venerdì 27 maggio 2011

In fuga

Per definizione: si fugge sempre da qualcuno, da qualcosa. Dalla legge, sia questa a persecuzione dei criminali o, ingiusta, di etnie, diversità, minoranze; dalle persone, per torti, insidie, vendette, faide. Io sono in fuga per diminuire il realismo della vita. Per identico motivo ne scrivo, per sottrarre vitalità al suo disordine e sottometterla a un regime meglio amministrabile. Altri dicono di scrivere perché la vita non è mai abbastanza. Probabilmente intendono lo stesso.

Si tratta di distanziare il sentire, definire una zona franca come una guarnizione tra fuori e dentro che renda almeno un po' più sostenibile la ferocia delle banalità, ridurre al minimo le collaborazioni. Passare, uscire e entrare, toccata e fuga. Minimizzare le interferenze. Provarci.

Certo che ogni distanza è soggettiva e da quantificare volta per volta, ma è un po’ come spogliarsi, levarsi quegli stracci avvolti sulla pelle. Quegli insulsi ritagli di tessuto per i quali ci offenderemmo anche se qualcuno ce li sporcasse, con un po’ di caffè magari, con gli schizzi del sugo. Ma tolti, ora sgualciti, buttati su una sedia a un passo da noi, ora ci lasciano quasi indifferenti. Quasi: perché certo molto dipende dal valore che si dà alle proprie vesti. Una personalità su cui si è investito, pagata con fatica e con impicci, una personalità di prestigio, anche quando è lasciata in guardaroba è cosa delicata, non la si può cincischiare pensando che il proprietario venga a ritirarla e gli si dica: “siamo spiacenti, c’è stato un incidente”, oppure: “signore mio, che guaio! ci è caduto del vino, il suo soprabito s’è tutto macchiato”. Cose simili non vanno mica lisce. Qualcuno vorrà indietro i suoi indumenti e li rivorrà come prima. Griderà, picchierà i piedi e le mani, minaccerà di chiamare a giudizio. Farà il diavolo a quattro e proverà a cavarvi gli occhi se non gli ridarete il suo mantello e i suoi privilegi. A certe cose purtroppo ci si abitua.

Sarebbe meglio allora circolare nudi come i monaci cielovestiti d’India? - Certo si eviterebbero alcune rogne dovute alle false appartenenze. - Però dismettere gli abiti è rischioso. E lo è anche dare inizio al distanziamento. Si è a rischio di fatamorgana. Perché ogni scelta, qualsiasi vocazione, tende nel tempo a diventare abitudine, perciò costume. Lo stesso non accade forse con gli astri dei savi digambara, i monaci gianisti “vestiti di cielo”, che dopo molte lune e tanti soli sapranno ormai per certo quale costellazione indossare stanotte? Così che anche la nudità finisce per essere veste.

Resta un'ipotesi, che però è anche la più instabile e straziante. Cambiare sempre, mimetizzarsi, rendersi (quasi) irriconoscibili. Anche a se stessi. Trasformarsi, riciclarsi. Destrutturarsi, sottoporsi a lingue a sonorità  ignote che sembrino dire cose nuove, diverse. Afasia medica e scettica. Scrivere anche per confondere le carte in tavola, escogitare un sistema in cui nascondersi.

Condominio, Mumbai.

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