Ci sono cose troppo difficili da realizzare. E l'utopia della tabula rasa, della verginità che dovrebbe permetterci di essere noi stessi, è di quelle davvero irrealizzabili. Si costruisce sempre su qualcosa. Nei casi più fortunati sulle rovine di una civiltà fumanti, su dei cadaveri. Che fatica inutile così amare una donna, uniti da un rapporto annoso, non frusto, fondamenta, e insieme innamorarsi di un'altra, ormonale, gusto del desiderio, dispensatrice di soddisfazione, e non riuscire a, non potere trovare una geometria condivisa per mettersi d'accordo e ricevere ognuno secondo i suoi bisogni, e dare ognuno secondo le proprie capacità. Ambizione in fondo banale, riproduzione di una forma famigliare, per quanto insolita. Ritenendo che i sentimenti, anche là dove non ci sono, si possano creare – il che è vero, nella stimolazione delle aspettative e dei bisogni, ma non contro ogni forma di abitudine. Lì far diventare i propri desideri transitivi non è più possibile; il sentire (o il sentito dire) lì si fa impermeabile. E si ricade nelle forme degli amori così come insegnati, degli amori narrati, sia in modo cortese o borghese, di quel modo di sentirsi innamorati che è storia e che è letteratura e che è attualmente affari e famiglia e desiderio fisico confusi in un impasto. E poi per noi, persone minute, davvero un po' conformi: che c'è di più plebeo di innamorarsi?
Mi ritrovo oggi esausto per il troppo volere ostacolato – ostacolato da me stesso, da chi mi sta intorno; un volere fatto utopia, fatto quasi delirio. Fatto cosa banale e trita, cosa di corna, fatto dolore spicciolo e un po' idiota.
Inoltre un tripode azzoppato non sta in piedi. I loro amori puri, specchi di cuori devoti e pornografici, macchiati dall'ostilità di un pretendere esotico, diverso, arido forse, freddo di un fagocitare spietato. Senz'altro in contrarietà ai loro entusiasmi per gli affetti biunivoci, fedeli. Un pretendere zoppo e che azzoppa. Dall'altra parte infatti un'ipotesi obliqua, insolente, quello che alcuni altrove, dove le società e noi siamo meno appassionati al ciarpame, hanno deciso di chiamare poliamore, quando ci si vuole in più di due e si mescolano lingue, umori, buchi, cercando di conferire alla novità relazionale anche validità giuridica, per garantirsi i medesimi diritti di chi aderisce al solco della tradizione. Ma solo in un paio di luoghi più spregiudicati (in Olanda, forse negli Stati Uniti), dove le interferenze sociali, culturali e degli affetti sono tali da riuscire a volte a frantumare la legge morale – sempre ipocrita, a uso del controllo – a vantaggio delle felicità individuali. Anche se le felicità individuali dovessero poi rivelarsi cose fatue.

Caro Gian Maria, dalla mia esperienza nel mondo degli affari so, molto banalmente, che non ci si può mettere d'accordo quando i bisogni, le richieste (e anche le pretese) delle parti coinvolte non vengono soddisfatte! cosa semplice e niente di cui meravigliarsi. Nel caso degli affari allora si comincia a trattare; ma qui non si tratta di "affari"...perchè trattare?
RispondiEliminaSì, il poliamore funziona così: quando ci si vuole in più di due. Non quando solo una o uno vuole più di uno/a.... ho capito forse male??
Penso che ognuno sia da considerarsi fortunato se riesce a sapere i propri desideri; figuriamoci sapere i desideri individuali degli altri!
Forma vana del desiderio o forma di desiderio vano?
ps. ho trovato il tuo blog per caso poco tempo fa, e ne sono contenta!mi piace come scrivi; e dico "come" e non "cosa" perchè, ovviamente, non sempre capisco di cosa parli- o almeno non ne sono certa. :)
Cara demide, infatti "perché trattare"? La trattativa non è contemplata nel poliamore (o almeno non in teoria), anche se poi negli affetti, come negli affari, si tratta un po' sempre. Solo che quelle trattative magari le chiamiamo "compromessi". E credo che come negli affari, anche negli affetti si tratti in base all'importanza della posta in gioco. Se la posta è bassa, sostituitibile o ritenuta tale (un marito, per dire), allora anche la disponibilità a trattare sarà bassa; ma se la posta e alta e insostituibile (un figlio, per esempio, almeno secondo i parametri attuali), allora la disponibilità ai compromessi sarà molto più alta. Comunque la metafora dei sentimenti come affari mi piace, anche perché sgrassa dalle aspettative dei romanticismi e riporta un po' tutto sul piano realistico del do ut des. Che è anche il piano sul quale trattiamo la quasi totalità dei nostri sentimenti.
RispondiEliminaps. Grazie!
Consentitemi di essere esplicito sin dall'inizio. Non credo che vi piacerò. I signori proveranno invidia e le signore disgusto. Non vi piacerò affatto! Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito. Signore, un avvertimento: io sono pronto a tutto! In ogni momento! Che sia merito o demerito, questo ora è difficile da dire. Tuttavia, è certo che sono un libertino! Continuerò a spassarmela, a provare ardenti passioni. Non doletevene, vi arrecherebbe afflizione! Traete le conclusioni stando alla distanza a cui vi terreste se stessi per mettere la lingua sotto le vostre sottane. Signori, non disperate. Sono pronto a tutto, si! Lo stesso avvertimento vale anche per voi! Placate le vostre squallide erezioni! Perché quando avrete un amplesso vedrò di cosa sarete capaci. Allora saprò se sarete venuti "meno" alle mie aspettative. Vi auguro di fottere, immaginando che la vostra amante segreta vi stia osservando di nascosto. Di provare le stesse sensazioni che io ho provato, e che provo. E chiedervi: era questo lo stesso brivido che sentiva lui? Avrà conosciuto, qualcosa di piu intenso? O c'è un muro di disgrazia contro il quale tutti battiamo la testa in quel fulgido, eterno momento? Questo è tutto. Questo il mio prologo. Nessuna rima. Nessun decoro. Non era quello che vi aspettavate spero! Sono John Wilmot. Il secondo Conte di Rochester. E non ho alcuna, intenzione, di piacervi!
RispondiEliminahttp://www.youtube.com/watch?v=Qo7vUSSVpDw&feature=related
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