giovedì 6 ottobre 2011

Panico

La mattina di Jyoti e del ragazzo ad Achalpur ha inizio nel pallore di un sole avvolto di foschia, eppure senza nuvole né pioggia. Molto presto, sono appena le sei, e le giornate indiane che ricominciano ogni volta con il ciclo naturale delle albe.

Suresh Sawant ha fatto preparare la colazione, del cibo tipico del Maharashtra: shrikhand e ragi dosa, che Jyoti divora e lo straniero invece sbocconcella. Anita, sorella di Suresh, ha portato le porzioni già nei piatti, il latte già nei bicchieri, poi si è seduta per mangiare insieme agli altri. Ci sono i figli di Suresh, tre bambini dai quattro ai dieci anni, i due maggiori già vestiti da scuola, sua moglie, sua madre, una vecchietta rinsecchita e orba, e quella sua sorella zitella che sorride di continuo, anche se mastica. 
Il tempo della colazione è un quarto d'ora appena, si mangia in fretta e con poca partecipazione al rituale. Suresh intanto ha informato il ragazzo (e poi Jyoti in maharathi) che suo fratello Prashad è già fuori che aspetta, che li porta a fare un giro a Paratwada e a visitare il quartier generale del Melgat Tiger Reserve. "Il direttore è un amico" dice Suresh, "vi farà vedere molte cose interessanti sulle tigri della riserva". Quando stringe la mano al ragazzo già seduto in macchina, gli dice: "Ci vediamo per pranzo, ma se volete fermarvi di più non preoccupatevi, Prashad resta con voi e ci vediamo stasera. Buon divertimento!".

Prashad Sawant non è come il fratello. È magro e alto, somiglia a uno spaventapasseri, vestito di una camiciola a scacchi rossi e con le maniche lunghe e un paio di pantaloni grigi troppo grandi, tenuti in vita da una cintura stretta fino all'ultimo buco e poi avvolta intorno a sé stessa. E le infradito di plastica bianche e azzurre. Parla un inglese stentato e sembra vergognarsene, dice poche parole, anche se le grida, poi sta zitto. Fuma dei bidi che tiene nel taschino della camicia, ne fuma molti, spento uno acceso l'altro. Ha i capelli unti.

Il viaggio da Achalpur a Paratwada è brevissimo, una cosa di cinque chilometri, ma prima di arrivare a destinazione Prashad ha bisogno di fermarsi in un dhaba a prendere un tè. Non dice niente, accosta, scende dalla macchina senza una parola e lascia i due passeggeri ad aspettarlo. Da una tazzina di terracotta grezza, soffia per raffreddare il tè e lo beve; poi butta la tazzina a terra, contro una pila di giorni di tazzine frantumate per terra. Se ne fa dare un'altra, beve e butta. Quando rientra in macchina è rinfrancato, riprende la strada con brio e attacca discorso con Jyoti. Imbarazzato forse da principio di parlare a una donna, ora sembra avere cambiato idea e che sia meglio così al peso del silenzio. Ma Jyoti non reagisce, non risponde. Lui continua a rivolgerle frasi dal tono sempre più interrogativo e lei a guardare fuori dal finestrino, muta. Sono ormai entrati a Paratwada, hanno anche incrociato un cartello con su scritto della riserva, in inglese e in hindi, o in maharathi, sovrastato da un cartellone pubblicitario della Coca Cola, invasivo, immancabile.
Prashad a questo punto sterza a sinistra e nel contempo dice una frase affermativa, a cui Jyoti non è più indifferente.
Jyoti urla. 
Jyoti si avventa contro il guidatore che inchioda, riesce a fermare l'auto senza incidenti. 
Jyoti continua a urlare, lo colpisce sulle spalle, lui le risponde in tono di rassicurazione ma lei non si calma. Urla ancora, poi apre lo sportello, esce, si mette a correre senza guardarsi indietro. Il ragazzo a quel punto strattona Prashad per la camicia: "Cosa le hai detto?" ringhia. "Niente" si giustifica Prashad, "che fratelli andare prendere lei oggi...".
Il ragazzo non ha il tempo di chiedere altro, si lancia fuori dalla macchina all'inseguimento di Jyoti. La vede in fuga sulla strada, già un po' distante. Anche il ragazzo corre. Prashad resta in macchina invece, non li segue, non sa che fare. Per l'impetuosità della corsa Jyoti cade per terra. Subito però è di nuovo in piedi, si volta  indietro, vede il ragazzo che la insegue ma non sembra importarle, riprende la corsa. Poi all'improvviso un vecchio autobus attraversa un incrocio, uno di quelli ancora con i sedili in legno e i finestrini senza vetri, sbarrati, e Jyoti salta su mentre l'autobus è in corsa. Da una portiera che non si chiude, su un autobus che arranca ai trenta all'ora.

Il ragazzo è più lontano e l'autobus per quanto vecchio ha un motore. Il ragazzo invece ha delle gambe e cerca di accelerare la falcata ma è già stanco, e poi non è mai stato un atleta. Senonché qualche divinità lo soccorre e un tizio su una Honda da 125 cavalli gli si affianca e grida: "Hop on! Hop on!". Forse non ha capito che sta inseguendo una donna indiana, forse crede che stia perdendo l'autobus. Il ragazzo però non se lo fa ripetere, salta sul sellino della motocicletta e afferra il pilota alla vita. La moto accelera dietro all'autobus. Non per molto in verità, ma per un tratto impossibile da coprire di corsa, in un inseguimento a piedi. Poi il motociclista affianca l'autista del mezzo pubblico, gli strilla e fa il gesto di fermarsi, poi accelera ancora e anticipa l'autobus di duecento metri. Dice al ragazzo: "Hop off now! Hop on the bus now!".
"Grazie!" dice il ragazzo concitato, stringe la mano all'angelo della motocicletta, non riesce a lasciargliela. Ma l'autobus sta passando e l'autista che ha capito la situazione non si ferma, però rallenta, e il ragazzo così riesce a infilarsi nel medesimo sportello da cui era entrata anche Jyoti. E Jyoti infatti è lì seduta che lo guarda, sudata, e gli sorride.

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