giovedì 11 agosto 2011

Anand il pronubo

Jyoti e il ragazzo sono ancora addormentati nell'abbraccio che li ha consolati dopo il passaggio tenebroso del leone. Che li ha uniti di più e quasi distratti da quel loro gesto, una fuga d'amore ammutolita, pericolosa e ingiustificabile. L'alba che inizia a illuminarli ha dita grigie, e non rosa, per colpa delle nuvole che non si sciolgono, ma dita minacciose di tempesta. Il tempio li ha riparati dalle piogge intermittenti, l'afa anche presto di mattina è già pesante.

I risvegli sono sempre temprani in India, in città, anche nelle campagne, la vita è ancora regolata dai cicli naturali del sole e della luna, della stagione secca e da quella umida. I campi e le colline intorno al tempio si popolano dei contadini più mattinieri, delle prime bestie al pascolo, dei lavori della terra con le mani e l'aratro a versoio e i buoi rassegnati a testa bassa, immutati ancora da millenni. Lavori logoranti, sporchi. Immersi ogni giorno nell'acqua insalubre delle risaie, esposti ai morsi dei serpi; intente a raccogliere lo sterco delle vacche per farne formelle da essiccare e rivendere, per l'uso domestico al posto della legna costosa; nutrirsi di lenticchie, di riso, cavolfiore e di patate; subire le piaghe della fatica, non conoscere il significato del sintagma "mobilità sociale" ma essere integrati in un sistema spietato di premi e punizioni, di vite precedenti e moralismi.

È qui che insieme alle mani bagnate dell'aurora arriva Anand, più serio del solito, ansante. È entrato nel tempio come uno sbuffo di vento, si è inginocchiato a svegliare Jyoti, ha parlato con lei in marathi concitato e lei gli ha risposto in monosillabi, con indifferenza assonnata. È la prima volta che il ragazzo la sente parlare, per quanto in frammenti e senza che capisca. La sua dialettica gli pare primitiva ma non sa davvero giudicarla, per questo si rivolge ad Anand chiedendo spiegazioni. Della sua presenza lì, dei suoi intenti.
"Questo è uno dei posti preferiti di Jyoti" si spiega Anand, "ci siamo venuti insieme tante volte. Per questo ho pensato che eravate qui. Ma dovete scappare! Per voi è troppo pericolo adesso. I fratelli di Jyoti vi stanno cercando con i bastoni in mano, e anche la polizia".
"Sanno che siamo insieme?" ha domandato il ragazzo.
"Lo pensano perché hanno trovato la tua borsa, l'hanno riconosciuta all'albergo. E si sono ricordati delle vostre moine...".
"Delle nostre moine?".
"Sì, alla fontana e davanti al bar".
"Allora è pericoloso stare qui, dobbiamo andarcene... dove?".
"Dovete scappare, sì".
Intanto Anand ha dato a Jyoti un sacchetto di stoffa che lei ha aperto e curiosato all'interno, e ci sono alcuni contenitori di metallo con del cibo, un cambio, altri oggetti che il ragazzo ha intravisto senza riconoscerli.
"Vi accompagno da uno swami che vi può aiutare" dice Anand. "È un nostro amico, vi aiuterà. Ha un'automobile, può portarvi lontano. Siamo già d'accordo..." e le sue ultime parole Anand quasi se le rimangia nel dirle, poi subito riprende il discorso con più enfasi: "È una brava persona, ha una macchina, vi può aiutare. Dobbiamo fare in fretta però". E così dicendo si alza in piedi e aiuta Jyoti ad alzarsi. Jyoti non è confusa, ha già sistemato le sue poche cose, è in piedi. Più confuso invece è il ragazzo, ma la minaccia della giustizia tribale e del linciaggio lo motivano a non perdere tempo in domande, ringrazia Anand di averli informati, lo sollecita a condurli dallo swami.

Appena fuori dal tempio il ragazzo si accorge di non avervi visto statue né immagini a rappresentare qualcuna delle solite divinità, sia in modo iconico o aniconico. Si volta a guardare un'ultima volta il luogo in cui ha trascorso la prima notte della sua avventura d'amore con la pazza di Lonar - "e certamente" si sente dire a se stesso, "più di lei qui sei tu il vero pazzo" - e sullo stipite intravede, consumata, la traccia incisa di un unico triangolo rivolto verso il basso. E al centro del triangolo un punto.

Quindi si mettono a correre. Passano così correndo altre colline, tenendosi lontani dai campi e dagli occhi curiosi dei contadini che forse li conoscono anche. Anand indossa scarpe da ginnastica bianche screpolate, il ragazzo i suoi sandali vecchi e Jyoti è a piedi nudi. Non si cura della polvere umida che le si attacca alle piante, che si infila tra le dita dei suoi piedi forti e le sporca i piccoli anelli stretti ai mignoli, le cavigliere impastate non più tintinnanti. Corre Jyoti insieme a Anand e al ragazzo e sorride. Sembra felice, senz'altro contenta. Forse per la libertà ritrovata nel pretesto fuggiasco, forse invece per l'ebrezza della disobbedienza.

Anand è il primo a stancarsi nella corsa, non è abituato agli sforzi fisici, è grassoccio, un po' molle. Respira con fatica e interrompe la corsa, cerca di mantenere un passo sostenuto. Dice: "Quasi... siamo arrivati... tra poco... C'è qui... dietro la collina... È meglio che non parlo...".

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