Mi nascondo nell’ufficio cifra. Da anni. Quindici, sedici...
Sedici, anzi diciassette. Dal ’92. Me lo ricordo perché era l’anno
che esplosero i due giudici a Palermo
e l’infrollimento del cadavere
sociale prese a verminare.
Vinsi il concorso ministeriale e – senza nepotismi o donazioni clientelari! Non c’è da credere a chi dice che tutti i nostri posti di lavoro siano contraffatti.
Ce ne sono, è vero, ma ci sono casi e casi.
Riceviamo messaggi e mandiamo messaggi nell’ufficio cifra.
Ma da cifrare sul serio qua c’è poco e niente,
anche se per il gusto dell’importanza ci fanno segretare anche i saluti
che si scambiano piacevolmente da una stanza all’altra.
Quousque enim dandae et reddendae salutationis verba blaterabimus, cum alia stilo materia non suppetat? diceva Simmaco (Quinto Aurelio), al secondo verso della trentacinquesima lettera, libro secondo.
Decifro, certo: Fin quando – quousque, un grande avverbio ciceroniano – fin quando ci scambieremo a vanvera i saluti, senza avere niente altro da scrivere?
Così mi sono nascosto, sto più tranquillo. È un ufficio protetto. E abito nei dintorni.
Evito la metropolitana e gli autobus negli orari di punta,
li evito sempre se posso.
Non per misantropia, non credo. Né ritengo, mi ritengo un asociale.
Ma in giro c’è troppa gente.
Mi viene una vertigine davanti a tutti quei volti –
ridenti, tristi, gioviali, involuti –
e a pensare che le loro siano vite e non filmati.
Gente. Figure che affiorano e scompaiono come gli scarafaggi nei muri,
dietro le intercapedini degli abitati, tra le vetrine e i tavolini apparecchiati
di qualche osteria di una piazzetta del centro.
E io tra loro. Io unico, vivo, diverso
ma in fondo tra loro come loro.
Troppo di tutto quanto intorno a me.
Troppa gente, troppa gente nota... troppe macchine, troppi libri, troppe musiche insulse e troppi alimentari.
Ma pochi alberi, quasi nessuna bestia...
Il mio sogno è di vedere il mondo dopo. Non so quanto ma dopo, con molta meno gente e più animali, e le lamiere che mi angosciano quando mi trascino in strada a occhi bassi ferme. Ferme e i finestrini sbriciolati
gli uccelli che entrano escono dai nidi
e le piante avvinte, vincenti
a risucchiare il ferro delle carrozzerie.
Consumare. Essere consumati. Ecce mundus!
Si imbandisca il banchetto più sfrenato
e si bandiscano i morigerati e gli spilorci, vanitosi custodi del domani!
(Come sono contraddittorio, non è vero?)
Della distruzione del pianeta
di quella grande distensione di naturalezza,
mi preoccupo poco in fondo e non posso altrimenti.
Combattere contro schiere di demoni ignoranti
attivati ogni mattina da potenze che essi stessi disconoscono
non mi è concesso
dalle misere forze che mi sostengono. E non credo sia concesso
ad altri, se non a qualche arcangelo che di rado
s’incarna, per poi essere smembrato, sopraffatto. Rinascendo a se stesso in altro luogo.
E questo
mi lascia confidente (lo devo e voglio credere) che quei dadi malevoli gettati,
che i numeri sui loro lati
siano manipolati
a nostro vantaggio –
non so da chi
non se è Dio
che è una parola vuota come tutte, finché l’esperienza non dà il senso
– comunque per condurci sulla soglia
finale, schiacciati tutti in coro contro un cancello di lacrime
da cui implorare la pietà
di farci trapassare, palesi
finalmente le nostre idiozie e i nostri vizi, peccati di viltà,
di incuria, di arroganza. Che tutto il male fatto
ci ricada in una volta addosso e trascorra,
lasciando ripuliti i cuori e i sentimenti, le menti,
i desideri, e le intenzioni con cui ci siamo massacrati,
umiliati, e abbiamo massacrato e umiliato tutto intorno.
Io stesso ho massacrato la mia sensibilità in questo ergastolo di scrivanie e di macchinari
a causa della sua inettitudine
della sua fragilità di intenti
del suo languore
del suo malodore di cosa padule e molle.
Ho imparato lingue diverse e una molteplicità di codici, seguendo l’impulso di una speranza ottusa: che con quei suoni altri da quelli in cui ero nato si dicesse qualcosa di diverso.
Montale, In limine, scrisse:
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
E scrisse, I limoni:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Se non che la questione va oltre la bellezza del linguaggio e il timbro del suono
oltre le immagini evocate dai versi. Per trovare una maglia rotta, occorre che ci sia la rete. E per fuggire bisogna che ci sia un altrove.
Kafka, che in questo fu più pratico, o forse solamente più realista, si contentò di sostenere che la sua meta fosse “via-di-qui” (Weg-von-hier) e non altrove, non cioè nel mezzo di una verità e a dispetto di questa spelonca terragna di illusioni e mensongère. Risolse con uno spostamento illimitato, che fu già la soluzione ruvida degli zingari, e un po’ anche quella degli ebrei,
pur tesi di continuo tra un nomadismo forzoso e la stabilità promessa.
Via-di-qui, certe volte l’unico modo per sfuggire a se stessi: sempre via-di-qui.
Kein Ausgang, Eugenio.
Sebbene un’ultima speranza non manchi. Come potrebbe?
Che cioè via-di-qui sia un’identicazione:
l’identificazione con la rete che ti preoccupava
con la struttura che ti tratteneva
con la materia resinosa che ci allaccia.
Un’identicazione che smantelli le limitazioni
e sia uguaglianza con ciò che è altro da sé
e quindi sciolga
disfi, trascenda. E che non sia mai adesso e qui, né se stessi.
Da ultimo così viene l’odio.
L’odio che spinge all’impermanenza e al ricambio.
Che consente, di conseguenza, l’identicazione
voluttuosa.
Non l’amore che arpiona, l’affettività che ancora.
L’odio che divincola e sforma
che deturpa
che si sobbarca
e non ci fa caso
il ruolo del cattivo
che sbriciolando reintegra.
E che sorride a chi ritiene che la verità stia nella bellezza
e non entrambe invece
nelle scelte censorie dei gusti personali
o dei gusti aviti. A chi crede che la verità sia solo bellezza e non orrore
e si prova di moralizzare ciò che esiste
preferendo il bacio al morso
e il morso sano e netto a quello di strappo e cariato.
È un po’ anche per questo che ho dovuto nascondermi. Per stare
più tranquillo e non rischiare di perdere il controllo,
di mordere o sbavare in autobus.
Però mi sento vittima di una truffa grande: Kein Ausgang... vidimato. E dovrei
forse invece essere grato dell’opportunità di scegliere la cella
in cui trascorro...
Ogni giorno ci penso. A come identicarmi,
a come farmi l’ansia che mi costringe al chiuso e scomparire
tra le mie stesse maglie.
Medito di rigettare quella maledizione originaria
le condizioni che non ho mai scelto
l’imposizione
di avere una forma
di avere certe fami ricorrenti
di avere impulsi all’eiaculazione
di pensare
di avere volontà perfino che non ho mai deciso di avere.
Medito così di rispedire tutte le condizioni al mittente,
recidere la stipula e
svellermi da questo carosello vitalizio.
Ridare i sensi alla terra...
del resto poi che ne sarà stare a vedere.
Ma poi sono un vigliacco. Mi viene la curiosità di cosa ci sarà domani
e resto.