Ricordo di essere rimasto colpito, qualche anno fa mentre leggevo il Don Camillo di Guareschi, da un concetto di religiosità popolare contenuto nell'introduzione del libro, dove si racconta del padre di un bambino colpito da improvvisa malattia, che si rivolge al curato del paese con una saccoccia di denari in mano per comprarsi il miracolo di Cristo. E che in mancanza del miracolo pagato in contanti non avrebbe esitato a "tirare giù il Cristo dalla croce".
Ieri invece sono venuto a conoscenza di un'altro costume popolare: le chiamano le "parenti" del santo e sono delle vecchie che il giorno del miracolo si siedono in prima fila e convincono san Gennaro a liquefare il proprio stesso sangue, così che Napoli sia protetta per ancora qualche mese. L'opera di convinzione avviene in tre fasi: prima con le preghiere, poi con una suasoria un po' meno ossequiosa e infine, se il santo si dimostra pigro e restio a "fare la grazia", con veri e propri insulti. San Gennaro così spaventato finisce con il convincersi sempre e il sangue nell'ampolla si scioglie. Tale modalità di relazione con le volontà sante deve avere un origine piuttosto antica, visto che anche in greco esiste un proverbio che recita και ο άγιος φοβέρα θέλει, che cioè anche il santo va impaurito, evidentemente per estorcergli miracoli e favori. Trova così compimento ed esaurimento un pensiero che mi ha accompagnato a lungo.
Quanto di solito si chiama religione - e mi riferisco qui non alla teologia ma alla prassi - risulta in fin dei conti essere composto da due moventi egoistici: (1) il movente superstizioso, fatto di azioni scaramantiche, scongiuri, oggetti sacri e apotropaici, benedizioni, abluzioni, circoncisioni, ecc. e (2) il movente utilitaristico, basato sul dare per avere, cioè sul pregare, sul donare, sul visitare i luoghi santi, sull'essere fedeli solo per ricevere in cambio protezione e favori. A questo proposito, sia il personaggio di Guareschi sia le "parenti" di san Gennaro sia il proverbio greco, esprimono fino ai suoi limiti, chiarendolo brillantemente, il rapporto utilitaristico degli esseri umani con la divinità, che può essere perfino insultata e minacciata in caso si dimostri inerte.
All'opposto di questa religiosità primitiva e ferina, si trova il titolo papale di servus servorum Dei, servo dei servi di Dio, a indicare l'ordine proprio delle cose del mondo (ed è perciò un tale peccato che sia stato sempre tanto disatteso), dove Dio è in effetti il re dell'universo, gli uomini non sono che suoi servi, e il suo rappresentate sulla terra non è che un servitore dei suoi servi, con il compito di agevolare l'obbedienza e renderla efficace e comprensibile per farne uno strumento di intelligenza delle cose e d'ascesi.

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