Dopo già due settimane di Bombay, finalmente stamattina ho cominciato a cercare Sonia. Ho visto che a Colaba ci sono quattro uffici postali e ho deciso di iniziare da quello più vicino all'albergo, su una strada parallela al lungomare, circa in mezzo tra il mio hotel e la Porta dell'India. Come in ogni ufficio postale dell'India, anche qui di fuori siedono alcuni scrivani e cucitori di pacchi, per gli analfabeti e per chi deve adeguarsi al loro sistema di spedizioni a punto doppio. Mi accosto a quello che mi sembra il più serio a vederlo, un vecchietto seduto su una seggiolina malandata dietro a un piccolo tavolo di legno; sotto il tavolino i suoi paraphernalia, al suo fianco un coetaneo, un amico con cui sta discutendo. Entro nel suo territorio, mi guarda e dice: "Buongiorno, signore! Come posso aiutarla?". Mi avvicino ancora, forse anche un po' troppo, e quello si incuriosisce del tentativo di creare intimità. Piega appena la testa per allineare il suo orecchio alla mia bocca. Così gli chiedo: "Forse si ricorda di una ragazza italiana che è venuta a spedire qui un pacco? È probabile che glielo abbia cucito lei". Dice: "A che ora è venuta la sua amica?". Rispondo: "Non ne ho idea...". Dice: "Ieri o oggi?". E dico, quasi ormai con verecondia: "No, due anni e mezzo fa...". Quello mi guarda per un attimo seccato e rattristato insieme e mi risponde: "Signore, sto lavorando qui". Mi affretto a scusarmi, gli dico che non lo sto prendendo in giro, gli spiego in due parole la mia storia. Dice: "Può chiedere anche agli altri, se vuole, ma qui siamo in India" e la sua conclusione è lapidaria, mi arriva come una sentenza delle mie velleità, quasi fosse possibile davvero riuscire in una simile ricerca. Poi aggiunge: "Arrivederci" e riprende con l'amico il discorso interrotto.
Non chiedo ad altri. Capisco, quasi il vecchio cucitore avesse dovuto darmene conferma, di avere iniziato a cercare Sonia nell'unico modo possibile ma anche forse il più sciocco: chiedere in un ufficio postale di Bombay di una donna andata a farsi cucire un pacchetto due anni e mezzo prima... Ritorno sui miei passi e appena fuori dal cortile della posta mi appoggio al muretto di cinta, accendo una sigaretta. Mi sento frastornato dall'immensità cui mi trovo davanti. Ho sognato di vederla rapida passare sotto il balcone dell'hotel, mista a una folla informe, ma non era che un'illusione, un ameno inganno. E per dirle cosa poi? E in effetti: perché venire a cercarla? Ricordo la curiosità e l'apprensione dovute al suo messaggio e al suo pacco, volerla rivedere, chiederle spiegazioni della scomparsa, del motivo per cui mi aveva spinto a pubblicare il libro... E all'improvviso, come di un'illuminazione, come se avessi fatto finta di non saperlo, me lo fossi nascosto, capisco di essere di nuovo solamente in fuga. Che la ricerca di Sonia è l'ennesimo pretesto; che le due donne amate ad Atene, infatuate di desideri e poi lasciate, non sono state che l'ennesimo pretesto. Questo almeno mi riconforta: sono io, come al solito. In fuga.
Ed ecco che a metà sigaretta si appoggia anche lui al muretto, uno che era stato a origliare le patetiche domande al cucitore. Ci avevo fatto caso ma non gli avevo dato importanza. In un inglese stentatissimo mi dice: "Sir, you go look Kamathipura". Gli dico: "Dove?". Ripete: "Kamathipura. Is good place for you". Domando: "Dov'è Kamathipura?". Risponde: "You go". E come era venuto se ne va, forse incapace di aggiungere altro.
Sulla mia guida, rientrato in albergo, leggo che Kamathipura è il quartiere a luci rosse di Bombay. E non so se l'informazione ricevuta sia una traccia o se quel tizio abbia voluto suggerirmi che non sto molto in forma e che magari una scopata potrebbe giovarmi.

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