martedì 30 agosto 2011

I fratelli di Jyoti

Dopo avere salutato gli amici, averli guardati partire nella grande macchina dello swami, Anand è tornato a Lonar. È passato da casa, ha salutato sua madre
                                                                                                                                                         (la madre era preoccupata, “dov'eri?” gli ha chiesto, “dove sei andato così presto, cosa hai fatto? Ma stai bene?” – “Sì, sì” l'ha rassicurata Anand, “sono andato a prendere un quaderno che avevo lasciato da Shishu, perché lui non viene a scuola oggi, deve andare con suo padre al mercato di Mehkar” – ma la madre non è convinta dalla risposta del figlio, forse per l'elusività inconsueta del suo sguardo o perché sa bene che la madre di Shishu non è stata mai d'accordo a che il figlio perda giorni di scuola per accompagnare il padre sul lavoro),
                                       ha preso la merenda, si è incamminato verso la scuola. Sulla strada principale del paese ha visto Ramlal e Babuji, i fratelli di Jyoti, che parlavano con altri uomini fuori dal dhaba, gesticolavano con aggressività, tra le smorfie da demoni, anche se i loro sono baffetti inoffensivi, e però hanno dei grandi denti acuminati, arrossati dal paan. Non ha sentito di cosa discutessero, ha fatto finta di niente, ha tirato dritto, è entrato nell'abitudine della scuola.

Le ore di insegnamento poi sono trascorse e Anand si è quasi scordato dell'avventura albata, non ci pensava. Esce dalla scuola insieme ai compagni, fanno rumore, si tengono per mano; ridono, scherzano, qualcuno si rincorre per gioco. I maschi separati delle femmine, e non si parlano nemmeno doposcuola. Anand è tra di loro, distratto, forse ancora ingenuo nonostante gli intendimenti precoci sulla natura umana, sull'umanità bigotta dei villaggii. Non si accorge che Ramlal e Babuji l'osservano da dietro un muretto, solo in parte nascosti. Sono ancora vicini alla scuola. Con loro c'è la vecchia madre, una donna rinsecchita e arcigna, sopravvissuta alla maledizione della vedovanza sposando il fratello del primo marito. Opzione poi negata a sua figlia, già impazzita alla notizia del marito ammazzato, stranita, non più spendibile. La vecchia fa un segno della testa ai figli e la caccia comincia.

La casa di Anand è in una zona decentrata del paese. Il ragazzo ha lasciato gli amici, si è diretto sorridente verso la madre e il pranzo. Non sospetta. Fischietta le sue colonne sonore preferite, fantastica di ballarle davanti alla cinepresa. È un attacco di sorpresa, un agguato, quello che Ramlal e Babuji gli tendono alla svolta di un vecchio edificio in rovina. Gli sono addosso insieme, lo assalgono come briganti. Prima che possa urlare Babuji gli ha messo della stoffa nella bocca, poi lo hanno sollevato di peso e sbattuto sul pianale di legno di un carretto, gli hanno legato le mani, i piedi, lo hanno coperto di stracci e sacchi di mangime per le vacche. Anand per lo spavento è svenuto. Meglio così, non ha dovuto soffrire l'ansia del rapimento né lo schiacciamento dei sacchi. Lo hanno trasportato fino a una stalla poco lontana, di proprietà di un loro parente, fingendo di portargli il foraggio. E lì lo hanno calato in una botola seminterrata, ripostiglio di insoliti attrezzi. Lo hanno resuscitato con l'aspersione di acqua fredda sulla testa.

Anand al riaversi, al vedersi preso da volti tanto astiosi, si è sentito mancare di nuovo, ha messo insieme tutti i pezzi nella mente, dall'alba fino a quel momento, si è sentito imprudente, stupido, si è odiato. Ha creduto che volessero ammazzarlo. Avrebbe voluto comportarsi come uno degli eroi dei suoi film, ma non sapeva come cominciare a farlo, a districarsi dai nodi, mollare calci e pugni, metterli tutti al tappeto e uscire dalla stalla in un balzo. Invece, ancora con la stoffa spinta nella bocca che gli raschia il palato, ha cominciato a piangere.
Babuji, il più piccolo dei due fratelli e il più cattivo, tira fuori un lungo coltello affilato, minaccia Anand dicendo che se si prova a urlare glielo pianta in gola. Dice: “ora ti tolgo la stoffa dalla bocca perché devi parlare, me se urli ti sgozzo”. Come la stoffa è strappata dalla sua bocca riarsa, Anand si piscia addosso, culmine del terrore adesso che la sua vita dipende da quello che dirà, che farà.

Poi Ramlal comincia: “Ti hanno visto stamattina con nostra sorella e quello figlio di cagna europea, dove sono andati?”.
Anand risponde: “Non lo so. Jyoti mi aveva chiesto di portarle un sacchetto al tempio di Anuman che dorme, però non lo so poi dove sono andati”. Prova a mentire. Qualcuno lo ha visto nonostante tutte le accortezze. C'è sempre qualcuno qui che ti vede qui, che spia, mille occhi che brillano nascosti tra i tetti o dietro gli alberi.
Ramlal: “Ci hanno detto che siete usciti insieme dal tempio di Anuman e che siete andati nella campagna. Adesso ci dici subito dove siete andati!”.
Ma Anand esita e Babuji gli dà un pugno nella pancia. Anand è senza respiro, tossisce, gli viene su un rigurgito di bile. Ramlal dice al fratello di andarci piano, che il ragazzo è fiacco. Ma è un gioco tra di loro, infatti Babuji lo picchia di nuovo, gli dà due schiaffi che gli muovono il cervello, così forti. E nonostante i film, Anand non è un eroe. Sente di avere resistito già abbastanza, parla. “Li ho accompagnanti dallo swami” dice, “poi se ne sono andati in macchina, è vero, non so altro”.

Ramlal e Babuji ora sono soddisfatti. Sanno che è vero, la casa dello swami è nella direzione giusta, così come li hanno visti correre all'albeggio. Sanno anche dove proseguire la caccia, e come. Slegano Anand, gli rignano che se si prova a parlare con qualcuno del loro incontro, lo prendono e lo squartano. Che lui adesso se ne va a casa e sta zitto.

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