giovedì 24 settembre 2009

Nani sulle spalle di altri nani



Ho rintracciato questo interessante filmato di Pasolini del 1968, quando forse un po’ in preda anche lui alla beatlesmania si era messo in testa di fare un film sull’India. Lui in India però c’era già stato nel 1961 con Moravia, per essere giusti e debeatleficarlo, e in seguito aveva scritto il libro L’odore dell’India.

Letto il libro, non mi pare ci avesse capito granché dell’India. I suoi occhiali italico-marxisti non erano adatti a leggere quella realtà tanto diversa, così boschiva e desolata, così ampollosa nelle sue espressioni occidentaliste, di una devozionalità tanto rassegnata o selvaggia. Il documentario è bello e istruttivo proprio per questo, perché mostra quanto Pasolini portasse con sé di se stesso in questa impresa – che poi anche forse per questo non gli riuscì – senza potersene liberare: tentativo improbo quello di inquadrare l’India con gli obiettivi delle categorie politiche e sociali dell'Italia del dopoguerra.

Il documentario mostra come un intellettuale dello spessore di Pasolini, senz’altro un’aquila nei cieli peninsulari di quegli anni, possa diventare sgraziato come un albatro a terra quando si metta in relazione a una cultura e a un pensiero che gli sono estranei: confondendo divinità maschili e femminili (confondendo cioè le tipologie fondamentali dell’estetica sacra indù, che pure significano qualcosa); molestando “santoni”, come li chiamava lui mistificandoli già nel nome, con domande di cui chissà se avrebbe poi capito la risposta - strappare un'intervista a un anacoreta come si fa con un qualsiasi deputato?; sviluppando paralleli italo-indiani in merito all’industrializzazione, dove da una parte si contempla un pensiero esistenziale giustizialista ed escatologico (quello cristiano) mentre dall’altra uno castista e metempsicotico (quello indù); ravanando tra i volti dei bambini in cerca di “teneri agnellini”, laddove i bambini, per quanto cuccioli, sono semmai tigrotti.

Pasolini comunque aveva un suo tocco, una sua dignità intellettuale. Le sue ricerche erano autentiche, potevano a volte diventare sgraziate ma non erano mai volgari e non erano operazioni editoriali furbette. Niente a che vedere insomma con quello che siamo indotti a sorbire di questi tempi, quando Giancarlo De Cataldo ("colpirne uno per colpirli tutti"), commissionato a suon di dobloni dalla Rizzoli, se ne va in vacanza in India con la famigliola e torna con inutili, patetici appunti di viaggio che gli pubblicano per fare un po’ di fondo-cassa. Romanzo criminale, farina originale del sacco di De Cataldo, è senz’altro un degnissimo libro e ha avuto un bel successo: L’India, l’elefante e me è una scemenza che nessuno pubblicherebbe mai se l’autore non avesse già un suo pubblico e, si sarà ritenuto presso l’imprendeditore, qualche migliaia di copie la si venderà lo stesso.

lunedì 21 settembre 2009

Communication break down

Mi giungono in questi giorni, anche in seguito alla pubblicazione del post L’odio (e in questo caso perlopiù in forma privata), segnali di mancata comunicazione, per l’ermeticità dell’espressione probabilmente o del pensiero. Critiche che, senza polemica né sussiego, vorrei provare a respingere.

È invalso ormai il costume di ritenere doveroso il farsi capire da tutti. È la logica delle pubblicità commerciali: più si partecipa delle cose della massa più si riesce a vendere. Ma la massa non sono persone, sono cassonetti dell’immondizia in cui riversare l’intera produzione degli oggetti e dei servizi. La comunicazione in questi casi tende a spalmarsi in ogni anfratto della società, si adegua e si conforma alle necessità e alle capacità medie, con tendenza costante verso il basso.

È inoltre consuetudine ritenere che altri tipi di comunicazione, quelli più intellettuali o presunti tali, siano cose di nicchia. E in gran parte lo sono, come sempre lo sono stati. Francesco d’Assisi, per esempio, volendo far intendere il Vangelo a tutti quanti, andava per le piazze delle città come un saltimbanco, facendo il buffone e spiegando le cose sacre come fossero opere buffe. Lo capivano tutti, ma con quali risultati? Cioè, cosa capirono davvero gli italici del XIII secolo dei misteri cristiani grazie alla predicazioni di Francesco? Videro il primo presepe che rappresentava – in epoca di sacre rappresentazioni – il mistero dell’incarnazione di Dio; videro (o gli furono raccontate) le stimmate del santo; goderono, parrebbe, dei suoi miracoli. Che altro?

D’altra parte, quali frutti abbiano raccolto i pochissimi lettori del libro dello Zohar, leggibilissimo per chi conosca l’aramaico ma del tutto impenetrabile, non è dato saperlo con certezza: frutti spirituali, cose celesti. Ma che roba è? Nel frattempo il mistero rappresentato da san Francesco è diventato statuine che ogni anno, intorno al 25 dicembre, compaiono sui banchi dei negozi, nelle chiese e ancora in qualche casa più tradizionale.

Non intendo, né potrei se volessi, paragonare i miserelli post di HSO al libro dello Zohar, ma identificare due modelli antagonisti di comunicazione: quello francescano-pubblicitario, che nel tempo e contro ogni volontà del santo è entrato a far parte del grande smercio delle cose sacre nel mondo, e quello cabalistico, ben poco vendibile perché del tutto ermetico, il cui unico scopo è di tirare quei pochi che possono farcela verso le cose divine.
Il primo tipo di comunicazione si propone di coinvolgere tutti e quindi si costringe ad abbassare il livello di comprensibilità: è comunicazione cristiana, ecumenica e perciò vulgata, dall’alto verso il basso; il secondo, invece, cerca di raccogliere quel pochissimo di buono che c’è tra gli uomini per far sì che il Creatore abbia ancora qualche motivo valido per non cancellarci tutti dalla faccia del cosmo: è comunicazione ebraica (nel senso di un ebraismo pre-napoleonico e pre-illuminista), elitaria e perciò segretata. Dall'alto verso le vette del basso, affinché le nevi dimoino e bagnino le pendici dei monti e le valli.

Il mio ideale di scrittura – quello che perseguo nella vanità della mente – si vorrebbe collocare in una zona di equilibrio tra le due tendenze, sia per scelta sia per non enfatizzare troppo le mie limitazioni in su e in giù. E nel farlo non mi do regole che non siano quelle dell’espressione contingente, quelle cioè che legano la tipologia di scrittura all’argomento trattato, come già ebbe a sostenere tale Alighieri (De vulgari eloquentia II, 4). E allora è possibile che un certo argomento, nella mia visione autoriale, richieda un’espressione insieme ironica e seria, oppure che un pensiero venga connesso agli altri in "strane maniere" per creare effetti di imprevedibilità, spesso allo scopo di seminare dossi dove magari non ce ne sarebbe bisogno, così che occorra rallentare, se si vuole passare per quella strada, e soffermarsi. Senza fornire didascalie o cartelli stradali: il regno della mente è del tutto reversibile e gli incidenti, a differenza del mondo fattuale, non sono quasi mai mortali.

E poi ritengo che per un lettore sia più importate capire quello che deve e può capire di se stesso, piuttosto che capire meglio o sapere con chiarezza ciò che intende l’autore. Né mi interessa fare della maieutica e strappare dai visceri di chi mi legge delle ragioni, o verità, condivisibili.


Post Scriptum, solo per i più curiosi (o sfaccendati).

In merito al post L’odio e a quanto di implicito vi è contenuto in termini di moralità, malvagità, eccetera, ci sono alcune specificazioni che vorrei fare, che pure so di difficile condivisione. Per questo lascio la parola al libro del Dr. A. Cohen, Il Talmud, Bari 1984 e ciascuno poi capisca quello che deve e che può.

III.4
In alcune preghiere sopra citate, si fa menzione della “cattiva inclinazione”, come di una forza che trascina al male, insita nell’uomo e capace di opporre un ostacolo formidabile al retto cammino della vita. Viene chiamata “il lievito che è nella pasta”, il fenomeno, cioè, che suscita gli elementi cattivi della natura umana, i quali, se non vengono soppressi, travolgono i migliori istinti e conducono alle male azioni. (p. 122)
Era però opinione comune che la cattiva inclinazione fosse la disposizione stessa dell’essere umano, quale resulta dagli istinti naturali, particolarmente dal desiderio sessuale. Di conseguenza non è un qualche cosa di essenzialmente cattivo, perché Dio crea soltanto ciò che è buono. È male solo in quanto se ne può fare cattivo uso. Ci possiamo rendere conto chiaramente di questo aspetto dalla interpretazione data alle parole “molto buono” del verso “E Dio vide tutto ciò che aveva fatto ed ecco, era molto buono” (Gen., I, 31), come riferentisi alla buona e alla cattiva inclinazione. “Anche la cattiva inclinazione è molto buona?” si domanda, e si risponde: “Se non fosse per questa inclinazione, nessuno edificherebbe una casa, sposerebbe una moglie, genererebbe figli o si affaccenderebbe in negozi” (Gen. R., IX, 7).
Così questa tendenza, per quanto suscettibile di trascinare al male, è un attributo essenziale dell’uomo, poiché gli offre la possibilità di divenire un essere morale: senza di essa, infatti, non sarebbe possibile fare il male e quindi anche il bene non avrebbe senso. Logicamente si concludeva che “Non c’è cattiva inclinazione negli animali” (ARN, XVI) poiché in essi manca il senso morale. La stessa idea si rispecchia nella dichiarazione: “Vieni, ascrivici come merito ai nostri antenati, perché se essi non avessero peccato, noi non saremmo venuti al mondo” (A. Z., 5a). Dal fatto che essi “hanno peccato” si deve dedurre che essi hanno subito l’influenza della cattiva inclinazione, i cui effetti sono considerati un merito, in quanto hanno perpetuato la razza. Così pure le parole: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore” (Deut., VI, 5) vengono commentate: “Con le due inclinazioni – la buona e la cattiva” (Sifré, Deut., § 32; 73a). Perfino la cattiva inclinazione può essere impiegata al servizio di Dio e divenire un mezzo di manifestargli amore. (p. 125)
Il grande pericolo di questa inclinazione è la sua capacità di crescere indefinitamente se non vien dominata fin dal principio. (…)
I Dottori non si illudevano sul potere tirannico esercitato da questo istinto profondamente radicato. Dichiarano che: (…) “L’uomo deve sempre opporre la buona inclinazione alla cattiva inclinazione. Se la vince, bene; se no, si occupi della Torah. (…)” (Ber., 5a). (p. 126)
Creata da Dio a uno scopo definito, quello, cioè, della conservazione della specie umana, quando nel futuro, questo scopo sarà venuto meno, la cattiva inclinazione non sarà più oltre necessaria. (p. 127)

IV.5
Se la cattiva inclinazione è parte integrante e indispensabile della natura dell’uomo, non è questi costretto a peccare? I Dottori lo negano formalmente. Questo elemento dell’uomo, indispensabile alla conservazione della specie, è in suo potere. “Se la vostra inclinazione cerca di spingervi a una condotta frivola, cacciatela con parole della Torah. Voi potreste dire che sfugge al vostro controllo; Io (Dio) vi ho dichiarato nelle Scritture: ‘Verso di te è il suo desiderio, ma tu puoi dominare su di esso’ (Gen., IV, 7)” (Gen. R., XXII, 6).
(…)
I Dottori sapevano bene quale problema filosofico è connesso col libero arbitrio, ma non volevano valersene per limitare in alcun modo la credenza nel potere dell’uomo di regolare le proprie azioni. Non fecero alcun tentativo di risolvere la questione del rapporto fra la prescienza di Dio e il libero arbitrio, ma dettero questa regola pratica di vita: “Tutto è previsto (da Dio), ma si dà libertà di scelta” (Aboth, III, 19).
Dio, nondimeno, interviene perché, dopo che l’uomo ha fatto la sua scelta, buona o cattiva che essa sia, gli venga concessa l’opportunità di perseverare nella strada che ha preso. L’uomo buono è incoraggiato a essere buono, il malvagio a rimanere malvagio. “Nella via in cui l’uomo desidera camminare viene guidato” (Mak., 10b). (p. 128)

IV.6
Narra il Talmud che “per due anni e mezzo la scuola di Shammai e la scuola di Hillel furono discordi su questo punto: Quest’ultima sosteneva che sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse stato mai creato, mentre la prima sosteneva che è meglio che sia stato creato. Si fece la votazione e la maggioranza decise che sarebbe stato meglio se non fosse stato mai creato; ma poiché è stato creato, esamini le sue azioni (passate). Secondo un’altra versione: Esamini le sue azioni (presenti)” (Erub., 13b). (p. 130)

domenica 13 settembre 2009

L'odio

La prima volta li ho visti mentre uscivo da una casa di Holon, in Israele. Come nella foto, ciò che tra gli uomini, in gergo, si chiamerebbe gang rape o stupro di gruppo. E non me l'aspettavo.

Ma la Natura è maestra. Insegna senza fronzoli e senza indorare le pillole. Perché alle cose umane si possono fare infinite critiche di ordine morale, legale e del sentire - ma a quelle animali?

Un gruppo di gatti che stuprano una femmina in foia non rientra nell'ordine delle cose moralizzabili. La persecuzione da parte di un leone maschio dei cuccioli del rivale vinto, per ucciderli e indurre nella madre una nuova fregola, e imporre così i propri geni, non rientra nell'ordine delle cose morabilizzabili.

E, certo, ha un che di borderline insinuare equivalenze tra uomini e bestie, fosse anche come sfizio del pensiero, laddove negli uomini le qualità ripartite tra le bestie sono tutte presenti e con molteplici incentivi e aggiunte.

Però considera il trattamento riservato dalla Natura ai suoi figli: la lotta per la sopravvivenza, l’eliminazione degli individui deboli, il genocidio impietoso, cieco e occasionale. Considera tutto ciò e rispondi: l’agire della Natura - la natura delle cose - ti sembra più divino o più diabolico?
E se ti sembrerà divino, avrai riconsiderato l’atteggiamento politico di Hitler?
E se ti sarà sembrato diabolico, con che parole narrerai l’allattamento di una prole felina?

sabato 5 settembre 2009

A fregn

Qualcuno avrà storto il naso, a qualcuno sarà venuto da ridere. Sicuro è che il titolo di questo libricino non passa inosservato: A fregn, di Scberto da Gierbino, Roma 2008. A leggere l'introduzione e le postfazioni di Barbara Alberti, Massimiliano Parente e Fabio Canessa si resta ancora più sopresi: un poeta rustico ignoto, cioè inedito, citato però in saggi ermeneutici già dal 1955? saggi dai titoli improbabili quali Lo Scberto e lo Sperga: il vernacolo come resistenza all'idea di nazione oppure Pascoli, dal canto del Kiù al dietro di Mariù; citazioni su riviste inesistenti quali Donna critica o Critica femminile; varie altre incongruenze ben lontane da ciò che si intende per "edizione critica". Ma allora che libro è A fregn, di Scberto da Gierbino e, soprattutto, perché scriverne su questo blog?
A fregn, di Scberto da Gierbino è un libro inventato a tavolino dai suoi curatori, evidentemente: inventato il personaggio, inventate le sue poesie, inventati introduzione e postfazioni (le quali peraltro trasudano di burlesco). Un libro scritto, credo, per disprezzo - e vorrei usare questa parola in senso positivo, nel senso cioè di saturazione, di resistenza alle vanaglorie e ai vaneggiamenti della cultura seria, ufficiale, impegnata, saturazione e resistenza tanto più motivate oggi che la cultura è alla mercede del mercato. Un libro scritto per dileggiare le arbitrarietà sempre nuove delle accademie; per vanificare nel modo più sporco possibile i dibattiti sulla poesia contemporanea, le opinioni degli uni e degli altri, i versi di chiunque sappia scrivere la lista della spesa e di chi invece è detto ormai "poeta" con lauro e talento; per vanificare chi critica e traccia imprevedibili acrobazie d'autore da un capo all'altro della cultura post-posmoderna, dall'Odissea (quella di Leopold Bloom, senza meno) a Yes Man. Un disprezzo che va a imbrattare un po' tutti: autori, accademici, editori, lettori - e se qui ne parlo è perché in questo disprezzo sfrenato, spinto fino ai limiti di una completa falsificazione della realtà (falsi gli autori, falsi i testi, false le tradizioni; veri solo i curatori del volume, ma falsamente), in questo disprezzo sfrenato, dicevo, riconosco il valore di chi dice: "Fate come volete. Avete consumato tutto, avete distrutto tutto, non ci avete neanche lasciato le pietre per ricostruire qualcosa, ma solo della polvere. Avete deturpato ogni parola, ogni sentimento, ogni angolo del pensiero, avete detto tutto e il contrario di tutto. Fate i vostri festival letterari, vincetevi pure i vostri premi truccati. Niente del vostro retaggio serve a niente, se non a promuovere nuovi arbitrii e nuove confusioni, nuovi insulsi guadagni, altre conventicole. Ma noi siamo gli angeli nuovi e vi voliamo sopra e vi guardiamo - e fate schifo davvero! - e non possiamo che cagarvi in testa".

Ecco un breve estratto dal libro.

Lu tuono (O misctero)

N'aggiu mai capit lu tuon
lu misctero de lu tuon
Camma funziona lu tuon?
Cà sa fuss na scurriggia, u tuon
saribbe cumma sentì primm'a puzz
e dop lu suon.

venerdì 4 settembre 2009

honest (s)crap

Ricevo dal caro Emanuel Gavioli il premio "Honest Scrap", specie di catena con cui i bloggheri e le blogghere si fanno i complimenti.
Le regole per essere insigniti dell'onorificenza (anche andando a ritroso dal blog del Gavioli, non sono riuscito a capire chi le ha inventate) sono le seguenti:
1. Citare il blog di colui che mi ha omaggiato del premio.
2. Elencare dieci blog meritevoli del premio.
3. Rivelare ai miei lettori dieci cose che non sanno di me.
Ogni tanto fa bene anche giocare, dunque:
1. Colui che mi ha omaggiato del premio si trova al blog:
2. I dieci blog meritevoli del premio sono:
è il blog di un torello padano ed è stato il mio primo amico blogghero.
è il blog di una scrittrice vera, solo che, a quanto ne so, non scrive libri.
è il blog di uno storico siciliano che ci gratta sulle croste patrie.
è il blog di una blogghera che mi sta simpatica perché è dolceamara, anche se non mi ha insignito del premio.... grrrr...
è un blog che mi piace e mi attira, seppure a volte non lo capisco.
è un blog lunatico e per questo mi è alquanto familiare.
Ce l'ho quasi fatta...
è il blog di una videoartista rossa di capelli: una donna catodica.
è un blog cinico e io adoro il cinismo.
è un blog fermo da 2 anni, ma le sue vignette sono divertenti.
non è un blog che ha bisogno di premi, ma per chi scrive è un luogo interessante.
3. Dieci cose che i miei lettori non sanno di me:
- Vorrei vedere tutti quelli che conosco nudi, almeno una volta.
- Vorrei liberare un sacco di animali selvatici per Roma (o Napoli o Milano...).
- Preferirei essere Simon Mago che Gesù Cristo, cioè piuttosto che finire in croce preferirei avere dei poteri magici.
- Ogni volta che mi aggiro intorno a San Francesco mi ammalo.
- Mi piacciono le cose rotonde, rigonfie, tumide.
- Mi danno spesso dell'astronauta perché non ho i piedi per terra.
- Vorrei abolire il sistema nutriziale planetario del corpo mangia corpo. Però non posso...
- Mi annoio facilmente.
- Credo di essere la reincarnazione parziale di diverse entità, tra cui Catullo, la monaca di Monza, il rabbino Akiva, Mowgli, Starsky&Hutch, ecc.
- Vorrei condurre vita monastica e bohèmienne insieme.
Fine.