Ieri sera sono andato a vedere un concerto di Elefteria Arvanitaki, famosa cantante greca. Capirete la sorpresa quando, tra il bouzouki e le melodie mediorientali, ho sentito sbucare fuori una canzone nota... Primo pensiero: questa la conosco. Secondo pensiero: che bella! Terzo pensiero: ... ma questa è Come Monna Lisa di Mango... Il quarto pensiero è stato lo sconcerto, perché io sono ovviamente di quelli che hanno sempre snobbato la musica leggera italiana, i successi della radio... non mi parlate poi di San Remo! Però, ecco, ieri sera quella canzone, cantata così in greco, mi è sembrata bella. A causa della distanza mi sa, di quel distacco dalle cose come sembrano che alla fine può far rivalutare anche ciò che si è sempre disprezzato.
Lo stesso mi era già successo con il lago di Albano, che ignoravo con segreta ostentazione durante gli anni del liceo come luogo "plebeo" e che poi, dopo una quindicina d'anni di residenze estere, all'improvviso un giorno mi è sembrato davvero bello, quale in effetti è. Ante Scriptum.
Qualche tempo fa a proposito avevo scritto un pensiero, poi inserito nella versione (temporaneamente) ultima di Del Regno. Lo riporto di seguito, si intitola Vestiti di cielo.
"Credo ci sia da mantenere una certa distanza quando ci si avvicina per studiare la tela del Regno, non volendo che questa ci si appiccichi al naso o peggio, nel caso si sia piccole creature, ci invischi per farcene morire. Di che morte poi, abbozzolati nel muco di un nemico e soffocati, appesi come mummie di prosciutti nella dispensa di compare ragno.
La distanza sufficiente è soggettiva e da quantificare, ma è un po’ come spogliarsi, levarsi quegli stracci appoggiati alle pudende. Quegli insulsi ritagli di tessuto ricuciti insieme per i quali ci saremmo offesi se qualcuno fino a poco prima ce li avesse sporcati, con un po’ di caffè magari o senza volerlo con degli schizzi di sugo, ora sgualciti su una sedia a un passo da noi ci lasciano quasi apatici. È bene dire quasi, perché certo molto dipende dal valore che si dà alle proprie vesti. Una personalità su cui si è molto investito, pagata con lavoro e fatica, una personalità di prestigio, anche quando è lasciata in guardaroba è cosa delicata, non la si può cincischiare pensando che quando il proprietario torni a prenderla gli si potrà dire: “siamo spiacenti, c’è stato un incidente”, oppure: “signore mio, che guaio! ci è caduto del vino, il suo soprabito s’è tutto macchiato”. Cose simili non lasciano indifferenti. Qualcuno vorrà indietro i suoi indumenti e li rivorrà come prima. Griderà, picchierà i piedi e le mani, minaccerà di chiamare a giudizio. Farà il diavolo a quattro e proverà a cavarvi gli occhi se non gli ridarete il suo mantello e i suoi privilegi. A certe cose purtroppo ci si abitua.
Sarebbe forse meglio circolare ignudi come i monaci cielovestiti d’India? Certo si eviterebbero alcuni rognosi fastidi dovuti alle false appartenenze.
Però dismettere gli abiti è rischioso. E anche dare inizio al processo di distanziamento. E si potrebbe fare anche la nota fine della cipolletta, che strato dopo strato e dopo tante lacrime si riduce a un soffritto oppure a niente. Lacrime necessarie. Il dolore infatti, come la distanza, purifica e acuisce le facoltà di discernimento.
Importanza del discernere, del vedere tra le pieghe delle cose. Con raffinatezza magari sapere cogliere i segreti illustrati in ciò che si mostra, nascosti solamente dagli occhi accostumati a trovarseli di fronte, piccole sfumature, variazioni sul tema che ci ingannano, pattern che nascondono l’abisso – se sai che qui c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto (Wittgenstein). O con Julio Cortázar: E i gesti dell’amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Marco Antonio cercò ciò che cerca la tua mano e né la tua né quella cercavano qualcosa che non fosse già stato trovato dall’inizio dei tempi. Ma le cose invisibili devono incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte. Così qualsiasi vocazione, ogni scelta, tende con il tempo a diventare abitudine e perciò costume. Forse lo stesso non accade con gli astri dei savi digambara, i monaci gianisti “vestiti di cielo”, che dopo molte lune e tanti soli sapranno ormai per certo quale costellazione indossare stanotte? Così anche la nudità finisce per essere veste."

Com'e' vero! Pensa che io adesso posso anche commuovermi ascoltando l'inno di Mameli
RispondiEliminahe he... quello è l'ultimo stadio, sorella d'Italia... dopo non ti resta che partecipare a "Italy gots talents"... :)
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