Avevo bisogno di una sedia nuova per il mio studiolo e, dopo essermi guardato un po' in giro pigramente, impossibilitato a spendere 200 euretti per la poltroncina, mi sono deciso, anzi piegato, a cercare qualcosa di più consono alle mie tasche - non bucate ma piuttosto vuote. Così, come ogni schiavo dell'impero fa, me ne sono andato di sabato mattina all'Ikea. Alle ore 10.00 il parcheggio era già stipato e non si trovava posto. E parlo di un parcheggio per centinaia di auto, anche se non so quantificare meglio.
Una volta dentro mi faccio il percorso obbligato attraverso tutte le stanze della casetta Ikea (ah, la scienza del marketing!) finché arrivo alle sedie. Troppo alta, troppo cara, troppo piccolina, finalmente trovo la mia, neanche 50 euri, in elegante finta pelle nera, delle giuste proporzioni. Così la compro. Da servo obbediente faccio la fila per pagare - ripeto: faccio la fila per pagare! - carico in macchina e via. Ikea vince, io perde.
Solo in fase di montaggio mi accorgo che la sedia che ho comprato ha un nome: Moses, cioè Mosè, secondo una delle tante varianti. E non so se piangere per quel nome santo finito sui braccioli di una sedia o ridere per l'ironia di avere comprato proprio una sedia con quel nome santo. "Dopo tante storie che hai fatto" sento una vociona che mi mi dice, "ecco il profeta che ti meriti!"
Il mio profeta è una sedia! Evviva!
Spero solo che non mi faccia restare con il culo per terra.
Spero solo che non mi faccia restare con il culo per terra.

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