sabato 23 luglio 2011

Lonar

Hanuman del tempietto, fotografia online.
Tornavo dal lago Ambar verso sera, uno dei due laghetti minori scavati dalle schegge del meteorite quei 50.000 anni fa. Appena dopo il tramonto. Di fianco al laghetto c'è un piccolo tempio, di fianco al tempio una casa. In giro nessuno, ma il tempio era aperto. Rimane sempre aperto, aveva detto il professore, e la statua di Hanuman che contiene è un pezzo del meteorite, dipinto di arancione, vernice, come facciamo spesso, interpretato dal fervore popolare come la manifestazione naturale di un certo episodio del Ramayana, quando il dio-in-forma-di-scimmia ferito si addormenta.

C'ero andato nel tardo pomeriggio, dopo che aveva smesso di piovere, e ho trovato questo laghetto, e il tempio con il suo dio di vernice, e di fronte una piccola mandria di bufale immerse nell'acqua bassa, ferme che anche loro sembravano di statua, a parte per le vibrazioni delle orecchie. E un grande silenzio. E le colline che dietro al laghetto si perdevano nel territorio fino a diventare il cielo. Una pastorale di grande pace, una tranquillità profondissima che mi ha affascinato, stordito, incantato mentre il sole scendeva e tutto intorno si faceva più scuro. Anche nel tempio, l'unica candelina accesa non illuminava nulla e con lo svaporare della luce rimaneva solo l'odore del colore. Fino a che la preoccupazione della strada al ritorno non ha preso il sopravvento sull'idillio, fino a strapparmi e con grande fatica dal riposo di quell'Hanuman pietra-celeste.

Il paese, rientrato, era come sempre di sera molto al buio. Pochissime le luci e molto fioche. Mi strascicavo un po', quasi stanco e inebetito dalla troppa quiete al lago Ambar. Mi avvicinavo al ristorante per la cena, pensando di non avere ancora fame, che avrei bevuto un tè prima di cena, dato un'occhiata alle email sul cellulare, anzi di quelle non ne avevo proprio voglia. Avrei bevuto il tè, forse avrei preso qualche appunto sulla carta, guardato la tv del locale sempre accesa senza al solito capire una parola. Poi da un vicolo a lato del ristorante ho visto sgattaiolare via una figura che mi è sembrata Jyoti. E dopo un attimo dal vicolo stesso è uscito fuori Anand con l'aria sconvolta e mi è venuto incontro. "Che ti è successo?" gli ho chiesto. Si è girato nella direzione della figura scomparsa, poi ha risposto: "Arnold si divorzia". Ho fatto: "Eh???". "Chi è Arnold? Cosa si divorzia?". Mi ha detto che l'aveva appena letto su un giornale e che era una notizia già vecchia, che gli era sfuggita. "In questo schifo di paese si sanno solo le cose inutili. Arnold è l'attore, Arnold Terminator". "Schwarzenegger divorzia?? È per questo che sei così agitato?" dico, e devo avere l'aspetto un po' indignato, strappato dalle mie beatitudini con del pettegolezzo da tabloid, tanto che Anand se ne risente e ribatte: "Che ne sai tu di Arnold...". "In effetti poco e neanche mi interessa poi tanto... Ma cos'è un tuo amico che lo chiami Arnold?". "Noi lo chiamiamo così" risponde Anand, sempre più offeso. "Tutti?" domando. E poi: "Ma almeno tu che sei un esperto di cinema lo potresti chiamare per cognome, o no?". "Invece non posso" dice. "E poi non insistere perché non te lo dico quel nome". Pago della vittoria fonologia, ridacchio davanti ad Anand per fargli capire che ho capito che non lo riesce a dire, poi lo invito a cena. Come sempre declina - sua madre, sua sorella - anche se stasera è più secco. Forse l'ha innervosito l'affare Arnold... Mi dice solo: "Dentro c'è anche Olivier. Buonanotte", e se ne va trotterellando nella notte.

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