
Ormai mi sa che sto uscendo anche dal gioco delle cose religiose. C'è stato un tempo in cui ho amato le prosopopee ritualistiche e i
paraphernalia sacerdotali, ma ora mi sono diventati intollerabili.
Gauhati (o Guwahati), Assam, stato del nord-est dell'India, sede del più importante tempio dello shaktismo: il
Kamakhya Devi mandir. Non credo ci potesse essere un luogo migliore per mettere un punto a trent'anni di inquietudini e studi interreligiosi. È qui che infatti, secondo il mito, cadde la vulva (
yoni) di Sati smembrata dal disco di Vishnu. Luogo originario e di trasformazione quindi, il più potente dell'India. È qui che si ottengono i più alti poteri ma è anche qui dove le reazioni della dea sono più forti e le punizioni per gli errori commessi più severe.
I pellegrini, quasi esclusivamente indiani, si mettono in fila e aspettano anche per ore di essere ammessi alla presenza dell'idolo, che in questo caso è una roccia di forma indistinguibile, coperta da migliaia di fiori e costantemente bagnata. Toccare la roccia e aspergersi la testa dell'acqua che la irrora è il culmine della visita al tempio, cui segue senza mancanza la richiesta di un'offerta da parte dei sacerdoti officianti. La sede della
yoni di Sati, diciamo il
sancta sanctorum del tempio, è una piccola grotta sotterranea completamente annerita da decenni se non secoli di incensi e di candele. Molto suggestiva, se solo ci fosse il tempo per un minimo raccoglimento. Ma la stanza è angusta e i pellegrini sono troppi, il tempo massimo concesso è quello del
darshan, poi si viene spinti via senza troppa grazia.
La via che sale al tempio è fiancheggiata da decine di negozi che vendono immagini sacre, corone di fiori, stoffe, noci di cocco e altri doni per il
puja. Tutto secondo le regole, come in ogni altro grande o piccolo santuario. All'entrata del complesso templare un numero incalcolabile (parlo per iperbole) di bramini aspetta l'arrivo dei pellegrini, per accompagnarli in una visita al tempio e poi magari al
puja stesso. Quando arriva qualche devotissimo che vuole il massimo del tornaconto, decide di sacrificare uno o due capretti o qualche piccione: i poveri animaletti vengono presi, bagnati nel sacro pozzo, santificati e poi condotti alla macelleria, dove vengono decapitati - ai piccioni la testa viene strappata via con le dite, ai capretti ci pensa un macete. Offerta la loro (!) vita in sacrificio alla dea, gli avanzi mortali vengono portati via dal sacrificante per essere consumati. Ognuna di queste azioni ha un prezzo da corrispondere ai sacerdoti. Ogni offerta ha un valore materiale: si chiedono salute, figli, successo e qualsiasi altra cosa stia a cuore. I gesti sono di tipo magico, segni che rispecchiano realtà celesti e invocano reazioni divine.
Nove anni fa tutto questo era affascinante. Oggi, passato quel tempo e trascorsi alcuni anni di studi cabalistici, le rappresentazioni ritualistiche, il mercimonio delle cose sacre, ogni richiesta egoistica per cui ci si arroga il diritto di tirare giù dall'Olimpo le divintà in persona - non noi a fare qualcosa per loro ma loro costretti da formule magiche a rispondere alle nostre presunzioni - mi sono del tutto insopportabili. Un paganesimo primitivo fuori tempo massimo. E non che il cristianesimo o l'ebraismo o il buddismo siano estranei a forme religiose analoghe, dove il rapporto con la divinità è volto solo a trarne il massimo beneficio personale.
Ma un essere umano che perde interesse nella divinità, e quindi presumibilmente si disconnette dalla sua presenza, non si riduce alla sua parte animale?