domenica 19 giugno 2011

Ellora

Il ragazzo ha risalito il sentiero fino alla grotta di fianco all'ultima pozza. Ha posato di nuovo le mani sulla pietra aniconica dipinta di arancione brillante, dalle sembianze accennate di stomaco fitofago gonfio e proboscide. Di vernice asciutta e pietra fredda. Poi si è seduto all'entrata della grotta templare, in attesa. L'aria era umida e fresca. Ha pensato se potesse finalmente vivere di poco e contento, senza essere costretto a lunghi viaggi, in terre lontane, evitare la canicola estiva all'ombra di un albero vicino a un ruscello che scorre; o dormire nel solito letto e sdraiato ascoltare il vento che infuria, stringendosi al petto le sue donne, e quando lo scirocco invernale scarica le piogge gelate scivolare senza pensieri nel sonno al ticchettio delle gocce.

Ha voglia di tuffarsi nell'acqua della pozza e rinfrescarsi, che però è torbida, non si fida. Teme ancora qualche insidia, i serpenti, qualche alga velenosa esotica o che lo avvinghi e lo tiri sul fondo. Due enormi corvi neri d'improvviso si inseguono nello spazio tra le grotte, si aggrediscono strappandosi le piume, si scacciano; tornano a terra per contendersi un ramarro, verde, che in sua difesa salta cercando la fuga, ma è ghermito dai rivali per la coda, le zampe, strattonato, strappato con i becchi taglienti, squartato vivo sopra un sasso bruno. 

gioia pura 
della morte
per violenza. selvatica.

Poi un tuffo nell'ultima pozza e un bambino che riemerge dall'acqua e lo guarda ridendo. Sul ciglio della cataratta due altri bambini, vestiti di pochi stracci, si tuffano uno sull'altro poi emergono, cominciano a schizzarsi. Dalla costa scivolosa il loro piccolo gregge scende ad abbeverarsi, riempie il silenzio e lo stridio dei corvi di versi pacificatori. E i bambini escono dalla pozza inerme curiosi di scoprire chi è quel ragazzo preoccupato, lì seduto, che li guarda. Si dicono cose in lingua. Bagnati, con i loro miseri indumenti grondanti, si siedono davanti al ragazzo e lo guardano, sorridono, si scambiano battute tra di loro ridendo. Il ragazzo da una tasca prende un pacchetto di caramelle alla frutta e le regala ai bambini. Che contenti lo finiscono in un attimo, si riempiono la bocca, sbavano, si rituffano. Le caprette intanto hanno bevuto e ritornano indietro, senza paura della natura selvaggia che le accoglie, dei leoni feroci, dei morsi dei serpenti, ignare, affidate al mondo e ai pastori.

I bambini sono di nuovo sul ciglio della cataratta, chiamano il ragazzo e lo salutano contenti agitando le braccia. Il ragazzo è una persona fantasiosa, impressionabile. È impulsivo, curioso, testardo. Qui è colto in contraddizione tra una scena pastorale e la crudezza della natura selvaggia prima che arrivasse il gregge, poi quando è ripartito. Tra il coltivato e il domestico e lo spietato senza mediazioni della natura delle cose come sono. Turbato tra una bucolica e un poema cavalleresco con draghi nascosti, tra l'attrazione per la sicurezza della casa e la crudeltà dei sassi, la durezza dei letti di roccia, tra l'abbraccio femminile che consola e una comunità di confratelli radunati in cerca del conforto finale.


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