domenica 28 giugno 2009
Abbiamo il controllo sulle nostre decisioni?
martedì 23 giugno 2009
Ricevere: postilla a "Il sogno del principe di Sansevero"
Il giorno stesso in cui ho scritto il post precedente, una conversazione occasionale di scienze cognitive mi ha fatto pensare di scrivere questa postilla.
Che cosa è il corpo, cioè a che cosa serve? Forse sembrerà una domanda banale. Una di quelle domande così banali che di solito non si pongono neanche. "Ma serve a vivere!" si dirà, che domanda... E una domanda che non coincide con quelle di base della medicina: come si può curare il corpo, cioè come funziona?
A che cosa serve il corpo, allora? Questa domanda implica un unico pregiudizio, quello utilitaristico (da non confondersi con quello finalistico), che cioè quello che esiste serva a qualcosa.
La medicina spiega che tra il corpo e il mondo esterno esiste tutto un sistema di recettori sensoriali che ci mette in comunicazione con l'ambiente in cui viviamo. Tale sistema è fondamentale: ci consente di sapere dove siamo e con che cosa stiamo entrando in relazione. Le conseguenze sono di importanza decisiva e saltano agli occhi. Gli impulsi raccolti dai recettori sono poi trasmessi al cervello che li elabora e ci informa sul da farsi. Non intendo fare una lectio medica e qui mi fermo.
Voglio però mettere in risalto due aspetti del discorso.
1. I recettori sensoriali funzionano come delle antenne, ricevono un impulso esterno e lo trasmettono al sistema decodificatore, il cervello, attraverso il sistema nervoso. Il cervello ci restituisce poi l'immagine "reale" codificata nel segnale elettrico ricevuto.
2. Quel "ci", ultimo referente del sistema esteriorità-recettori-sistema nervoso-cervello-io, è una pietra di scandalo: il "ci" si identifica con il cervello o con l'io? Ovvero, il cervello e l'io coincidono?
Non esporrò qui la mia opinione di hso in quanto vana, ma quella cabalistica che ho provato ad apprendere durante il mio soggiorno in Israele.
Cabalà (o Qabbalah, Kabbalah e chi più ne ha più ne metta) significa "ricevuta", con il valore di conoscenza tramandata e perciò ricevuta. La Cabalà però, che ha un punto di vista finalistico e un approccio utilitarista, si pone come obiettivo quello di insegnare alle persone a ricevere. A ricevere cosa? A ricevere Dio, il quale si identifica con la Natura. Natura non solo fisica, ma Natura del tutto. La Cabalà considera infatti l'intera creazione, e quindi noi homini opinanti che ci stiamo dentro, come un'entità ricevente. Tutto ciò che avviene nel mondo è manifestazione di qualcosa che è stato ricevuto, e il caso dei recettori sensoriali è autoevidente.
Ma cosa succede con quelle esperienze che non provengono, o sembrano non provenire, da fonti materiali esterne? Come dobbiamo porci in relazione, per esempio, ai sentimenti e ai pensieri, cioè alla gran parte delle nostre fonti di conoscenza?
Se uno riesce a fare un po' di chiaro in quello che gli succede, si accorgerà di non essere affatto padrone dei propri sentimenti né dei propri pensieri, nè tantomeno dei propri desideri e delle proprie intenzioni. I sentimenti si sviluppano per cause varie, dai cicli ormonali alle consuetudini affettive e dalle appartenze identitarie a quelle familiari. I pensieri invece "ci vengono". Nessuno decide mai di avere un pensiero: il pensiero arriva da solo, poi eventualmente si può provare a svilupparlo ed elaborarlo in base alle nostre capacità (anch'esse ricevute!) e alle conoscenze già acquisite.
Il sistema è complesso e trae in inganno, ma quando lo si riduce alle componenti essenziali o ai casi limite, anomali quindi insoliti e quindi portatori di un significato altrimenti nascosto dall'abitudine, diventa un po' più chiaro. [Wittgenstein scrisse: "Se sai che qui c'è una mano, allora ti concediamo tutto il resto", Della certezza 1.]
Il cervello dunque, in quanto parte del corpo e non organo super partes, pur con le sue illustri specificità, altro non sarebbe che un componente del sistema ricevente corpo. Il quale infatti è un mirabile arnese che consente alle anime di fare l'esperienza di Dio, cioè della Natura. Esperienza totale e parziale a un tempo: totale perché comprendente ogni aspetto di ciò che ci è dato conoscere, parziale perché c'è tanto che non conosceremo mai, sia dal punto di vista sensoriale sia da quello spirituale.
È un momento di grande stupore quello in cui si comprende che ciò che consideriamo noi stessi, il corpo ma anche le nostre qualità, i sentimenti, i pensieri, i desideri, non sono cose nostre ma ricevute. E mette un po' a disagio pensarsi come delle grandi antenne. Ma se la scissione tra se stessi e il proprio corpo può essere a un certo accettabile, quella tra se stessi e le proprie facoltà conoscitive lo è assai meno.
Ricevo quindi sono e viceversa.
sabato 13 giugno 2009
Il sogno del principe di Sansevero


martedì 2 giugno 2009
Canto dell'ufficio
mentre avvolge la garrotta intorno ai baveri supponenti dei tanti omuncoli ripieni di patos, morituri, morenti.
Cascame di altro cascame.
Negli uffici dove ogni cosa sembra certa e inerte
e le dracene non sanno più crescere
dove le sansevierie spesso appassiscono, si seccano tristi in disparte.
Lì dove l’intimità del cosmo si ripercuote sui gesti più insapore
che ci annoiano, che molestano con una sensazione di opprimente dovere quotidiano, ciclico ripetitivo
quasi ogni cosa dovesse ricondursi a questo incartamento o a un altro, come se ogni obiettivo fosse scomponibile in piccole azioni programmatiche prive di imprevisti, senza eterogenesi
a sprezzo dell’euforia anarchista che brilla nei nostri desideri
– privilegio negato agli ammassi di materia e alle stelle, immense e regolate da aurore e zenit e tramonti e oscillazioni annuali previste sull’arco equatoriale.
Il lavoro d’ufficio
da cui muoviamo il mondo
dove l’intimità del cosmo si ripercuote sulle azioni più insulse.
Direbbe la maggior parte che burocrazia sia il lavoro d’ufficio, secondo l’etimologia probabilmente. E non saprebbero spiegarsi meglio. Non coglierebbero l’emanazione di cui sono parte,
che la burocrazia è procedura, ogni traffico su dei tracciati stabiliti, noti
codificati da leggi parlamentari o celesti. Ogni fenomeno scritto e poi trascritto, ricopiato seguendo delle regole di fedeltà, di attinenza, di compatibilità con gli obiettivi finali e i dati di inizializzazione.
Che burocratica è ogni cosa che cominci e finisca, a prescindere dalle variabilità di percorso.
Tutto il miracolo continuo messo in scena solo per essere ogni volta massacrato
e decomposto come una carogna infame.
E ricomposto con il materiale di scarto.
Burocratico il riciclaggio dei nostri stessi corpi:
cremati putrefatti imbalsamati
è procedura.
Cogliere negli impieghi d’ufficio l’essenza stessa del nostro universo sembrerà perverso, giustificare il micragnoso lavorio fatto ogni giorno per tenere le cose al loro posto.
E ho compassione infatti, ogni volta che succede,
di queste letterine feroci che appoggio sulla carta
sul video
brevi nate da gesti già fossili, battaglioni segnati minacciosi e codardi
che caricano e ci assillano
che battono poi in ritirata tra le pagine secche di un libro, tra i fascicolatori nei cassetti bui e che si riproducono magari tra i rulli rigidi e adusti
delle fotocopiatrici;
ho pietà di queste (sue/mie) dita che si affannano a battere sui tasti in bianco e nero
o a tenere la posizione migliore per la penna
che scriva e fluida che non sgraffi.
Le dite articolate con un’architettura superba,
così vanitose e così
stupendamente
deperibili.

"La forma del desiderio" by Gian Maria Turi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.