martedì 24 novembre 2009

Polittico delle buone notizie

Iside dei sobborghi.
Un'amica di blog mi ha raccontato di una sua particolarissima esperienza adolescenziale, di quando a 16 anni aveva un fidanzato cui morirono i genitori. Il ragazzo, che era di una famiglia emigrata dal sud in una cittadina del centro Italia, rimase orfano e solo in una terra straniera. Per loro bontà di cuore o pietas cristiana, i genitori della mia amica decisero di accoglierlo in casa. I fidanzati si trovarono così all'improvviso a condividere gli stessi ambienti familiari, come sorella e fratello. Eppure erano amanti... Ma su questo aspetto i genitori di lei chiusero gli occhi, trattandoli entrambi solo come figli. Dopo altri 16 o 17 i due si separarono, ma i genitori continuarono ad averceli in comune. Le conseguenze non furono indolore.
Siccome mi sono lanciato in un grande progetto editoriale, le ho chiesto di scrivermi questa storia con tutto quello che avrà da dire intorno. E sto aspettando.

La catarsi impossibile.
In una birreria di Bologna, due amiche mi hanno interrogato sul film Bastardi senza gloria. Mi hanno chiesto se almeno quello mi fosse piaciuto... come a dire che sono sempre dietro a seminare critiche a destra e a manca... Ho risposto che è un film molto bello, di cui però non ho apprezzato il finale, con Hitler e il gotha nazista arsi vivi dentro un cinema in Francia. Una di loro allora mi ha detto: "A Gia', ma è un finale catartico...". Non ci avevo pensato. Però anche così non riesco a mandarlo giù, perché la catarsi - quella vera - quella che c'è stata, è stata di tutt'altra portata. E data la gravità di quegli eventi, una catarsi artistica, immaginifica, surrogato non mi basta.
La catarsi del popolo ebraico è costata 4 milioni di morti accertati, 6 presunti, ed è finita con la fondazione di Israele (una grande vittoria, pagata a un prezzo incomprensibile); la catarsi del popolo russo è costata 2 milioni di morti, e non è ancora finita; la catarsi del popolo zingaro è costata 500.000 vittime, ma deve ancora iniziare; la catarsi degli omosessuali è costata qualche migliaia di vittime e, se non altro, ha portato all'abrogazione delle peggiori legislazioni omofobiche. - Ma non in Iran, non in Pakistan, non in Arabia Saudita...

Un epoca senza poesia?
Si sente spesso farfugliare della fine della poesia o della poesia resistente. Falso problema, e nemmeno tanto nuovo.
Abbiamo sempre avuto pochi scrittori degni, confusi a una pletora di imbrattacarte. Casomai le difficoltà del presente sono dovute alla scolarizzazione coatta di massa, per cui ogni scemo che fa i temi in classe si sente anche in diritto di scrivere poesie, e all'industrialesimo dell'editoria, per cui un branco di perfidi fattori, spesso gretti affaristi, pasce le masse dei cibi più insalubri, spesso economici scarti senza qualità, i quali sono poi le cose scritte dagli scolarizzati di massa.

Cassandrismo ambientalista.
Chiunque abbia anche di sfuggita affrontato (seriamente) il tema della fine del mondo, non può non essersi reso conto che l'attuale cassandrismo ambientalista è soltanto l'ultimo travestimento della vetusta mentalità apocalittica. Di una fine del mondo dovuta ai nostri peccati, parlano la Bibbia ebraica e la cristiana; ne parla anche l'induismo, sebbene in termini più fatalistici e che inducono a maggiore sobrietà e meno sensi di colpa. Chiunque abbia un minimo di buon senso capisce che il pianeta è un corpo vivo e che in quanto tale, con o senza la mano degli ominidi egocentrici, è in mutazione continua.
Raccontava la proprietaria di un albergo in Val d'Aosta, che alle falde di un ghiacciaio dalle sue parti i Romani coltivavano la frutta.
Così chi ne ha voglia si guardi questo video: non per derubricare le nostre responsabilità sullo schifo planetario, ma per darci una ridimensionata eliocentrica.

lunedì 16 novembre 2009

2012, selezione editoriale

2012 è un film per i cultori del catastrofismo e degli effetti speciali cinematografici. Chiunque rientri in queste categorie, anche se sarà costretto a sorbirsi un po' di (in)salubre retorica americanista, non deve perderlo.

Il film è da segnalare inoltre per un cinismo insolito nel genere davanti all'inevitabile cataclisma. A parte l'eroe, la sua famiglia e quattro imbucati tibetani, tutti i salvati a bordo delle arche assemblate dai cinesi in gran segreto, sono il gotha delle istituzioni e della plutocrazia mondiale, gli uni a bordo per il diritto dei plebisciti democratici, gli altri per l'esborso di 1 miliardo di euro pro capite, il prezzo del biglietto. E il messaggio è crudelmente eplicito: la selezione naturale per la specie umana passa ormai attraverso la burocrazia e il denaro. In breve, il vecchio motto dei "cornuti e mazziati". D'altra parte informare il mondo della fine imminente non sortirebbe altro effetto che quello delle epidemie di peste descritte da Antonin Artaud, come da post precedente, facendo degenerare la società in una turpitudine vitalista dei costumi, recuperando il dionisiaco sfrenato a discapito di ogni ordine e legge.

Per noi italiani poi, chissà come mai tanto onore, c'è una scelta di sceneggiatura eccezionale: il nostro presidente del consiglio è equiparato al presidente americano, e sono loro gli unici a non abbandonare i loro popoli sul baratro dell'estinzione. Il nostro raccogliendosi in preghiera in San Pietro finché er cupolone nun je se smollica in testa, l'altro aspettando a Washington D. C. l'onda di tsunami che gli fa rovinare addosso la portaerei J. F. Kennedy. Inevitabile l'ironico applauso della sala in tripudio nazionalista...

Il finale riporta poi un caso curioso di selezione editoriale, secondo cui il futuro della cultura umana post 2012 sarà dovuto sia alla preservazione di alcuni capolavori tradizionali (tipo una Monna Lisa grande quattro volte quella vera...), scelti dai maggiori esperti mondiali e portati a bordo delle arche insieme ai migliori tra gli uomini e le bestie, sia alla fortuna. Infatti l'eroe della pellicola, scrittore di un libro di scarsissimo successo intitolato Farewell Atlantis, avrà in sorte di vedere il proprio intelletto tramandato all'umanità futura solo per il gusto di uno degli scienziati del progetto, a cui è piaciuto tanto e che decide di infilarselo in valigia. Così va il mondo.


domenica 8 novembre 2009

La peste

La facoltà immaginativa ha cominciato a giocarmi degli scherzi.
Ieri sono andato dal medico per una prescrizione mutualistica, e dal mio medico adesso funziona così: si entra, si prende il numeretto come al supermercato, la segretaria poi, che ha una memoria di ferro e ci conosce tutti per nome, trascrive le ricette sul computer, le stampa e le porta al dottore per la firma. La procedura anche ieri era la stessa. Solo che al ritorno mi si è avvicinata con aria di confabulazione e ha bisbigliato: "Dice il medico che quest'anno dovete vaccinarvi tutti in famiglia...". Sono trasalito. Le ho chiesto, un po' incerto: "Ma perché?...". "Mah..." ha risposto lei, "devi chiederlo a lui". Ecc. E già cominciavo a immaginare che, aperta la porta dello studio, me lo sarei trovato davanti così combinato, pronto alla vaccinazione coatta:


Paulus Fürst, Il medico della peste, acquaforte, 1656. 
[Durante l'epidemia di peste del 1656 a Roma, i medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali protettivi e guanti. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.]
Poi invece si trattava solo di un suggerimento, che quella fessa della segretaria mi aveva spacciato per vitale raccomandazione. Il solito vaccino influenzale, senza di mezzo polli, maiali e altri pezzi di macelleria, né tanto meno la peste. La peste sì che era un morbo, ragazzi! Quando c'era lei non c'erano la Roche e le altre industrie farmaceutiche a prepararci i vaccini e a inventarsi epidemie da quattro morti l'anno in pompa magna mediatica per spaventarci e venderli - a proposito, avete visto il film The Constant Gardner? Consigliato.

Delle epidemie di peste hanno scritto alcuni tra i più grandi autori delle letterature del mondo: Tucidide, Lucrezio, Virgilio, Paolo Diacono, Boccaccio, Defoe, Manzoni, Poe, Camus. Ma il testo sulla peste che più amo è quello di Antonin Artaud intitolato appunto Il teatro e la peste, brevissimo saggio raccolto nel volume Il teatro e il suo doppio. Quel testo era presente nella biblioteca di famiglia e perciò lo conoscevo già dai tempi del liceo. È stato però solo nel 1997 che si è legato indissolubilmente alla mia vita. In quell'anno, in cui quasi terminava la mia carriera universitaria, il Living Theater fece il suo ennesimo passaggio a Bologna, portando al DAMS  un seminario di un paio di giorni: un mini laboratorio sul loro teatro, cui sarebbe seguita la messa in scena del poco che avrebbero potuto insegnarci, e Il teatro e la peste di Artaud è sempre stato un cavallo di battaglia di Julian Beck e Judith Malina - anche se nel '97 Julian Beck era morto da oltre un decennio ed era rimasta la sola Malina a insegnare, coadiuvata dall'organico della compagnia del momento.

Il seminario fu interessante, superficiale per la brevità del tempo a disposizione ma bello, e tutto volto a quella messa in scena finale che aveva come fulcro la rappresentazione della propria morte, come da testo artaudiano. Facemmo lo spettacolino nella palestra di una scuola, mi pare, una cosa di poco conto, forse di una mezz'ora e tutto era finito. Ma al termine di quella mezz'ora io ero entrato in uno stato d'estasi mai provato prima, né dopo. Di irrazionale felicità. Ho cercato diverse volte in seguito di motivarmi la sensazione di quel momento: come catarsi dal pensiero della morte, come illuminazione dionisiaca, come urlo e smantellamento delle convenzioni sociali. In effetti, una risposta sicura non ho saputo darmela. Ricordo quell'euforia come un amore violento, assoluto, finale; ricordo che, appena finimmo, mi innamorai pazzamente per un'ora di un'attrice americana, con cui scambiai occhiate di fuoco e che probabilmente mi prese per un cretino; ricordo che finì tutto come niente e che poi ognuno se ne andò a casa propria - e solo io magari, il pazzo dionisiaco e catartico, il dissociale, mi ero sentito quel sentimento addosso.

Sull'autobus tornando anche io da solo alle solite cose, sentivo quel sentimento scemare, mi sforzavo di trattenerlo con le unghie. Ma se ne andava. A casa riempii una vasca di acqua calda (era inverno) e mi immersi. Fumai una sigaretta, sognavo una felicità bohémienne fatta di un'esistenza al di sopra delle righe, di exploit illeciti, di ubriacature, di amori furiosi e lascivi che duravano il tempo che il sudore asciuga.
E poi morii in vita di nuovo.

giovedì 5 novembre 2009

Entropia, pace e malavita.org

In occasione del primo genetliaco di Homo Sapiens Opinans [Auguri! Auguri!! Grazie… grazieee… Ma è un blog dello Scorpione! Eh sì, sarà per questo... Mah...], metto giù questo post fantasioso che potrà sembrare disfattista, potrà sembrare pessimista, sembrerà magari nichilista, ma che ritengo sia solo realista.
(A proposito di festeggiamenti: oggi è stata venduta una copia della mia tesi di laurea, da cui guadagnerò 15 Euro. Si tratta del mio primo incasso fatto con la scrittura, mi pare, che è come il primo cent di zio Paperone nel Klondike. Slowly but surely, I say. Sloooowly but surely.)

È mia opinione - opinione, eh!, non certezza e neanche teoria, solo vana opinione - che le leggi del mondo materiale si possano usare anche per descrivere i comportamenti umani. Che cioè le norme che regolano i sistemi fisici si possano applicare con certezza statistica anche agli insiemi umani, e che le leggi probabilistiche della meccanica quantistica si possano applicare con le medesime caratteristiche di indeterminatezza agli individui, i quali non essendo assoggettabili ai calcoli statistici sono un po' più imprevedibili.

Quello di entropia è un concetto proteiforme e anche un po’ oscuro, che perciò mi serve alquanto bene. E siccome non siamo qui alla Grande Accademia di Lagado, preferisco definirlo in modo approssimativo e brutale, estrapolandolo dalla cara Wikipedia:
Si pensi di far cadere una gocciolina d'inchiostro in un bicchiere d'acqua. Si osserva immediatamente che, invece di restare goccia più o meno separata dal resto dell'ambiente (stato ordinato), l'inchiostro inizia a diffondersi e che, dopo un certo tempo, si ottiene una miscela uniforme (stato disordinato). Mentre questo processo avviene spontaneamente, il processo inverso di separare l'acqua dall'inchiostro richiederebbe un apporto di energia esterna.
In altri termini, quando due o più sostanze di natura diversa si mischiano, dopo un certo periodo di tempo si ottiene una soluzione disordinata, ovvero con un diverso tipo di ordine. In corsivo gli aspetti critici: il movimento delle diversità nel tempo e il nuovo tipo di configurazione del sistema. A cui va aggiunto che nei sistemi naturali e non laboratoristici, le mescolanze sono tanto continuate e molteplici da risultare praticamente incontrollabili e imprevedibili.
I grandi fenomeni umani di migrazioni, guerre, sconvolgimenti culturali, tentativi di epurazione, inquisizioni, proscrizioni, tutti potrebbero essere descritti in termini di entropia, cioè di rimescolamenti e di scambi energetici. La malavita è descrivibile in termini entropici; le operazioni pacifiste lo stesso. Ci provo con queste ultime due, senza calcoli e spassionatamente.

Che cosa è la malavita organizzata? Detto in maniera semplicistica, è un sistema di regole sociali diverso da quello dominante, gestito da persone che non si riconoscono in alcuni aspetti del sistema dominante ma che con quello, è inevitabile, devono e vogliono relazionarsi per fare affari: la malavita organizzata non ha piani eversivi contro lo Stato, preferisce invece associarsi indirettamente ai poteri politici per la condivisione di interessi comuni e l'arricchimento illecito. Per riprendere in termini metaforici l'enunciazione wikipediana, la malavita è la goccia d’inchiostro nel bicchiere d’acqua (e la goccia d'inchiostro senza il bicchiere d'acqua si secca alla svelta, attenzione! cioè non può farne a meno): nel momento in cui il sistema dell’inchiostro si immette in quello dell’acqua, entrambi si snaturano confondendosi. Per un certo periodo di tempo si mescolano e questo è il loro conflitto.
Ora se il sistema sociale nazionale fosse sigillato, trascorso quel certo tempo le due sostanze diverse troverebbero un equilibrio; ma il sistema è aperto alle influenze esterne di altre gocce d’inchiostro e di altre sostanze, è aperto a sempre nuovi commerci, a svolte imprenditoriali sempre più illecite e più allettanti, e perciò il conflitto è senza fine e la compagine sociale sempre più spuria. La lotta alla malavita organizzata, cioè il lavoro necessario per (ri)portare il fenomeno malavitoso a zero, e così pure l'entropia sociale, è un’opera certosina e donchisciottesca che durerà finché durerà questo nostro mondo.

Cosa sono le operazioni pacifiste? Sono tentativi di abbassare l’entropia di un sistema dall’esterno, cioè di riportare ordine in una situazione di conflitto intervenendo con energie esterne al conflitto. E si può anche supporre che ci sia una purità di intenti in quegli sforzi eseguiti sul sistema in conflitto, volendo. In ogni caso, le buone intenzioni sono destinate al fallimento per almeno due motivi: (1) perché abbassare l’entropia di una zona di guerra significa togliere energia a quel sistema, ridurne i movimenti, "calmierarlo", ma siccome il pianeta è un sistema chiuso in cui vige il principio di conservazione dell’energia, togliere da una parte equivale a mettere da un’altra parte, e perciò pacificare una situazione di conflitto equivale di necessità a spostare il conflitto altrove; (2) in natura le situazioni di equilibrio (entropico) sono identificate come situazioni di morte, cui la natura di continuo tende e da cui però rifugge.

Buon compleanno a tutti!