Avevo pensato che mi piacesse la poesia perché mi veniva spontaneo cantilenare versi; in realtà mi piace molto poco leggere le poesie (italiane) degli altri, e tanto meno quanto più sono recenti. Mi danno quasi sempre un senso di inettitudine, anche se gli autori sono noti, di profonda inutilità. Perciò dovrebbe valere anche qui il motto evangelico di "non fare agli altri" e dovrei darci un taglio con le versificazioni.
Avevo anche pensato che mi piacesse leggere i romanzi, anche se non credo di saperne scrivere, e in effetti alcuni mi piacciono, ma non sopporto quei testi (anche di autori noti, perfino premi Strega) che alla prosa piana o alla prosa "sperimentale", gergale, dialettale, hanno sostituito la prosa colloquiale impoverita, magari infarcita di presunte callide iuncture, in effetti squallidi tentativi di ricercatezza e/o abbellimento.
E più passa il tempo più mi accorgo di essere una specie di mostro letterario, cioè uno a cui interessa impastare le forme con un tensione estetica di fondo ma non sempre necessaria, senza per forza confonderle ma sicuramente contaminandole. E non per questioni di sperimentalismo fine a se stesso, come spesso accade, ma perché così vedo le cose e così credo che siamo, anche se (o soprattutto quando) non lo vogliamo.
Quindi un romanzo con inserti poetici o una poesia con inserti di saggio o un saggio con inserti romanzeschi, o un po' di tutto insieme per una sceneggiatura teatrale... E con la lingua varrebbe lo stesso: perché scrivere soltanto in una quando si può scrivere contemporaneamente in più? A ver!


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