poi se nessuno risponde neanche a questo chiudo baracca e burattini.
Rispondete istintivamente: tra queste due foto quale delle due vi terrebbe incollati al blog?
Questa?














O questa?















Se avete scelto la prima, vi consiglio un centro terapeutico: QUI.
Se avete scelto la seconda, tornate presto. HSO c'è anche per voi!

martedì 1 dicembre 2009

I'm in love with my car...

Sono perplesso. Non mi succede spesso, ma mi succede sempre davanti alle cose normali. Questo post sarà quindi un po' diverso dai soli intellettualismi di HSO.

Stamattina sono stato a Frascati, un paesone non lontano da dove abito in questo momento. Un paese anche bello e molto comodo, molto vicino a Roma, già praticamente in campagna. Avevo un appuntamento di lavoro a mezzogiorno. Sono arrivato alle undici. Pensavo già di non sapere dove sbattere la testa per un'ora. Invece il cielo - che è sempre misericordioso! - mi ha mandato... il traffico!!!
Il paese era un tappeto di automobili. E non parlo per iperbole. Per quaranta minuti ho girato intorno come un idiota senza trovare un parcheggio. Non ero in ritardo, ma la scena mi ha angosciato. Come a Nazaret, come a New Delhi. E poi stasera ficcanaso sul web e trovo questo: Auto, in Italia è boom (+31%) sulla scia degli incentivi. Non so, forse qualcuno di voi si trova calcolato in quel 31% e ci si trova anche a proprio agio. C'ha 'a machana nova nova e penserà di avere fatto anche un affarone (tanto i soldi degli incentivi poi allo Stato chi glieli dà, per pagare alle industrie quello che non gli hanno pagato i clientes? mica le tasse... noooo... mica sono i fondi tolti alle scuole... no no...). Io, povero scemo, guido una Fiat Panda Young del 2000 ereditata da mia sorella, che è scomoda, è francescana, ma almeno ha il pregio di non farmi sentire come un cappone al volante. Ecco, sono anche riuscito a fare una polemica migliorista...

Non credo, come già detto altrove, che il catastrofismo ambientalista sia più reale del millenarismo medievale. Ma verrà senza meno un giorno in cui le automobili saranno così tante che non ci sarà più posto per noi.
E non credo che esista qualcuno di questa generazione che sappia cos'è una strada senza automobili. Ma a chi volesse mai sapere cos'è una città senza traffico e senza una macchina accesa, consiglio una visita a Gerusalemme nel giorno di Yom Kippur.


Queen, I'm in love with my car (Montreal, 1981)