mercoledì 10 febbraio 2010

Wilderness.10

E il giorno dopo non il sole ma altra pioggia.

Fa quasi più caldo e si sta meglio. La luce prende lentamente il sopravvento: minuti che trascorsi all’aperto si sentono tutti. Si vive un po’ più a lungo. Perché nei boschi l’arrivo della notte pone termine al giorno.
È vero: è solitario, è desolante, ma è anche tanto esaltante. Ogni giorno che trascorre è una conquista, con la gioia di avercela fatta.
La prima tempesta di vento con la tenda è stata un disastro, a provarsi di montare la tendina che si gonfia e sbatte. Una notte terribile sotto i colpi inesorabili del cielo. Poi ha imparato a prevederle le tempeste, ha conosciuto le intensità dell’ira dall’odore della pioggia. E ha imparato a trovare dei rifugi, piccole grotte, rientranze nelle rocce, dove anche una misera tendina fa la sua parte. 
Nei pressi delle case chiede ospitalità alle volte. Quasi mai gliela danno. 
Dei contadini gli hanno offerto una rimessa di attrezzi, altri un angolo tra gli impiegati stagionali. C’erano indiani e polacchi. Alcuni di quei lavoratori che vivono in baracche di lamiera o in piccole roulotte decrepite ai bordi dei campi, altri che occupano dei casotti in muratura che condividono e ci stanno contenti. Loro l’ospite strano lo accolgo meglio e senza sdegno. Condividono il cibo.

Le prospettive cambiano.
Le abitudini che vengono a mancare, e così i volti noti e i luoghi. Timore più che averne, con la sua stranità ne incute. Lo vedono così un po’ sporco e un po’ malconcio, di mente sembra sano ma poi vatti a fidare.
È un’altra cosa stare dall’altra parte.
La parte dei reietti
delle bestie
dei paria della terra
dei santi.

Se passa in vicinanza di case rurali o a volte di piccoli borghi, e osserva con dolcezza quelle sicurezze, i negozi degli alimentari, i fornai, i panni stesi fuori dalle finestre quando c’è bel tempo, la chiave che entra nella toppa di casa, gesti preziosi di solito impoveriti dall’abitudine a farli.
Vivere da solitari è difficile. Ma è bello. Ne parla con la gente. A volte gli chiede dei soldi – quelli che aveva in tasca quando lasciò la macchina nel fosso sono finiti e i viveri di allora lo stesso – a volte chiede qualcosa da mangiare. L’acqua e la frutta non bastano. Almeno non d’inverno, che i frutti non ci sono e l’acqua è tanta ma non nutre niente. È dimagrito. Mangia poco. All’inizio aveva sempre fame e stava male, poi ci si è abituato. Ha sempre fame ma è come non l’avesse. Ci si abitua a tutto.
Quando si ha fame però, ora gli è chiaro, non si pensa che al cibo. Quando il sapore del digiuno è dietro ai denti non ci sono pensieri diversi.
Ma a vivere la povertà una volta, pensa, fosse anche un esperimento solamente, dovrebbero provarci tutti. Un’ora di lezione a scuola a settimana. Un’ora a mendicare o a pranzare alle mense di carità o a dormire in un dormitorio di pezzenti o per strada. Mettersi in condizione di avere i più banali desideri e non poterseli vedere soddisfatti. Quando ci si avvicina al regno della sete e della fame, delle penurie e della storia immensa, infame, della povertà. (e della schiavitù, e dei negletti dall’indifferenza degli altri).

A volte si rabbuia se ripensa alle comodità e alla sua casa.
Ma almeno, si rincuora, per tutto questo tempo non mi sono ammalato.

2 commenti:

  1. Anche solo narrarne è cosa che - in un mondo che lègge la tua realtà fatta cronaca - a me sembra che meglio sarebbe non avere bisogno fosse narrato --- eppure, lo so impossibile.
    E poi, quanti sono e da sempre, i chiodi, i martelli e i legni --- tutti i giorni.

    Un saluto.

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  2. Sicuro. Ma visto che ci costringono a giocare sempre allo stesso gioco...

    Grazie del messaggio!

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