mercoledì 29 giugno 2011

Lonar

Da quando sono arrivato qui non va bene. Sono in un infimo albergo, non è sporco ma è brutto, non so neanche come si chiama e non sono quasi uscito dalla stanza. Solo per mangiare e fare due passi. Altrimenti guardo fuori dalla finestra o aspetto che i canali visibili in tv passino qualche film in inglese. Guardo anche le pubblicità, quasi uguali alle nostre (anche i prodotti spesso sono gli stessi) ma con tutto un travestimento di abiti, gesti e parole del tutto insolito, il loro. Sono sempre senza libri. Sono forse state le notizie da Atene che mi hanno depresso, ma poi da quel buco è riuscito fuori tutto l'irrisolto di pensieri, opere, omissioni e la depressione contingente è diventata un senso di impotenza cosmica. Impotenza acquisita, non naturale, non davvero mia. Impotenza indotta dallo scontro del mio ego con le qualità del mondo. Ma non va bene sentirsi deboli in terre straniere.


Sono inutile e se restassi solo al mondo – è un sentimento di inadeguatezza che sale, quasi di essere alieno tra i simili o vivo secondo regole imposte, mai scelte, non condivise. Uguale tra i diversi, unico tra i molteplici. Amichevole dove c’è ostilità. Cooperativo in un inferno di competizioni e selezioni sociali, culturali.

Se rimanessi da solo in questo mondo
come un survivalista post umano o un passeggero di navi naufragato
sul cuore selvatico della Natura
che dona senza fare compromessi
e prende senza chiedere il permesso,
mi scoprirei incapace di ogni cosa.
Non dico di tecnologie complicate
le ali degli aeroplani, i microprocessori, i motori ibridi o a scoppio...
non riuscire neanche a farmi l’inchiostro 
per scrivere
su una carta che non saprei fabbricare.
La sola cosa di cui sarei capace
sarebbe la raccolta dei frutti stagionali
e bere, a trovarne, da fonti pure, sorgive –
neanche un cacciatore
per non averne uccise mai di bestie,
se non in un incidente, gli insetti e i ragni 
o un topo in agonia dentro a una trappola, per l'orrore del suo tormento.
Sarei un raccoglitore transumante,
poco più di una scimmia, dipendente finalmente in modo esplicito
da quanto mi viene elargito, donato. Diverso dalla scimmia
solo per la capacità di leggere
e di scrivere. [e per un po’ forse anche di continuare a pormi
scivolose domande sul senso della mia presenza in questo luogo,
dentro questo corpo, in mezzo a questa gente]
Ma senza arnesi adatti scriverei solo parole limitate
sulla sabbia, con un legno o uno stilo ricavato dall’età trascorsa,
lasciando all’acquerugiola e alla brezza (al monsone?) l’onere di riportare
con gentilezza o con la forza
la mia poca vanità superstite
alla forma reale del pianeta.
Mi sposterei, scriverei altrove e ancora sarei cancellato.
Farei cose solo perché siano dismesse
e poi raccoglierei la frutta e berrei l’acqua. Per ridurli in urine ed escrementi.
Farei un lavoro di riluttanti monaci buddisti
stravolto come loro all’ateismo dagli eccessi mistici.
Visione dell’impermanenza. Ruga
troppo profonda sul volto della divinità,
come un succhio di risacca che sfianchi le speranze di terra e di conforti (e di stabilità), rapendo al mare aperto. E perciò
mangiare frutta e bere e scrivere
giù i pensieri sopra sostanze effimere
per poco tempo,
soltanto per averlo fatto.
Per osservare le loro formazioni 
svanire 
come quelle che mi attraversano comunque,
non mie,
di passaggio.
Questo è quello che saprei,
che forse dovrei fare.

E non usare le bestie con noncuranza per masticarle e con gusto come fossero altra cosa da carogne, come non fossero corpi massacrati.
Non togliere le cose dal mondo senza una vera irrevocabile urgenza.

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