mercoledì 19 agosto 2009

Canto del mare ladro

Il primo week-end di ferie e perdo il mio gioiello più prezioso
l’anello di mio nonno con la stella
l’unico cimelio della mia famiglia massacrata. (Ormai che non rimane
più quasi nessuno di loro
e la deriva dei ricordi ha cominciato e porta a galla e a riva
i mostri che divorano la storia...)

Per colpa del materassino gonfiabile nuovo
pezzo di plasticaccia fatto in Cina
che non mi lasciava montare – e si piegava in mezzo e scivolavo
e che mi ributtava giù nell’acqua
e prova che riprova che riprova di nuovo,
non so, l’anello se l’è succhiato via l’acqua.
L’ho visto che schizzava via dal dito e scomparire.
Certo che l’ho inseguito: ma dieci metri di
fondale e le alghe e la sabbia e la corrente
che in pochi attimi mi aveva già tirato più lontano...
Ma che rabbia!

C’è che si perde un oggetto come si perde la vita, certe volte.
E nel bilancio delle cose del mondo
tra le due perdite non so se ci sia granché di differenza.
Tra il mare che mi rapina un anello
tra un getto di gas che l’affoga
tra una sedia pieghevole che scivola
e si schianta
sulla schiena della cotorrita di Enrica,
povero animaletto menomato
con le ali tagliate che non è riuscito a volare via,
che il piccolo inconveniente della sedia di legno scivolata
ha colto impreparato e
goffo, come un albatro a terra,
e lo schianto ha spezzato.
Rico, la gioia della mia ragazza
che moriva, gli occhietti serrati e
un rivolo di sangue che sparge dal beccuccio
e il suo corpo è rigido in fretta, freddo,
subito tutto già morte.
Rico, che spendeva le frustrazioni della sua sessualità raminga
strusciandosi sulle mie cosce...

Così l’anello scampato al genocidio è affondato
tra le alghe di un fondale troppo fondo. A quello
che portava scritto dentro
אין עוד מלבדו
importerà di poco il cambiamento: un dito, un cespo d’alghe, la sabbia tiberiana
di Sperlonga. Ma a mio nonno,
chissà se a quel motto assoluto, così pesante,
sia poi riuscito a crederci fino all’ultimo istante,
solo com’era lui, per davvero,
e senza neanche il suo anello, dimenticato in un cassetto di campagna
prima del rastrellamento di ottobre, vicino al lago di Albano.

Sono tornato a riva e non ho detto niente.
Sdraiata al sole Enrica
mi ha sbirciato da sotto gli occhialoni (da sole) e poi
ha fatto la lagna: “Questo mondo è così per scontato. Mi piacerebbe che nella vita succedessero cose più fantastiche, più divertenti. Qualche imprevisto vero, tipo un ceto che ci assale dagli abissi o un drago che sbuca da dietro la montagna e mette fuoco a tutte quelle orribili antenne... Tipo un satiro che piomba in spiaggia e si strombazza quelle due lì sdraiate a culo dritto...”

Quindi ho pensato di poterla accontentare.
Le ho chiesto di rivestirsi e accompagnarmi
alla polizia, per una denuncia.
- Ma come una denuncia? Chi denunci?
Non le ho risposto bene. “Denuncio un furto” ho detto,
“vieni, andiamo.”

E il poliziotto che mi interrogava ha chiesto:
“Lei vuole sporgere denuncia contro il mare...”
“Sì, esatto. Mi ha rubato l’anello di mio nonno. Era antico e prezioso, oro a 18 carati e un rubino da mezzo carato nel centro.”
Enrica con la faccia deformata
è sbottata in una risata sguaiata
e anche il poliziotto ha riso. Io però non molto.
L’anello in effetti era perso. Ho sorriso
per non rovinare la loro scenetta d’imbarazzo. Ma l’assistente capo comunque ci ha trattati bene.
Ci ha offerto un caffè e dei biscotti.
Forse perché Enrica gli ha spiegato – da signorina come lo sa fare, occhieggiando – che lavoriamo al ministero a Roma
e che era il primo giorno di riposo dopo un inverno di carte.


Gustav Courbet, Woman With a Parrot, 1866

mercoledì 5 agosto 2009

In nome della Madre

Molte nascite qui intorno: il mondo, come un serpe, cambia pelle.

E capita che l'argomento rimbalzi sulle cose scritte e sui libri che mi vengono tra le mani ultimamente, inducendo pensieri disordinati sulla maternità. In controtendenza all'atroce mammismo che spesso ci circonda, ma senza purtroppo raggiungere le vette dello shaktismo indù, dove il rapporto con la madre è sublimato in quello con la Madre divina e per l’abbraccio di Kālī, Tārā o Durgā c’è gente pronta a spiccarsi la testa dal collo.

Aveva già cominciato B., ricordadomi una poesia di Pasolini:

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… (ASCOLTA)

Poi c'è stato il Premio Strega a Stabat mater di Tiziano Scarpa e mia sorella, incinta, che per caso lo trova in libreria e lo acquista. Il diario (interiore?) di una sedicenne cresciuta nell'Ospedale della Pietà di Venezia in qualche momento intorno al 1703, quando Vivaldi comincia a insegnarvi violino: mi ha intrigato la sua confusione di quando, bambina ancora ignara di essere nata da donna, confonde un parto segreto nelle latrine dell'ospitale con la defecazione, da cui poi tutto un modo suo viscerale di guardare al legame immaginario con la madre. Da cui il ricordo di un racconto abortito in età universitaria, la nascita di un supereroe da un bolo fognario di escrementi, secrezioni mestruali ed emissioni di sperma vaganti - e il suo titolo, che avrebbe potuto essere Superstrunz o magari Il figlio dello stronzo.
Per questo remoto ricordo forse, più in sintesi e con assai meno poeticità che nello Stabat mater di Scarpa - ma con più incisiva crudezza - gestazione e nascita descritte nella poesia Lu fetu di Scberto da Gierbino hanno fatto risuonare armoniche più vicine all'orrore, al mio orrore!, per un essere che cresce dentro a un altro essere e che, come spietato alieno o parassita, lo succhia (rigenerandolo però, a quanto si dice):

Aggiu visct, aggiu usservat, di Mariulina, lu fetu
Cà s'accrisch int' a la panza annanza
Cà s'ammigna chill'cà s'ammign'a madr
Cà s'abbive li liquidi addintro
Cà sa la sugge dintro lo dintro de la panza cà s'accrisch
Cà nu iurno nu iurno dopo iurno
Illo sa scbomba fora coma nu cupolone andrabasciato ni lu umbelico ligato
Cà s'apparturisc nu iurno
Sfregnand a fregna cà sa scmostra
Cà sa disciacqua fora e s'asbardascia
Cumma nu cazzu gigante scbrudante frignante sa sbascia
Cà s'arraburdisce e i sa sctrumba fora spisciat ni lu sang
Cul curdone sa piccicat'a fora
Cà lu munn intiero de l'omo
Sa svitato pur isso accusì a fora
Cà chissà, cà cazzu pinsasse da truvasse, a fora. (ASCOLTA)

Le molte lodi all'intervento de-misitificatorio di Erri De Luca, Nel nome della madre, mi hanno poi in pratica costretto a una lettura su cui probabilmente avrei glissato. Un libro sull'Annunciazione, ho pensato, su un tema che lasciava a bocca aperta perfino san Francesco... Invece: che banalità! Scritto bene, rotondo, ma a vantaggio di cosa, di quale ulteriore intendimento? Una madre come (quasi) tutte le altre preoccupata di sé e del proprio figlio: non dà senso scomodare per questo le cose divine.
Quello dell'Annunciazione però è un tema potente e ho voluto allora riprenderlo qui da un punto di vista diverso, di cui non ho trovato traccia nella letteratura (colpa la mia ignoranza, chissà) e invece sì nelle immagini: il tema dello stupro della donna prescelta da parte dell'angelo di Dio. Un punto di vista che, mi sembra, anziché svilire l'Annunciazione a patetico mammismo sulle sorti mortali del proprio figliolo, mette in evidenza nel rapporto tra noi esseri umani e Dio lo scontro di desideri e volontà - tema tra l'altro pregnante per tutta la storia ebraica e per la storia personale di Gesù ("Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà." Luca 22, 42). Tema che ci dovrebbe toccare assai da presso, visto che dagli esiti di tale scontro dipende la nostra libertà di scelta.

Simone Martini, Annunciazione (1333), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Il reperto più antico. L'angelo si presenta a Maria, ma lei è turbata (cfr. Luca 1, 29) dalle sue parole e si ritrae.

Ambrogio Lorenzetti, Sinopia dell'Annunciazione (1340), Eremo di S. Galgano, Siena.

Come nella didascalia: l'apparizione dell'angelo getta Maria a terra. Lo stupro ha inizio con l'umiliazione della posizione eretta della donna, costretta a piegarsi fisicamente e a piegare la propria volontà.

Ilario da Viterbo, Annunciazione (1393), Porziuncola, Santa Maria degli Angeli, Assisi.

In modo più discreto, il turbamento di Maria è evidente nelle immagini di Ilario da Viterbo, Donatello e Lorenzo di Credi.

Donatello, Annunciazione (1435), Santa Croce, Firenze.


Lorenzo Di Credi, Annunciazione (1480-85), Galleria degli Uffizi, Firenze.


Sandro Botticelli, Annunciazione (1489-1490), Galleria degli Uffizi, Firenze.

Botticelli, avvicinandosi più di ogni altro a Lorenzetti, rappresenta con plasticità esagerata il gesto di allontamento di Maria dall'angelo, espressione del suo netto rifiuto. E si osservino le mani che lo respingono mentre cerca di insinuarsi dal di sotto.


Lorenzo Lotto, Annunciazione (1528), Museo Civico Villa Coloredo Mels, Recanati.

Qui la manifestazione dell'angelo è un attacco. Dio stesso dall'alto gli indica la vittima designata. E sia Maria sia il povero gatto, terrorizzati, cercano una via di fuga.


Domenico Beccafumi, Annunciazione (1564 ca.), Chiesa di S. Martino, Sarteano.

Le cose già dette si ripetono, ora più sommessamente ora meno, nei dipinti di Beccafumi, Tintoretto, Rubens, Boschi.


Tintoretto, Annunciazione (1581), Scuola di S. Rocco, Venezia.


Pieter Paul Rubens, Annunciatie (1609-10), Kunthistorisches Museum, Vienna.


Fabrizio Boschi, Annunciazione (1632), Chiesa di San Gaetano, Firenze.


Dante Gabriel Rossetti, The Annunciation or Ecce Ancilla Domini (1850), Tate Gallery, London.

Nel quadro di Rossetti, Maria sembra cercare scampo dalla presenza dell'angelo ignorandolo mestamente, atteggiamento ancora più palese in Tissot.


James Tissot, Annunciation (1890), The Brooklyn Museum, New York.


Henry Ossawa Tanner, The Annunciation (1898), Philadelphia Museum of Art.

In Ossawa Tanner Maria osserva l'apparizione con rassegnata tristezza, sembra implorare il violentatore di lasciarla stare, pur nella consapevolezza dell'inevitabile sorte.


Jamie Baldridge, Announciation (200?).

Baldridge rappresenta invece la donna dopo lo stupro, quando non le resta che rannicchiarsi in sé per trovare un minimo conforto da quanto nell'aggressione le è piombato addosso.


Chris Ofili, Announciation (2006).

Con Ofili l'atto della fecondazione della donna da parte di Dio è finalmente rappresentato come congiungimento carnale.


HSO, Annunciazione (2008).

Infine due rappresentazioni pop: quella di HSO, maldestro collage dove l'Annunciazione è un atto di violenza pornografica e quella di Roberta Torre, in cui l'angelo di Dio fuoriesce, più che mai ironico e attuale, dalla televisione, spaventando una Maria kitsch e prosperosa che sta stirando i panni di Giuseppe (o uno straccio da cucina, non importa).


Roberta Torre, Annunciazione (2009).