Stamattina ho trovato Anand che mi aspettava di fuori dall'albergo. Sul momento ho creduto avesse qualcosa da aggiungere al discorso di ieri sera, magari aveva scoperto che Arnold alla fine non si divorziava o che l'illegittimo causa dei suoi guai domestici aveva ritrattato, fatto un test del DNA che scagionava il fedifrago. Nonostante le evidenti somiglianze fisiche tra il padre e il figlio. Invece era venuto a dirmi che Olivier mi aspettava alla fontana.
"Ma ieri sera veramente non mi ha detto niente...".
"Forse non lo sapeva". L'atteggiamento di Anand è un po' elusivo, incerti i suoi gesti.
"Ma sei sicuro" gli chiedo. "Non è che sei ancora offeso per ieri sera?".
"Non mi sono offeso" risponde. "Comunque io te l'ho detto, se vuoi andarci. Se no... io comunque l'ho detto".
Un Anand inedito e sospetto quello di stamattina, frettoloso, con gli occhi sempre in movimento e in allontanamento dal mio sguardo. Non riesce a darmi un motivo per quella convocazione intermediata, quasi misteriosa, alla fontana. Così con calma ho fatto colazione e poi mi sono incamminato. Anand recata l'ambasciata se ne era andato per i fatti suoi.
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| Fontana di Lonar, fotografia online. |
Alla fontana niente tracce di Olivier. Mi guardo intorno, lo cerco un po', poi mi rassegno al dispetto di Anand, anche se non capisco che dispetto sia mandarmi alla fontana inutilmente. Forse soltanto il gesto, solo per una piccola vendetta. Mi siedo su un gradino e guardo i pochi convenuti che si lavano, certi bambini che giocano con l'acqua, due donne che hanno steso i sari ad asciugare prima che ripiova. Penso ancora per un po' ad Anand e al trabocchetto Olivier, poi il pensiero mi annoia e non ci penso più. C'è un vecchio che si lava i denti, due bambini che si saltano addosso. C'è qualcun altro come me che se ne sta seduto a guardare quello che fanno gli altri, senza di suo metterci nulla, solo a passare il tempo. C'è molta contemplazione in giro, gente che si ferma e guarda per il gusto schietto di guardare. Forse si ferma e riflette. Dico forse perché anche le vacche a volte si parano in mezzo alla strada per dei quarti d'ora senza muovere un passo, ruminano, fremono le orecchie, s'incantano a qualcosa che le ha attratte. Senza con ciò insinuare analogie tra gli esseri umani e le vacche, ma la stessa stranezza del pensare, come sembra.
E poi mi sento osservato, guardato, da sinistra, dal lato della strada.
Sul più alto dei gradini della fontana c'è Jyoti e non sembra più neanche Jyoti. Si è pettinata, ha messo l'olio sui capelli, raccolti a sinistra da un grosso fiore rosso, si è vestita con un sari semplice e pulito, bianco, ha indossato bracciali, cavigliere, anelli. Sorride, bellissima. Rimane ferma su quell'ultimo gradino ed è bellissima quasi confusa al biancore del cielo, il viso e le braccia scure, i bracciali d'argento, le labbra ripassate di minio. La guardo e lo so che è lì per me.
Davanti a me alla fontana del villaggio Jyoti si offre senza alcuna vaghezza, senza paura, verecondia, con la sola mediazione dei suoi vestiti nuovi, davanti al paese intero.
Mi paralizza il divario insidioso tra lei e me e loro.
Scende lei dai gradini, io vile, paralizzato, non mi muovo. I pochi presenti la guardano in silenzio, anche i bambini fermi. Jyoti scende le scale e si avvicina, poi non fa niente, si ferma a un passo davanti me e mi guarda, sorride, non fa niente, forse aspetta un mio gesto che non viene, che non riesce a mostrarsi, troppo grandi il divario e l'insidia tra noi e quella gente intorno. E restiamo così a guardarci.
È il vecchio che si lavava i denti a intervenire con rudezza. Prende Jyoti per un polso e la strattona. Tirata dal braccio lei si sposta, si allontana, mentre il suo viso è immobile, mi guarda, sorridente. Nessuno fa niente, dice niente. Il vecchio la strappa di nuovo, la tira per i capelli per distoglierla da sguardi e sorrisi. Io impietrito, inabile, sgomento. Gli altri inerti, non difendono Jyoti, non sostengono il vecchio, lasciano che la scena accada. Lasciamo che sia così.
Il vecchio tira via Jyoti, la riporta indietro, la prende a schiaffi. Schiaffi forti che le girano la faccia. Ma lei è concentrata su di me come un falco in uno stormo di uccelli, non si distrae, non c'è dolore, umiliazione, incertezza. L'impulso fortissimo a difenderla si inibisce nel timore che il dramma precipiti in tragedia, in fatto irrevocabile, di sangue, insanabile. Gente che in un momento come questo non capisco gli scopi e le intenzioni. E lascio che il vecchio beccaio la trascini, la picchi, insulti la sua bellezza incorrotta, la determinazione passionaria dei suoi desideri.
Non appena i due sono scomparsi dal palcoscenico della fontana, mi alzo e mi allontano in fretta in direzione opposta al villaggio, verso il lago Ambar e il tempietto di Hanuman dormiente. Gli altri riprendono a lavarsi. Vorrei raggiungere Jyoti ma rimango prudente, il vecchio, penso, sarà ancora guardiano del possedimento comune del villaggio, saranno anche arrivati i suoi fratelli, e mi allontano. La vedo che mi vede. Poi mi nascondo dietro a un albero, aspetto. Dopo minuti, quindici, venti, non senza apprensione riprendo la strada di Lonar. Non so cosa mi aspetta, se qualcosa o qualcuno mi aspetti. Passo di fianco alla fontana ed è come sempre. Nessuno si disturba al mio passaggio, come sempre. Poi pochi passi dopo c'è Jyoti seduta per terra, i suoi vestiti puliti già infangati, i capelli di nuovo scomposti. Come la vuole il villaggio. La vedo, le ordino di non spostarsi con un gesto del braccio, di non avvicinarsi. Lei mi osserva. Ho raccolto un bastone da per terra e ho disegnato sulla polvere impastata di umido: un tramonto, una luna, un sole nascente, un tramonto; poi un essere antropomorfo con il muso di scimmia; due collinette e in mezzo uno stagno, di fianco allo stagno la testa di una bufala. Poi mi sono allontanato, per andarmene. Jyoti si è subito avvicinata ai graffiti, li ha letti, mi ha guardato. È esplosa in una risata fortissima e volgare, che non mi disturbava. Era solo una risata di vendetta. Con il piede sinistro si è affrettata a cancellare il mio messaggio, le cavigliere tintinnanti violente. Tutto intorno era vuoto e silenzioso, nessuno che ha visto.
Post Scriptum
Ho ritardato di un giorno la pubblicazione di questo episodio perché ho dovuto pensarci. Pensare, elaborare come dirlo. C'è una cesura nel viaggio e nel racconto. Da stasera.
E poi mi sento osservato, guardato, da sinistra, dal lato della strada.
Sul più alto dei gradini della fontana c'è Jyoti e non sembra più neanche Jyoti. Si è pettinata, ha messo l'olio sui capelli, raccolti a sinistra da un grosso fiore rosso, si è vestita con un sari semplice e pulito, bianco, ha indossato bracciali, cavigliere, anelli. Sorride, bellissima. Rimane ferma su quell'ultimo gradino ed è bellissima quasi confusa al biancore del cielo, il viso e le braccia scure, i bracciali d'argento, le labbra ripassate di minio. La guardo e lo so che è lì per me.
Davanti a me alla fontana del villaggio Jyoti si offre senza alcuna vaghezza, senza paura, verecondia, con la sola mediazione dei suoi vestiti nuovi, davanti al paese intero.
Mi paralizza il divario insidioso tra lei e me e loro.
Scende lei dai gradini, io vile, paralizzato, non mi muovo. I pochi presenti la guardano in silenzio, anche i bambini fermi. Jyoti scende le scale e si avvicina, poi non fa niente, si ferma a un passo davanti me e mi guarda, sorride, non fa niente, forse aspetta un mio gesto che non viene, che non riesce a mostrarsi, troppo grandi il divario e l'insidia tra noi e quella gente intorno. E restiamo così a guardarci.
È il vecchio che si lavava i denti a intervenire con rudezza. Prende Jyoti per un polso e la strattona. Tirata dal braccio lei si sposta, si allontana, mentre il suo viso è immobile, mi guarda, sorridente. Nessuno fa niente, dice niente. Il vecchio la strappa di nuovo, la tira per i capelli per distoglierla da sguardi e sorrisi. Io impietrito, inabile, sgomento. Gli altri inerti, non difendono Jyoti, non sostengono il vecchio, lasciano che la scena accada. Lasciamo che sia così.
Il vecchio tira via Jyoti, la riporta indietro, la prende a schiaffi. Schiaffi forti che le girano la faccia. Ma lei è concentrata su di me come un falco in uno stormo di uccelli, non si distrae, non c'è dolore, umiliazione, incertezza. L'impulso fortissimo a difenderla si inibisce nel timore che il dramma precipiti in tragedia, in fatto irrevocabile, di sangue, insanabile. Gente che in un momento come questo non capisco gli scopi e le intenzioni. E lascio che il vecchio beccaio la trascini, la picchi, insulti la sua bellezza incorrotta, la determinazione passionaria dei suoi desideri.
Non appena i due sono scomparsi dal palcoscenico della fontana, mi alzo e mi allontano in fretta in direzione opposta al villaggio, verso il lago Ambar e il tempietto di Hanuman dormiente. Gli altri riprendono a lavarsi. Vorrei raggiungere Jyoti ma rimango prudente, il vecchio, penso, sarà ancora guardiano del possedimento comune del villaggio, saranno anche arrivati i suoi fratelli, e mi allontano. La vedo che mi vede. Poi mi nascondo dietro a un albero, aspetto. Dopo minuti, quindici, venti, non senza apprensione riprendo la strada di Lonar. Non so cosa mi aspetta, se qualcosa o qualcuno mi aspetti. Passo di fianco alla fontana ed è come sempre. Nessuno si disturba al mio passaggio, come sempre. Poi pochi passi dopo c'è Jyoti seduta per terra, i suoi vestiti puliti già infangati, i capelli di nuovo scomposti. Come la vuole il villaggio. La vedo, le ordino di non spostarsi con un gesto del braccio, di non avvicinarsi. Lei mi osserva. Ho raccolto un bastone da per terra e ho disegnato sulla polvere impastata di umido: un tramonto, una luna, un sole nascente, un tramonto; poi un essere antropomorfo con il muso di scimmia; due collinette e in mezzo uno stagno, di fianco allo stagno la testa di una bufala. Poi mi sono allontanato, per andarmene. Jyoti si è subito avvicinata ai graffiti, li ha letti, mi ha guardato. È esplosa in una risata fortissima e volgare, che non mi disturbava. Era solo una risata di vendetta. Con il piede sinistro si è affrettata a cancellare il mio messaggio, le cavigliere tintinnanti violente. Tutto intorno era vuoto e silenzioso, nessuno che ha visto.
Post Scriptum
Ho ritardato di un giorno la pubblicazione di questo episodio perché ho dovuto pensarci. Pensare, elaborare come dirlo. C'è una cesura nel viaggio e nel racconto. Da stasera.


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