venerdì 27 febbraio 2009

Slumdog Balloonaire

Ho visto Slumdog Millionaire. Sì, ecco, è un bel film: un po’ del sogno americano "chiunque può farcela" trasportato in un’improbabile India, ingenuità e buoni sentimenti osteggiati da un mondo di cattivoni, poi la fortuna che arride a Jamal, il protagonista, con venti milioni di rupie e l’amata cui finalmente può riunirsi in un finale non granché commovente: il bacio sulla cicatrice infertale dai bravi dopo una fuga fallita per raggiungere l’amato, ha un che di scontato, e anzi mi aspettavo anche una frase del tipo "così sei ancora più bella". Di bello c’è invece che il moralismo e il maschilismo indiani vanno a morire in vite di difficoltà, e la donna amata anche se abusata e usata da altri uomini – ma contro la sua volontà, sia chiaro – rimane sempre degna di amore. È un punto di vista molto occidentale.
Vengono poi gli spettri attualissimi dei giochi a premi televisivi e dei reality show. Certo, sproporzionata la violenza della polizia contro il ragazzo accusato di barare al gioco, ma in Blood Diamond ci sono scene più efferate. Schifosa la vita nella merda degli slum, ma il fatto è che ci vive gente vera non personaggi di fantasia. Per carità, che l’arte o quanto ne resta rappresenti ciò che vuole, non è questo il punto, che però sia onesta. I valori – parolone – di un bambino cresciuto in uno slum non sono omologabili a quelli di un bamboccio europeo o americano: cfr. Gita Mehta, Karma Cola, London 1990, p. 153 (non mi risulta ne esista una traduzione italiana, comunque mi riferisco al par. 6 del cap. 10). In fondo il messaggio che passa è uno solo: l’andamento delle nostre vite – it is written, che in parole meno karmiche potrebbe tradursi con un noantrese omnia vincit culus, cioè nella vita il culo è tutto.
Carino il film, sì, ma otto premi Oscar... lo stesso avrebbe potuto vincerli Notting Hill, quasi quasi... Vero è anche che non ho visto i rivali di questa produzione – ma non sarà che il carrozzone degli Academy Awards non ce la racconta tutta giusta?
C’erano articoli sui giornali indiani in questi giorni, che esaltavano il fatto che la cinematografia occidentale cominciasse finalmente a guardare a Bollywood. Bollywood: la prima industria cinematografica mondiale dove, è cosa nota, si ripuliscono le fortune sporche della malavita locale. E poi certe interviste televisive a rapaci produttori indiani ormai sbarcati a Los Angeles, i quali commentavano il successo del film aprendo a nuove prospettive di collaborazione tra US e India. Non sarà proprio allora che Bollywood si sta comprando Hollywood? Ci starebbe, vista la lungimiranza economica statunitense negli ultimi decenni. Ma occorrerebbe un giornalista investigativo per scoprire la verità, non un HSO qualunque.
Di positivo all’orizzonte c’è però che se la lobby intrallazzona bollywoodiana cominciasse a prendere possesso degli studios, magari i paranoici complottisti antisemiti la smetterebbero di lanciare strali e minacce contro le presunte lobby ebraiche, padrone dei media e della finanza globali, quasi non esistessero l’OPEC (musulmani con collusioni cristiane sudamericane), né le mafie transnazionali (dio pecunia, credo), né il capital-comunismo cinese (in che dio credono i cinesi?), eccetera ecceterone. E sarebbe ora.
PS.
HSO ha sparato un primo tentacolo nel mondo esterno: http://www.bumerang.it/index.php?Pg=QUELL%92IDEA+IMPERFETTA+DI+GIUSTIZIA - Nice!

mercoledì 25 febbraio 2009

Colonialismo positivo?

La vittoria di otto Oscar da parte di Slumdog Millionaire mi stimola alcune riflessioni, naturalmente critiche. Premesso che vedrò il film solo la prossima settimana a Mumbai, garantisco che la vista dei miserabili dell’India è una cosa davvero penosa. Non solo perché ci sono ma perché sono tanti! Anche se spesso sono persone sorridenti e bambini pieni di vita, le condizioni in cui sono costretti a vivere non mettono una grande allegria. A meno che uno non riesca a utilizzarle per fini artistici o commerciali... un po’ come faceva il grande Dickens con i suoi infami della Londra darwinista...
Per non passare però per il solito criticone invidioso, preferisco tradurre un articolo apparso oggi sul Telegraph di Guwahati in prima pagina. L’autore, tale Tunku Varadarajan, è professore alla Stern Business School dell’Università di New York e opinions editor per Forbes. L’articolo è tratto dal Times di Londra.

Ah! Avere i migliori baraccati del mondo

Cercate in ogni angolo del mondo e non troverete un popolo più complesso e complessato di quello indiano. Non è granché ironico che una nazione, di cui molti cittadini hanno da poco accumulato cause contro Slumdog Millionaire per mostrare l’India sotto una cattiva luce e per avere usato la parola “cane” per descrivere quei poveri piccoli baraccati, si trovi adesso in uno stato di euforia per la vittoria di otto statuette conferite da una “accademia” che idolatra un manipolo di Scientology (per non nominare Mickey Rourke).
Sarà il risultato di duecento anni di colonialismo, ma gli indiani sono i campioni del mondo per l’importanza che danno – e la danno davvero! – a ciò che gli stranieri, o meglio gli occidentali, pensano e dicono di loro. Vivono allegramente in mezzo a fetidi slum senza preoccuparsi della giustapposizione tra una povertà d’età vittoriana e gli standard di vita delle classi globalizzate del 21mo secolo, ma il risentimento nazionale scoppia quando un regista occidentale usa la parola “slumdog” per il titolo del suo film.
Si ritiene che quel neologismo straniero (“slumdog” non esiste nel lessico indiano, anche se gali ka kutta, o cane di strada, gli si avvicina) porti più vergogna al paese degli stessi slum; nel contempo, quando il medesimo film con lo stesso titolo neo-imperialista è festeggiato da americani in smoking a una cerimonia seguita in diretta mondiale, gli indiani si infiammano d’orgoglio. Otto Oscar, evviva! Non è forse un record? Non è forse A.R. Rahman il miglior compositore del mondo? Non è meraviglioso avere Bollywood? E non sono forse i nostri slum una lezione per come vincere le avversità e la crudeltà?
I nostri baraccati non sono forse stoici, adattabili, indipendenti, coraggiosi, fraterni, risoluti e creativi? I nostri baraccati non sono forse i migliori del mondo? E si perde di vista in questa euforia postuma che nella vera Mumbai – la grande, cattiva, brutale, bolscevica Bombay – Jamal Malik, il gali ka kutta dal pedigree purissimo, non avrebbe potuto avvicinarsi agli studi televisivi nel raggio di cinque kilometri. Certo, il film è un’opera di fantasia, ma una fantasia ancorata a una realtà brutale davanti a cui gli indiani preferiscono chiudere gli occhi. Jamal non avrebbe sopravvissuto alle torture in una vera centrale di polizia di Mumbai. E purtroppo non ci sono Oscar per il “migliore adattamento alle pratiche poliziesche”.
Ma per finire con una nota positiva, il film ha ricevuto così tante attenzioni che esporrà alla luce dei riflettori mondiali le torture quotidiane commesse nelle centrali di polizia indiane. Gli occidentali sono piuttosto ignoranti a proposito, ma se cominceranno a pensare male dell’India a causa di tali abusi, forse anche gli indiani cominceranno a preoccuparsene.

domenica 22 febbraio 2009

Sacri rottami

La forma di questi tempi ibridi – né più cavallo né ancora somaro – influisce senza meno in molti modi sui nostri pensieri e sulle nostre aspettative. Modi anche affascinanti, se si possono evitare i borbottii del rimpianto dei bei tempi. Tra questi ce ne sono alcuni d’eccezione, dove l’incontro tra il vecchio e il nuovo assume dei contorni inquietanti e diventa un’estetica kitsch.

Qui a Tarapith, nel Bengala Occidentale, duecento e qualche chilometro a nord di Calcutta, in mezzo a sterminate piantagioni di riso, l’antica vita di campagna e la novità dell’informatica si accostano, faticando assai a integrarsi, in capanne di legno dove nuovissimi computer portatili seguono minuto per minuto l’andamento delle estrazioni del lotto. Poco più in là, nel recinto del tempio dedicato alla dea Tara, un idolo d’aspetto primordiale con lunghi capelli rastafariani, la bocca sporca di simbolico sangue, centinaia di fiori d’ibisco rossi tutt’intorno, in quel recinto, śakta pitha fondamentale dove cadde il terzo occhio di Satī, un uomo d’affari di Calcutta, dopo essersi piegato fino a baciare i piedini di ferro della statua, si accerta di qualcosa parlando in bengalese al suo iPhone.
È bene che sia così, che il nuovo sia dissacrazione, saccheggio e riciclaggio. Siamo noi che sediamo al banchetto del mondo adesso.

PS.
Sono riuscito a rintracciare Sonia, che è molto per i cavoli suoi. Abbiamo preso un tè insieme e, mentre lei è andata al bagno, sono riuscito a sbirciare una pagina del suo diario, che aveva lasciato aperto sul tavolo. Lo so che non sta bene, ma l'ho fatto per voi. Non che sia poi chissà quale paginona...
12.02.2009 Varanasi
Oggi mi sono innamorata due volte.
Stamattina mentre andavo per un vicolo del mercato, c’era questa famiglia che stava decidendo qualcosa all’entrata di un daramshala. Avevano tanto un’aria cittadina. Pellegrini di fuori. E le due figlie – una era così bella, con il viso un po’ a punta, che io adoro. Mi si è spostato il cuore, ma lei era rimasta già indietro e introvabile.
E poi dopo il tramonto di fianco al ghat principale, poco prima della preghiera serale, vendevano i vestiti di un’associazione di assistenza per donne poverissime, ragazze abbandonate dalle famiglie che ora per sopravvivere tessono. Tra loro c’era M, la mia ragazza di quando avevo vent’anni. Minuta ma con la pelle più scura. Era ancora bellissima in fiore.

PPSS.
Foto di gatti indiani: non è che non ci sono proprio, ma sono rarissimi e schivi.

Gattus Felix Varanesienes
Gattus Felix Tarapithenses

lunedì 9 febbraio 2009

Non è un paese per gatti

Animali da queste parti non ne mancano, e anche uomini-a-bestia purtroppo. Vacche, ovviamente, e tori e capre e maiali che sembrano cinghiali e cani... oddio, come sono ridotti i cani... poi le scimmie, i pappagalli, i topini e le pantegane, i polli, nel Gange qui a Varanasi perfino i delfini, certi delfini di acqua dolce che probabilmente stanno mutando in qualcosa di bionico, date le condizioni dell'acqua del fiume. Il fiume più sacro dell'India, ci scaricano di tutto, senza criterio, rifiuti organici, corpi interi e in cenere, plastiche, scarichi industriali. Una pena. Ma il fiume è anche divinità che purifica e quindi è molto bene farci il bagno, lavarcisi il corpo e i vestiti, magari berne un sorsetto... Guardate questa foto: cosa vi sembra quel bel tubone di fianco a cui si lava il ragazzo?
Devo dire la verità: sarà che mi sono imborghesito e sarà che mi sono invecchiato, anche se qui ci sono un sacco di felici babbioni in giro; e sarà anche che non fumo più niente che mi renda tollerabile l'insopportabile, sarà anche che me ne vado in giro da solo stavolta, ma un senso di disgusto e di soffocamento mi segue dal primo giorno. Pasolini 30 anni fa scrisse un libro (inutile) intitolato L'odore dell'India. Può darsi che allora quell'odore si limitasse agli escrementi di ogni creatura per la strada e alle spezie, ma oggi alle strade maculate di merde si aggiunge il soffocamento - e il rumore, maledizione! - dei mezzi di trasporto, macchine, rickshaw a motore, autobus, motocliette. Nelle città è ormai impossibile respirare e il sole è una luce offuscata dietro un cielo nebbioso di smog. Di buono qui a Varanasi c'è che la città vecchia, quella che dà sui ghat del fiume per intenderci, è off-limits al traffico e quindi molto più tranquilla. Ma non c'è da sbagliarsi: appena di esce dal dedalo dei vicoli antichi si piomba immediatamente nella più totale e asfissiante baraonda. Non riesco per ora a ricordare cosa mi avesse affascinato tanto l'altra volta...
Ma avevo cominciato con i gatti, poi mi sono distratto. Insomma, qui non ci sono gatti! Una roba impressionante, soprattutto se uno viene da Israele, che è il paese dei gatti: in ogni cortile, in ogni strada, in ogni cassonetto dell'immondizia in Israele ci sono solo gatti. Ieri sera però mentre tornavo all'albergo, ho visto un gatto. E' stata una visione e, non so, forse quella dell'ultimo superstite della sua razza in India. Guardava un po' impaurito me che lo guardavo stupefatto. Dev'esserci qualche asimmetria animale che mi sfugge, dato non mi risultano pietanze tipo il cat tikka masala.

Di Sonia non ho notizie. Non si è fatta vedere.