sabato 5 novembre 2011

Pulìs

Nella modesta casa in cui si trovano Jyoti e il ragazzo c'è la corrente elettrica, probabilmente uno degli ultimi avamposti illuminati prima del buio profondo della foresta. Ci sono una stanza che è cucina e soggiorno e una camera, dove dormono la donna che li ospita e suo marito. Non hanno figli. Lei sembra più giovane, lui più vecchio. Si è presentato con il nome di Joseph e ha detto di occuparsi di politica. Parla anche inglese, il solito inglese indiano ma abbastanza per farsi capire. Il ragazzo dormirà con lui nella stanza soggiorno, Jyoti in camera con la donna. Dormiranno su delle stuoie, in casa non c'è neanche un letto. Mangiano sulle stesse stuoie su cui poi dormiranno. Riso e curry di patate e cavolfiori, un po' di lenticchie molto piccanti.
Joseph è entrato in scena mentre ancora sedevano sotto il grande baniano, pedalando una bicicletta cigolante. Sudaticcio, li ha guardati da dietro i grandi occhiali di plastica e se ne è andato senza dire una parola. Jyoti dormiva. Il ragazzo se ne stava imbambolato a respirare l'aria nuova dei teck. E poi la donna aveva deciso che bastava così e aveva svegliato Jyoti, l'aveva presa sotto braccio e aveva fatto cenno con la testa al ragazzo di seguirla. Erano andati a casa sua, dove avevano ritrovato Joseph che si stava sciacquando con l'acqua di una bacinella appoggiata per terra.

Joseph, aveva detto, si occupa dell'amministrazione del villaggio e per questo visita spesso i villaggi vicini. Ci va in bicicletta. Lo fa per lavoro, per i soldi, la sua vera passione invece è il canto. Joseph aveva cantato per il ragazzo e Jyoti un paio di nenie locali, Jyoti si era di nuovo addormentata. Poi aveva raccontato di avere sposato una donna così giovane perché entrambi volevano praticare il celibato ma le convenienze li avevano spinti al matrimonio... cioè che si erano sposati ma non l'avevano mai consumato. Sua moglie è la maestra del villaggio, per questo nel pomeriggio l'avevano trovata insieme a tanti bambini. I bambini arrivavano anche dai villaggi vicini, perché quello era il villaggio più grande della zona e l'unico ad avere la scuola. Solo la scuola elementare, poi chi poteva continuare a studiare sarebbe andato in città. 
Joseph, pur nel suo inglese stentato, già prima di cena era riuscito a esprimere le difficoltà della politica in India, la corruzione, il sistema clientelare intorno ai latifondisti. Era riuscito a lamentarsi del fatto che stava invecchiando e che presto, chissà cosa ne sarebbe stato di lui.

Quando la cena è pronta la donna sveglia Jyoti che con fatica si mette a sedere, sbocconcella qualcosa dal suo piatto in silenzio, non guarda nessuno, e poi sempre in silenzio si alza e si ritira nella stanza in cui trascorrerà la notte. Il ragazzo è stupito dalla narcolessia della compagna, la guarda mentre si alza, si pulisce la mano con cui ha preso il riso e le verdure sul vestito, scompare frusciando. Joseph e la donna invece non ci fanno caso, come se Jyoti non esistesse o fosse un'ombra o se ne stesse da sola in casa sua. Notano però gli sguardi del ragazzo. La donna dice qualcosa, Joseph traduce: "La causa è la foresta. Per alcuni ci sono troppi alberi. Troppo ossigeno, forse".
La cena è silenziosa e breve. E il silenzio fuori dalla casa è tenebroso. Solo ogni tanto si sente il grido di qualche uccello notturno, di qualche scimmia nottambula. Così almeno crede il ragazzo. Crede di riconoscere dei versi che non ha mai sentito. Poi la donna prepara un tè e mentre lo bevono, mentre ognuno beve dal proprio bicchiere di vetro spesso, lei e suo marito chiacchierano. Il ragazzo ascolta. Ascolta le sonorità del maharathi (suppone) che, su un sottofondo selvatico, si rincorrono, rimbalzano, saltano fra i denti dei suoi ospiti, si affossano rauche nelle loro gole. E in mezzo a quella melodia orientale riconosce una parola: pulìs. Lì per lì non ci fa gran caso. Poi di nuovo: pulìs. Il ragazzo allora si fa attento. Loro parlano, lui non capisce. Ma alla fine di nuovo: pulìs. Per tre volte pulìs, non è un buon segno. Il ragazzo vorrebbe pensare a qualche omofonia, ma la parola è banale, inequivocabile. Una parola da cui fuggire nella sua, nella loro situazione.

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