venerdì 30 ottobre 2009

Shakti Market

La teorizzazione delle cose ovvie in simboli mistici non è da tutti, né è cosa di tutti i giorni.
Fatta esclusione per il mito dell'androgino nel Simposio platonico, peraltro una storiella relativamente sciocca, occorre arrivare in India per vedere rappresentata con pienezza di senso l'unione del femminile (Shakti) e del maschile (Shiva): nell'Ardhanarishvara, figura di valenza cosmica per metà uomo e per metà donna, tra le più rappresentate nel pantheon dell'iconografia religiosa Indù. L'immagine qui sotto di Sunder Singh Khwal ne è un meraviglioso esempio, da cliccare e aprire a tutto schermo.


La banalità dell'unione del femminile con il maschile, come la gran parte delle cose ovvie e che tali sono solo per l'abitudine a vedersele sbattute sotto il naso, nasconde una vertiginosa profondità. Cosa tanto profonda che, a provare a raccontarla, si finirebbe per riempire tomi di mitologie e ritrovarsi infine al punto di partenza: quello di un'ovvietà fondante e in pratica inspiegabile.
Si danno però casi limite dove la superficie liscia delle abitudini si incrina e l'abisso si mostra. Penso ai santi - e, per carità, alle sante. A loro siamo soliti pensare in termini moralistici, non spirituali, e anche questa parola, spirituale, la usiamo nell'ignoranza del significato più proprio. E non c'è da farsene una colpa, visto che di molte delle parole che usiamo ridirigiamo il significato su esperienze alla nostra portata: spiritualità, anima, divinità, perfino amore, sono parole quasi sempre usate impropriamente.

Le rappresentazioni agiografiche dei santi si incentrano su poche regole comportamentali, di cui la castità è condizione imprescindibile. In occidente e in oriente, fatta esclusione solo per alcuni aspetti del tantrismo. Ma lo sviluppo spirituale di un individuo è impedito, se non contempla una qualche forma di unione con l'altro sesso. I santi, quelli più veri, ne furono consapevoli e le loro vite stanno a dimostrarlo. Ognuno di loro ha avuto al proprio fianco una compagnia di ascesi, shiva o shakti. San Francesco ne ebbe due: santa Chiara e Jacopa dei Settesoli; san Benedetto ebbe santa Scolastica, sua sorella; shri Ramakrishna sua moglie, Sarada Devi; non mi dilungherò nella lista, ritengo però possibile farlo e, per ognuno dei santi, rintracciare un accompagnamento del sesso opposto, sia questo moglie, marito, sorella, fratello, madre, padre o confessore.

A mia conoscenza l'ebraismo è la sola religione che, per definizione, non preveda forme di ascesi monastiche. Per il quale cioè la via spirituale non è, non può e non deve essere disgiunta da quella mondana. Non si auspica mai l'abbandono del mondo in quanto coacervo di corruttele e a vantaggio di silvestri solitudini, né si contempla un ciclo della vita al modo della tradizione induista: lo studio della Torah va di pari passo con una normale vita pubblica e sociale, con il matrimonio, con la famiglia e il lavoro. Anche questa scelta però non è sempre priva di stroppiature e buffe conseguenze, dovute alle nuove ibridazioni dei nostri tempi. Nel gruppo cabalistico dei Bnei Baruch, per esempio, l'importanza data all'unione matrimoniale raggiungeva il parossismo isterico di un periodico mercato delle mogli. Le istruzioni del maestro erano chiare: "Andate a vedere cosa c'è sul mercato [N.d.A. nella parte femminile del gruppo, mai in un luogo qualunque]. Se ce n'è qualcuna che vi piace, usciteci un paio di volte. Se vi va bene, sposatevi. L'importante è che vi sposiate, ragazzi, perché il vostro progresso spirituale dipende dal matrimonio". Il che, detto così, suona proprio brutale e burocratico, inadatto a noi anime belle che nell'imputtanirsi dei costumi cerchiamo l'amore romantico, cioè l'amore delle società borghesi. Invece è affermazione di tutt'altro livello: per prima cosa di adesione alla struttura cosmica dell'Ardhanarishvara o Shiva-Shakti o Ruach Elohim; l'amore poi con buona volontà e un po' di fortuna verrà, ma sarà amore anima e corpo in Dio e non l'agitazione fatua degli ormoni.

lunedì 26 ottobre 2009

Blut und Boden

[Il sintagma tedesco Blut und Boden (traducibile come "sangue e suolo", "sangue e terra") è impiegato in età romantica per indicare i criteri di appartenenza alla nazione tedesca. Nonostante il concetto di Blut und Boden sia precedente all'ascesa del movimento nazionalsocialista in Germania, esso è stato largamente impiegato nei discorsi di Adolf Hitler e dei suoi seguaci per giustificare la persecuzione delle popolazioni considerate "aliene" al corpus razziale tedesco, in particolar modo ebrei e zingari.]

Dà pena verificare come certe teorie riescano a travalicare le epoche e i confini e rigermogliare, come semi portati dai venti da un continente all'altro, quasi identiche a se stesse. Anche se, certo, il nuovo suolo di crescita ne saprà modificare le caratteristiche originali, limitarne alcune, esaltarne altre.

È di pochi giorni fa una conversazione con una persona amica di una terra in conflitto, felice di lasciare finalmente quei luoghi tormentati per tentare la sorte nel belpaese, ma caparbia nel volersi trascinare dietro le proprie appartenenze familiari e territoriali. Il che è probabile non abbia niente di strano o di problematico per la grande maggioranza di voi.
Così per darle il pungolo, e nel suo paese questo è un pungolo piuttosto aspro, le ho detto che il suo pensiero era blut und boden, come quello della cricca nazionalsocialista. Senza troppo scomporsi mi ha risposto: "Ah, quelli! Mi piace il concetto...". Ma in Italia ormai, a meno di appartenere a qualche microcosmo neonazista, ci si irrigidisce davanti a affermazioni simili, e io non sono stato da meno.

A me poi, per sentire e storia personali, mi escono spinosi irsutismi a sentire parlare di appartenenze razziali, nazionali o claniche, figurarsi quindi di apprezzamenti del blut und boden. E ripensando ai miei anni in Israele, i ricordi più torvi riguardano proprio questo tema. Riguardano lo stress da clan familiare delle società palestinesi, musulmane e cristiane, quell'aggregarsi facinoroso che loro chiamano "famiglia allargata", e che è cosa mi pare comune al mondo arabo. Cosa che a me però ricorda tempi feudali presenti solo ormai nei libri. E poi riguardano il congregazionismo religioso, che tanto ha dell'aggregazione faziosa intorno a un leader, a un'ideologia, a un gruppo. Ricordo di quando scorsi il seme del fascismo la volta che il gruppo Bnei Baruch volle fondare uno stato cabalistico extraterritoriale, secondo alcune indicazioni datate di Yehuda Ashlag.

Quasi ci fu una fondazione su un prato dopo cena. Così andarono le cose. Su un palcoscenico sedeva lui, il rabbino Laitman. Sedie di plastica alla sua sinistra erano il podio della sua famiglia, moglie e figlie. Noi studenti arrivammo cantando, brilli, marciando, alcuni già ubriachi di vodka. Fu issata la bandiera dello stato cabalistico, ma ne ho scordato il colore. Il rabbino parlò, si commosse. Ringraziò e ci fece tanti auguri. Ci rammentò l’importanza di quanto stava accadendo: “Se sapeste quello che fate come viene accolto lassù...” ci disse. Noi studenti di scontate responsioni, commossi dalla sua commozione, applaudimmo. Certo, non paragonerei quell’esperienza alla marcia su Roma o alle adunate paurose a Norimberga. Eppure quel battere di piedi tutti insieme e quel capetto assiso là sul palco... quella bandiera ebbra... quelle emozioni di unità e di appartenenza che poi tendono a farsi mucchio e stranamente a inselvatichirsi. La distanza tra me che sedevo sull’erba e lui che dal proscenio voleva farci intendere di librarsi a mezz’aria tra noi bestiole e gli angeli, i quali lieti del nostro servilismo glielo sussurravano all’orecchio, era incolmabile. Ed era una distanza politica che non aveva più a che fare con le mie smanie di divinità. Così almeno credevo. Pensai: se anche questo stato cabalistico fosse il regime dell’amore, sempre una dittatura sarebbe e non la accolgo.

venerdì 23 ottobre 2009

Desiderio e linguaggio


[Livre d'heures: divertissement linguistique-spirituel.]

Sarà capitato a ognuno, immagino e mi auguro, di avere scritto a un certo punto della propria vita una pagina e di averla poi riletta a distanza di qualche anno, rimanendo sorpreso: ma come era possibile, ci si sarà chiesti, che già pensassi allora queste cose? La risposta è a un tempo banale e (quindi) profondissima.

I linguaggi sono strutture in continua evoluzione che riguardano delle collettività e di conseguenza evolvono a ritmi collettivi piuttosto lenti. Questo vuol dire che nel corso di una vita non ci si troverà a fare i conti con novità linguistiche sconvolgenti, a parte qualcosina del gergo e a parte congiunture sociali particolari quali l’omologazione televisiva o colonizzazioni culturali che determinino violenti cambiamenti nell’amministrazione della vita quotidiana.

Gli individui invece partecipano a drastici e continui rinnovamenti del proprio sentire, dovuti ai cambiamenti del proprio modo di desiderare: crescendo, vivendo, non si desidera mai come si è già desiderato (questo è almeno ciò che ci si auspica). I desideri infatti sono tenuti a crescere per consentirci sempre nuove insoddisfazioni e aprirci così a sempre nuove esperienze. I desideri sono contenitori vuoti che aspettano di essere riempiti.

Quando perciò si scrive una pagina per dare voce a un pensiero o per raccontare un’esperienza di se stessi, si usano quelle parole che si ritengono adatte all’espressione. Dopo qualche anno, quelle medesime parole inalterate nel sistema linguistico di riferimento, saranno però d'uso diversissimo nel proprio lessico e nella propria grammatica interiori, perché saranno nuovi il modo di desiderare e il modo di relazionarsi con gli oggetti desiderati. Ma con che parole si esprimeranno i nuovi desideri? Con le stesse del passato, perché altre non ce ne sono – anche le parole, in questo senso, sono contenitori vuoti che aspettano di essere riempiti di senso, come strumenti muti che attendono una mano che li accordi e li suoni. E il senso conferito alle parole, pur con ampie zone d'interferenza che ci consentono di comunicare tra di noi, è soggettivo e dipende esclusivamente dallo sviluppo interiore personale, cioè da quanto e da come si sa desiderare.

I pensieri, che pure sono una categoria di desideri, si articoleranno di conseguenza. Quanto più affinato sarà il modo di desiderare, tanto più raffinati saranno i pensieri: nuovi significati che andranno a riempire i medesimi strumenti linguistici. [In questo senso non stupisce che il discepolo di una via spirituale debba confrontarsi, per l'intero arco della propria vita, con il medesimo testo sacro: il testo in senso fisico sarà immutabile, ma i desideri sempre diversi dello studente lo condurranno a sempre nuove comprensioni delle stesse frasi, e così il testo in senso spirituale sarà sempre diverso.]
C'è però anche da dire che se un supporto linguistico opportuno non sarà in grado di rendere manifesti comme-il-faut i nostri pensieri, e perciò i nostri desideri, entrambi, desideri e pensieri, rischieranno di restare in uno stato di inespressione amorfa o di espressione teratologica, come un impasto magari anche di ottimo sapore a cui un fornaio non abbia saputo dare forma di pasticcini.

sabato 17 ottobre 2009

Preghiera autistica

[Autismo: s. m. (psich.) ripiegamento dell'individuo su sé stesso, mancanza totale o parziale di rapporto psichico con gli altri e con la realtà esterna.]

Ieri sul treno da Nettuno a Roma una donna islamica, probabilmente eritrea, leggeva un libricino di preghiere sottovoce. I suoni delle parole si interrompevano tra i suoi denti, il rumore delle rotaie trasformava i movimenti delle sue labbra in distensioni e arricciamenti muti. Così mi sono ricordato delle donne ebree ortodosse sugli autobus da Bnei Brak a Tel Aviv, quando andavo a lavorare di mattina, sedute o in piedi, a occhi bassi aprire i loro libricini dei Salmi e cominciare a leggerli e a ripeterseli nel segreto delle loro oralità, uno dopo l'altro fino alla fermata.
Mi sono ricordato del libretto Shamati, che nel gruppo dei Bnei Baruch si caldeggiava di leggere il più possibile, di leggerlo ovunque e usarlo come mezzo di concentrazione, per non far sì che le vanità del mondo distogliessero i propri pensieri dalla santità. Ricordo di me stesso a farlo, malamente, intendendo con grande fatica il difficile ebraico di Yehuda e Baruch Ashlag.

Ma l'induzione alla preghiera autistica non è appannaggio né dell'Islam né dell'Ebraismo. Basta pensare ai rosari pomeridiani delle beghine cattoliche o, forse meglio, al modo in cui pregava certe volte san Francesco, ripetendo per ore e notti intere due, tre parole: "Dio mio" e "Dio mio, perdonami".
Però la tecnica della preghiera autistica trova la massima teorizzazione e la sua apoteosi nell'Induismo (e quindi nel Buddismo), secondo il quale gli dèi crearono il mondo con dei mantra e per cui certi mantra, ripetuti il giusto numero di volte, non necessariamente in maniera consecutiva ma con possibilità cumulative, come in un libretto di risparmi, garantisco poteri, prosperità, successi.

giovedì 15 ottobre 2009

Bambini indaco e bambini suicidi

[Livre d'heures: divertissement psycho-mathématique.]

Teorema.
Le cose più assurde, bizzarre, stravaganti, anche terribili a volte, ci vengono passate quasi sempre per meravigliose e normalissime o come inevitabili cose da farsi. Tanto le fanno tutti e questa è la normalità: un comportamento di massima risultanza statistica. È invece nei comportamenti abnormi che ci è dato intravedere brillori di stranezze che aprono agli abissi che la normalità riveste e occulta. Altrimenti si rimane accecati dalle evidenze.

Dimostrazione.
Si consideri una curva gaussiana. Una curva gaussiana non è che la rappresentazione grafica dell'occorrenza di un fenomeno, ossia dei risultati di un esperimento date le medesime condizioni iniziali (o di un comportamento date le stesse situazioni ambientali). La curva ha un picco centrale, nel cui intorno si localizza la maggior parte dei risultati, e delle code. La zona verde è la zona di maggiore occorrenza dei risultati scientifici, perciò di maggiore prevedibilità sperimentale, o di normalità dei comportamenti umani, e quindi di accettabilità sociale.
Nel caso specifico, immaginario ed esemplificativo, per nulla scientifico, consideriamo i bambini - ma lo stesso discorso potrebbe farsi per le turbe sessuali o per le capacità dei geni e dei folli. I bambini che rientrano nell'area verde sono tutti normali, diversi gli uni dagli altri ma normali, con peculiarità attitudinali e comportamentali sempre meno comuni man mano che ci si avvicina alle code. Ma che succede quando si superano le soglie e si entra nelle code?



A sinistra (per puro casa a sinistra) ci troviamo a fare conti con i bambini indaco, a destra con quelli suicidi.
I bambini indaco sono un prodotto della New Age e sta a ognuno fare le proprie valutazioni di credibilità del caso. Sono quasi dei super-bambini, non per i super-poteri fisici ma per la presenza in loro innata di caratteristiche comportamentali che li contraddistinguono come nuova tipologia di esseri umani e più "spiritualmente" evoluta (il termine spirituale è tra virgolette in quanto abusato, desemantizzato e tutto da ridefinire). Nella visione New Age, i bambini indaco sono come la pelle nuova e luminosa del serpente, come un altro gradino verso il paradiso, sono in un certo senso dei prototipi, comunque il meglio del meglio sul mercato degli esseri umani.
I bambini suicidi, invece, sono una categoria di persone tristissima e del tutto, paurosamente reale. Possono avere 7-8 anni, magari 14 o 15. Li tengono più spesso chiusi in ospedali speciali, sedati, sorvegliati, sotto continue terapie psichiatriche e psicologiche. Sono bambini e adolescenti con manie compulsive al suicidio: vivono solo per uccidersi, in qualsiasi modo e spassionatamente. Non provengono necessariamente da situazioni famigliari drammatiche né, allo stadio delle conoscenze, soffrono di deficit biologici analoghi tra loro. Senza psicofarmaci antidepressivi il loro primo gesto è letale. Sono persone senza tare dell'intelligenza e, perciò, sono spesso anche scaltre: l'assunzione dei medicinali deve essere monitorata con cura, perché fanno finta di prenderli, cercando di emanciparsi dai sedativi e riacquistare l'istinto compulsivo al suicidio, che è l'unica loro ragione di vita. Sono il peggio del peggio che possa darsi, non in senso moralistico ma nei termini di vitalità, di conservazione e progresso della specie. A chi li incontra per la prima volta sembrano più fantastici degli indaco, probabilmente per eccesso di realtà.

I bambini della zona verde sono la società, siamo noi, dai migliori ai peggiori, tutti comunque lì dentro. Sono quelli i cui comportamenti sono statisticamente prevedibili e perciò interessanti per il mercato, per la politica, per la sociologia. Gli altri no. Gli altri, indaco o suicidi, sono trottole impazzite, cani sciolti, entità non normalizzabili e però - però sono anche loro esseri umani. Un'ovvietà: cosa vuol dire?
Potrebbe voler dire che i bambini indaco e quelli suicidi sono come crepe nel manto del reale da cui affiora l'abisso - non l'inferno, per carità!, ma l'abisso dell'esistenza su cui galleggiamo come fosse la cosa più ovvia e normale: l'interessante di questi bambini sta nel mostrarci ciò che gli altri, i normali, per eccesso di evidenza e di omogeneità ci occultano. Ci fanno vedere che:
- ci sono caratteristiche con cui nasciamo e che determinano i nostri destini;
- la facoltà di poter gestire i propri impulsi non dipende dalla propria volontà, ma è una concessione dovuta all'essere nati e cresciuti all'interno della zona verde (chi è della zona verde crede di avere una volontà propria semplicemente perché non può accorgersi di non averla);
- il piacere (indaco) e il dolore (suicidi) sono le forze con cui la Natura ci muove;
- i desideri, o impulsi, sono l'essenza stessa della creazione;
- l'unica vera libertà individuale consiste nell'aderenza volontaria alle forze della Natura con cui si entra in relazione (le quali per alcuni coincidono con la volontà divina).

sabato 10 ottobre 2009

I libri

Qualche giorno fa mi ero riproposto di rintracciare alcune tipologie di comportamenti e relazioni umane dette "strutture della santità". Queste "strutture della santità" non sono che schemi o reticolati su cui si diffondono, come edere su una rete e ognuno con le sue coloriture, i pensieri religiosi degli esseri umani, lasciando pochissimo spazio ad alternative. Ogni schema può essere vissuto in maniera positiva o negativa, cioè per il dritto o per il rovescio, ma sempre del medesimo schema si tratta. Per tale motivo questo discorso rientra di diritto nel novero dei discorsi sulla libertà di scelta (o libero arbitrio che dir si voglia).
Comincio allora parlando di libri - e di gruppi di discepoli e di maestri.

L
a Cabalà (o volendo Kabbalah, Qabbalah, ecc.), in quanto parte integrante dell'ebraismo, trova fondamento nello studio di testi sacri, con ciò intendendo non soltanto il Vecchio Testamento, o in termini più esatti il Tanach, ma tutti i libri non apocrifi della tradizione rabbinica, libri nei quali si ritiene sia presente la ruach, cioè lo spirito di Dio. Ne esistono, nell'ebraismo, un'infinità di questi libri, facenti capo a vari rabbini e scuole. Il gruppo Bnei Baruch, con cui ho avuto modo di studiare per circa 4 anni durante il mio soggiorno israeliano, si avvale di una serie di testi ritenuti autentici. Autentici dal punto di vista cabalistico ovviamente, non filologico. In questi libri si dice sia contenuta una luce spirituale che le persone sono in grado di attivare studiando in gruppo e sotto la guida di un maestro. E tali appunto sono gli elementi basilari degli studi cabalistici, e direi di tutti gli studi ebraici: un rabbino (vale a dire un maestro), un gruppo e dei libri. La funzione di quella luce spirituale, che gli aspiranti cabalisti vanno così ad attivare, è appunto di illuminare le anime ed elevarle al contatto face-to-face con la divinità.

Il progetto francescano originario, invece, nacque come un progetto autarchico: Francesco non aveva intenzione di farsi maestro né di raccogliere intorno a sé un gruppo di allievi, ma perseguiva un impulso individuale che lo spingeva in direzione di Cristo. Se poi divenne maestro ed ebbe dei compagni fu per il carisma della sua personalità e per le esigenze di rinnovamento spirituale comunque presenti nell'agitata società del suo tempo. Quindi Francesco accolse i primi compagni e, per vivere insieme a loro, dovette stabilire una regola di vita: fondamentale era la condivisione dei medesimi intenti evangelici di povertà, amore e assistenza per il prossimo, predicazione, umiltà. In un mondo dominato dai "maggiori", cioè da una classe sociale di feudatari ormai in decadenza, Francesco chiamo i suoi frati "minori", come minori erano detti i lavoratori più umili, i poveri, i contadini, i servi. E nella minorità del suo progetto incluse anche lo studio dei libri: "
Provava vivo dolore se uno si dedicava alla scienza trascurando la virtù (...) Non diceva questo perché gli dispiacessero gli studi della Scrittura, ma per distogliere tutti da una premura eccessiva di imparare, e perché preferiva che fossero tutti buoni per carità piuttosto che saputelli per curiosità. (...) Un frate laico desiderava aver un salterio e ne chiese licenza a Francesco. Ma egli invece del salterio gli presentò della cenere". (Tommaso da Celano, Vita Seconda CXLVII, 195)

venerdì 9 ottobre 2009

Ironia

C'è da farci caso. Una delle parole chiave per promuovere un libro oggi è tacciarlo di "ironia": sottile ironia, diffusa ironia, ironia amara, pungente ironia, ecc. ecc. Perché la parola "ironia" è tanto importante nella promozione letteraria contemporanea?
Io credo sia solo un modo di mascherare la mediocrità della gran parte delle offerte librarie: "ironia" dà quel giusto senso di canzonatorio ben adatto a nascondere l'approssimativo vendibile, la cosa banale.

domenica 4 ottobre 2009

Una giornata (quasi) particolare

Stamattina ho terminato la breve lettura del libro I pugnalatori, nel pomeriggio sono andato a Roma alla manifestazione per la libertà di stampa (libertà che, come si vede nella foto, aspira all'anarchia tipografica).



Il libro è una di quelle operette epigrafiche di Leonardo Sciascia, tanto definitive da chiedersi poi a che vale avere altre letture analoghe: il tipo di giustizia ancora oggi vigente nel paese è reso manifesto a partire dalla fondazione del Regno d'Italia, e il lasso di tempo che distanzia quei fatti di sangue, di congiura e di privilegi di casta dalla cronaca li rende solamente più pesanti, più emblematici paragonati a quelli contemporanei. E la nostra storia, così tanto chiassosa e così poco democratica, era già tutta iscritta, come l'albero in un seme, nella società siciliana post-unitaria, una regione simbolo (e qualcuno direbbe causa, e mentirebbe) degli infiniti abusi degli uni contro gli altri.

Alla manifestazione troppa gente. Ma ho incontrato Laura - non per caso - che non vedevo da 12 anni. E mentre un oratore dopo l'altro smorzavano le luci del pomeriggio, ci siamo allontanati dal focolaio della rivolta e ci siamo seduti a un bar. A loro la libertà di stampa, a noi la libertà di raccontarci. Dopo 12 anni... L'atmosfera della piazza però non ci ha del tutto abbandonati. A un certo punto, e non ricordo bene il filo del discorso, lei ha detto: "Dobbiamo combattere, non possiamo disimpegnarci. X [X è un'altra persona] dice che non ce la fa più a tenere dietro a queste storie senza fine, ma non possiamo lasciargli libero il campo".
Io ho pensato, e le ho detto, che aveva ragione - non possiamo lasciare libero il campo - ma che, a mio avviso, anche X non ha tutti i torti: a vedere il susseguirsi di lotte su lotte e di una rivendicazione dopo l'altra, viene anche un po' di scoramento e da tirare i remi i barca. I desideri di fuga dalla "realtà" sono comprensibili quando uno si legge I pugnalatori e poi, centocinquanta anni dopo, scende in piazza contro chi sta riproponendo i medesimi abusi (cioè una legge uguale per quasi tutti). Niente di nuovo sotto il sole. Ma appunto per questo, come si fa lottare sul serio?
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Domani 4 ottobre è la ricorrenza della morte di san Francesco e comincerò a scrivere un nuovo genere di articoli che posterò prossimamente. Metterò in relazione la mia esperienza cabalistica nel gruppo Bnei Baruch con quanto è stato tramando dalla vita di san Francesco e di san Benedetto, e forse anche con i Vangeli, allo scopo di rintracciare alcune tipologie di comportamenti e relazioni umane che chiamerò "strutture della santità".