lunedì 22 febbraio 2010

Wilderness.12

L’accampamento è su un prato in mezzo ai boschi. Intorno i boschi, intorno le colline che da un lato scendono alla costa, dall’altra si alzano verso le cime e i valichi dell’Appennino. Tra i giovani che lo hanno accolto si è sparsa la voce di una scelta, dell’inverno che ha trascorso nella natura selvaggia. Lo trattano con deferenza, vogliono ascoltare i suoi racconti. Lui dice che non l’ha fatto per quello ma per raccontare racconta. Lo preferiscono persino a quegli indiani che ormai in fondo vivono al sicuro, in case, nelle loro riserve, e viaggiano con dei pick-up cromati piuttosto che a cavallo. Lui invece è un pazzo originale e nostrano, quasi fosse un eroe e la sua vita giusto il loro ideale. Almeno in questo luogo e per adesso.
Racconta allora del freddo. Racconta delle notti nelle grotte dei boschi, del vento, delle terme, della fame, dei servi dei servi della gleba, delle bestie, il cinghiale, la volpe, la civetta, dei digiuni – “ah! questo l’ho già detto?” – delle persone cortesi e di quelle arroganti, delle case, del profumo del pane, del sapore del mondo, delle forme incredibili dell’acqua. Racconta del potere del racconto.

Il terzo giorno scende al ruscello da solo.
Arriva giù e sente un canto. Canticchiato piuttosto, un canto quasi sussurrato e solo per se stessi. Distante qualche metro a monte c’è una donna con una pancia enorme, incinta, discinta e con i piedi dentro all’acqua che cantilena quei suoi suoni nella gola. La donna è a testa bassa e non lo guarda. Né lui, che la guarda, la disturba. Non ricorda di averla vista al campo.

Il sentiero prosegue sulla sponda opposta del ruscello.
Mette anche lui i piedi nell’acqua e passa.
Segue il sentiero e addosso non ha niente.
Tornerà indietro, pensa.
Né tenda né provviste né i miseri ricambi di vestiario.
Sfreccia una volpe.
C’è una volpe che ha corso su a sinistra per un viottolo nascosto dalle foglie, male tracciato, coperto dalle foglie.
Volpe che corre e non si ferma.
Così inseguendola come fa spesso, per vedere chi c’è e cosa succede, risale il viottolo fino alla grotta del santo.

Tutto intorno la grotta un gran silenzio. Tutto è fermo. Il bosco è così immobile che pare trattenga il respiro. È insolito.

La grotta è luminosa e l’ingresso è ampio. L’antro è sopraelevato, vi si accede salendo pochi scalini grezzi tagliati nella roccia. C’è un lucernario naturale sulla destra.
Il letto del santo è una stuoia che si svolge sopra il sasso, poi uno spazio per il fuoco, e ci sono due libri. C’è un bricco, c’è una pentola, ci sono cose coperte da stracci. Il santo che sta in piedi e non lo guarda. Ma il santo che lo guarda non gli parla. Il santo che lo guarda e torna alle sue cose, pulisce dalla cenere, ravviva la brace. Mette dell’acqua da una tanica di plastica nel bricco e il bricco sul fuoco. Tra le labbra accenna una cantilena, “acqua santa dal cielo sopra la santità del fuoco”, e lui ha la sensazione di un ricordo che per ora non riesce a ritrovare ma che è il ricordo di qualcosa di immenso.

1 commenti:

  1. bello Gianma. una compagnia lieve. Grazie!
    Cristina

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