Oggi era il mio compleanno. È sempre stato un giorno strano questo 21 luglio, dapprima mitizzato per la storia dello sbarco americano sulla luna (abbiamo coinciso nel 1969), poi un po' disprezzato per il fatto che tutti i miei compagni di scuola facevano feste di compleanno durante l'anno e quando arrivava il mio turno invece erano tutti in vacanza. I piccoli traumi dell'infanzia. Con il tempo questa data ha preso a rattristarmi, ma forse solo per il fatto dell'età che incalza e allora è una cosa piuttosto banale.
Oggi Anand mi ha portato in visita al suo professore, quello famoso che conosce tutte le leggende del luogo e ha pure scritto un paio di libri. Ci ha accolti con onore e grande gentilezza, sua moglie ci ha preparato il tè e ci ha offerto anche dei dolcetti indiani che si chiamano ras gula, palline di formaggio imbevute di sciroppo di una dolcezza disgustosa. Mi sono sforzato di farmene piacere almeno un paio, le aveva preparate lei stessa e ci aveva proprio tenuto a dirlo. Il marito intanto aveva tirato giù pile di libri dalla sua biblioteca, quasi tutti in hindi o in marathi, i libri su cui aveva studiato i miti che aveva iniziato a raccontarmi, sequela di nomi di persone, di divinità, luoghi, caste, relazioni di cui dopo pochi minuti non ho più capito nulla. E già stordito dall'iperglicemia, sono entrato in una sorta di catatonia da affabulazione. Ci ha intrattenuti lo stesso per un paio d'ore, con un'infinità di parole e grandi sorrisi, e credo anche un po' di sadismo. Poi all'improvviso - all'improvviso come fa spesso questa gente quando si stufa o forse si stanca di sopportare la tua sopportazione, non so - ha rimesso a posto tutti i libri e ha detto: "Caro signore, ora le faccio vedere il pezzo più bello della mia collezione". Anand da sbracato che era su una poltroncina si è intesito, ho pensato che stesse per succedere qualcosa di importante. Il professore è uscito dalla stanza ed è tornato subito dopo con un quadretto non molto grande. C'era una bella cornice di legno colorata e molto vecchia, un vetro un po' graffiato e sotto il vetro una tela bianca, bianca o sbiancata con la calce, fatta eccezione per una bordatura sottile di geometrie policrome e astratte, di linee intrecciate. Ha detto: "Questo è un dipinto kashmiro del XVIII secolo, intitolato Dimenticare. Un dipinto aniconico, un'immagine assente. Non lo trova eccezionale?". E in effetti, per quanto possa sembrare una storiella detta per deridere, il quadro era davvero bello, molto attraente in quel suo biancore quasi assurdo. Ho solo risposto: "È molto bello". Ma il professore mi ha guardato un po' strano, spero non abbia creduto anche lui che lo stessi prendendo in giro, però del quadro non ha aggiunto altro e dopo poco ci ha cortesemente congedati.
Dimenticare. Un dipinto aniconico del XVIII secolo, un'immagine assente nel paese delle immagini esplose. Rappresentazione dell'illuminazione mistica? Ma tutto e solo bianco? Sembra una forzatura. Tra tutti questi colori e queste forme... non credo che trecento anni fa ce ne fossero meno... in mezzo a tutto questo frastuono di colori e di forme, nessun colore e nessuna forma. Quasi l'assenza di ogni cosa complicata. Nel giorno del mio compleanno. Forse dimenticare farebbe bene anche a me.

la riprova che certe simbologie sono universali, l'astrattismo esisteva già nel XVIII secolo ma continua ad essere indigesto e i compleanni sono cornici di anni da riempire o sbiancare.
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