giovedì 26 marzo 2009

Prendere una parte

Quanto più mi costringo ad addentrarmi nei luoghi infimi del Regno (e non ce ne è di più bassi di quelli che ci sono più vicini) tanto più mi devo allontanare da me stesso, mi sento fuori luogo e patetico come un poetastro deciso a dare forma lirica alla burocrazia. E mi è anche più difficile restare in equilibrio, evitare i capitomboli e le capitolazioni o finire inzaccherato dal più trito e inconsistente opinionismo. Eppure da chi si pregia di dire qualche cosa di Israele e della Terra Santa ci si aspettano prese di posizione e qualche relazione risentita o commovente di cronaca del giorno, proscenio su cui nessuno ha ragione se non vince.

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lunedì 23 marzo 2009

I love Kindle

Questo è un post che capiranno meglio i nomadi o i predicatori erranti, chi sa cosa significa traslocare di frequente e, soprattutto, muovere le biblioteche da una sede all'altra. La tecnologia ci salverà dal peso fisico delle accumulazioni culturali: ecco a voi Kindle, il lettore digitale di Amazon e luogo di storaggio senza peso.
Se al prossimo trasloco potessi già portarmi dietro solo quello, con tutti i miei libri dentro, mi sentirei come Mosè sceso dal Sinai, con tutta la divintà in dieci precetti. Alleluia! Purtroppo non succederà ancora... Ma ormai siamo su una via senza ritorno.
Dalle epigrafi su pietra ai rotoli di pergamena ai libri a Kindle: sempre più pratici e leggeri e, da non sottovalutare, sempre meno presenti. Quando tutta la cultura e tutte le informazioni del mondo saranno stivate su supporti elettronici, sarà sufficiente un grande black-out per cancellarci da ogni parte del mondo, senza più filologi né epigafici e rimettere insieme i brandelli delle cose defunte. E che leggerezza! Ah, che liberazione!

lunedì 16 marzo 2009

Due etti di Baricco affumicato...

“Mi dia mo' due etti di quel Baricco là? Sì, sì, di quello affumicato... Però, guardi, me lo taglia fine fine, che a mio marito ci piace così.”


















Potrebbe sembrare una frase da supermercato cannibalico, banalmente emiliano, e invece è di un cliente post post-moderno della libreria Coop di via degli Orefici a Bologna, nel centro storico deluxe della città - se ne era già un po' parlato in passato. Cliente fantastico naturalmente, visto che sappiamo tutti come si chiede l’ultima fatica dello scrittore e come si ordinano due etti di salame. Lo scrittore e il salame, o i cereali per non sembrare offensivi, a un solo scaffale di distanza...

















Sono davvero un luogo affascinante queste librerie Coop, dove l’intelletto creativo è messo sullo stesso piano di un prosciutto, e la mamma moderna (o ugualmente il babbo rimmammito), insieme alla pasta, nel cestello della spesa ci infila un libercolo, magari il vendutissimo, emozionantissimo Twilight – uh! – l’amore che ogni Cenerentola di casa sogna con un principe nero. Proprio così. Ibridatis ibridandis.




























Il libro che fu sacro e il naturismo sloooow-food fianco a fianco. Scenda dal piedistallo il primo, ritrovi la dignità fondante che gli spetta il secondo. Un proverbio ebraico dice: ein lechem ein Torah, che senza pane non c’è la Torah – cioè chi non mangia ha altro da pensare che ai libri. Quindi: a chi la dignità del primato? Quindi: appropriata la giustapposizione tra pagine stampate e roba da mangiare del genio Coop. Che ci si sazi prima e poi, se non ci si addormenta a panza piena, che si legga.
















Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E a proposito vi consiglio un panino al Baricco: I barbari. Saggi sulla mutazione è un libro interessante. E non torna su come la sua coppa di romanzo solita.

venerdì 6 marzo 2009

A downgrade to ape

Ormai mi sa che sto uscendo anche dal gioco delle cose religiose. C'è stato un tempo in cui ho amato le prosopopee ritualistiche e i paraphernalia sacerdotali, ma ora mi sono diventati intollerabili.
Gauhati (o Guwahati), Assam, stato del nord-est dell'India, sede del più importante tempio dello shaktismo: il Kamakhya Devi mandir. Non credo ci potesse essere un luogo migliore per mettere un punto a trent'anni di inquietudini e studi interreligiosi. È qui che infatti, secondo il mito, cadde la vulva (yoni) di Sati smembrata dal disco di Vishnu. Luogo originario e di trasformazione quindi, il più potente dell'India. È qui che si ottengono i più alti poteri ma è anche qui dove le reazioni della dea sono più forti e le punizioni per gli errori commessi più severe.
I pellegrini, quasi esclusivamente indiani, si mettono in fila e aspettano anche per ore di essere ammessi alla presenza dell'idolo, che in questo caso è una roccia di forma indistinguibile, coperta da migliaia di fiori e costantemente bagnata. Toccare la roccia e aspergersi la testa dell'acqua che la irrora è il culmine della visita al tempio, cui segue senza mancanza la richiesta di un'offerta da parte dei sacerdoti officianti. La sede della yoni di Sati, diciamo il sancta sanctorum del tempio, è una piccola grotta sotterranea completamente annerita da decenni se non secoli di incensi e di candele. Molto suggestiva, se solo ci fosse il tempo per un minimo raccoglimento. Ma la stanza è angusta e i pellegrini sono troppi, il tempo massimo concesso è quello del darshan, poi si viene spinti via senza troppa grazia.
La via che sale al tempio è fiancheggiata da decine di negozi che vendono immagini sacre, corone di fiori, stoffe, noci di cocco e altri doni per il puja. Tutto secondo le regole, come in ogni altro grande o piccolo santuario. All'entrata del complesso templare un numero incalcolabile (parlo per iperbole) di bramini aspetta l'arrivo dei pellegrini, per accompagnarli in una visita al tempio e poi magari al puja stesso. Quando arriva qualche devotissimo che vuole il massimo del tornaconto, decide di sacrificare uno o due capretti o qualche piccione: i poveri animaletti vengono presi, bagnati nel sacro pozzo, santificati e poi condotti alla macelleria, dove vengono decapitati - ai piccioni la testa viene strappata via con le dite, ai capretti ci pensa un macete. Offerta la loro (!) vita in sacrificio alla dea, gli avanzi mortali vengono portati via dal sacrificante per essere consumati. Ognuna di queste azioni ha un prezzo da corrispondere ai sacerdoti. Ogni offerta ha un valore materiale: si chiedono salute, figli, successo e qualsiasi altra cosa stia a cuore. I gesti sono di tipo magico, segni che rispecchiano realtà celesti e invocano reazioni divine.
Nove anni fa tutto questo era affascinante. Oggi, passato quel tempo e trascorsi alcuni anni di studi cabalistici, le rappresentazioni ritualistiche, il mercimonio delle cose sacre, ogni richiesta egoistica per cui ci si arroga il diritto di tirare giù dall'Olimpo le divintà in persona - non noi a fare qualcosa per loro ma loro costretti da formule magiche a rispondere alle nostre presunzioni - mi sono del tutto insopportabili. Un paganesimo primitivo fuori tempo massimo. E non che il cristianesimo o l'ebraismo o il buddismo siano estranei a forme religiose analoghe, dove il rapporto con la divinità è volto solo a trarne il massimo beneficio personale.

Ma un essere umano che perde interesse nella divinità, e quindi presumibilmente si disconnette dalla sua presenza, non si riduce alla sua parte animale?