giovedì 23 aprile 2009

La legge del karma e l'inquinamento

La legge del karma, in soldoni da Blogger, sostiene che si raccoglierà nelle prossime incarnazioni in vita ciò che si è seminato in questa. Secondo l'induismo è una legge di ferro cui nulla sfugge, neanche il più minuto gesto. Ma è anche una legge di questo mondo (loro non accetterebbero questa limitazione, siccome tendono a materializzare lo spirituale), che si preoccupa di far tornare i conti delle nostre azioni - pensieri, desideri e intenzioni non sono contemplati dalla legge del karma, in quanto appartengono ai mondi spirituali superiori di cui quaggiù si percepiscono soltanto gli ultimi riflessi.
Tutto quanto ci riguarda, e ciò di cui possiamo e dobbiamo preoccuparci quaggiù, sono le nostre azioni. Potremmo anche desiderare di fare fuori mezzo mondo, ma se non lo facciamo, secondo la legge e secondo il karma, non siamo imputabili di nulla; potremmo anche avere l'intenzione di stuprare qualcuno en passant, ma se quando stiamo per metterci in moto interviene qualcosa a fermarci, nessuno lo saprà né potrà giudicarci. Per il karma e per la legge abbiamo le mani pulite.

Il punto della legge karmica è che se abbiamo fatto del male o arrecato sofferenze, quel male e quelle sofferenze ci torneranno indietro in qualche modo, e se non in questa vita nelle prossime e fino a far tornare i conti.

Durante l'ultimo viaggio in India, ho sofferto molto per l'inquinamento. La regione dell'Uttar Pradesh da New Delhi a Varanasi è particolarmente sporca, il Gange è fetido, ma anche gli altri principali centri urbani sono ormai invivibili e ne soffrono tutti, soprattutto gli indiani. Parlavo con loro e in tanti si lamentavano dell'inquinamento atmosferico, non per moda neo-apocalittica, che se ne fregano, ma per l'effettiva sofferenza indotta da quanto li circonda: emissioni di idrocarburi del tutto deregolate, scarichi industriali tangentati nei corsi d'acqua, un'infinità di auto e motoveicoli che si muovono da mattina a notte senza curarsi dei decibel di inquinamento acustico, e tanta gente che butta tutto a terra e dove capita, dentro casa, per la strada, nel fiume, gli animali e le persone che cacano e pisciano dove capita, anche se alle deiezioni sparpagliate loro ci sono abituati e non si scompongono. E mi sono chiesto quali colpe mai abbia commesso quel popolo, peraltro così disciplinato, per trovarsi sommerso da tanta sporcizia. 
[A prima vista potrebbe sembrare ironico definire gli indiani disciplinati, ma a ben guardare dietro le loro tante anarchie - comportamenti che noi possiamo ritenere anarchici - sono disciplinati davvero. Una per tutte, un po' sommariamente: è legge da qualche tempo in India di non fumare nei locali pubblici e nessuno osa accendersi nemmeno un bidi.]   

Personalmente non credo nel cassandrismo ambientalista degli ultimi decenni. I dati sono pochi e troppo limitati nel tempo, e la scienza ha ormai il vizio di pontificare come un tempo, appunto prima della vittoria copernicana, pontificavano i pontefici tolemaici. Saranno cambiati gli argomenti e forse penseremo di avere più ragione noi di quanta non ne avessero loro, ma l'atteggiamento mentale è proprio lo stesso: nell'anno 1000 di cultura biblica si aspettava l'apocalisse biblica; nell'intorno statistico dell'anno scientifico 2000 si trema per l'apocalisse ambientale. 
Ma se l'India che ha inventato la legge del karma si ritrova già soffocata in questi primi anni del terzo millennio da scarichi e rifiuti, quale mai saranno le sue colpe? O forse la parabola indiana ci suggerisce che come le colpe dei padri ricadono sui figli, almeno così è scritto, così le colpe dei cattivi vicini possono ricadere su di noi moltiplicate se non gli opponiamo resistenza? E l'India, esausta da sovrappopolazione e povertà, non oppone alcuna resistenza al consumismo vetero-capitalista.

Può darsi allora che la legge del karma vada aggiornata ai tempi in cui viviamo. Dire che ognuno paga (o più raramente incassa) il prezzo delle proprie azioni non è più sufficiente: è ora di riconoscere che siamo un po' tutti collegati e dipendenti gli uni dagli altri e che le proprie azioni vengono quotate nella borsa del karma e influiscono poi sull'economia vitale di tutti. E lo sapevano persino gli alchimisti, scienziati imberbi, che omne omne est: che tutto è (in) tutto.

venerdì 17 aprile 2009

Mafiavellico e stop

Riapro e poi chiudo definitivamente l'argomento Gomorra, tanto per ora non c'è altro da aggiungere. Voglio solo chiarire fino in fondo l'orizzonte di quei pensieri.
1. Intanto che il film ci dà della Camorra l'immagine più stolta possibile, davanti alla quale anche quelli della Banda della Magliana fanno la figura di intellettuali progressisti.
2. Il libro invece è giusto e ben fatto (bacio le mani...), ma l'orchestrazione commerciale che l'ha innalzato ai vertici delle hit parade dei best sellers mondiali è in effetti un po' livida... checché, giustamente, ne dica l'autore. Ma io, per uno strano populismo cronico, forse retaggio di infanzie post-proletarie, non riesco a smettere di credere ai proverbi, e qui ce n'è uno che cade proprio a fagiuolo: il troppo stroppia. E va a finire che con questa fiammata gli hanno anche bruciato la carriera all'autore.

In che senso il troppo stroppia?

Sì, allora: se io fossi un malavitoso organizzato di quelli di oggi, che altroché pizzaioli sono, tra le varie malefatte di cui mi occuperei ce ne sarebbe di certo una machiavellica: farmi accettare dalla società civile, non dico farmi amare che è troppo ma almeno metterglielo in culo. Lasciamo stare le pistolettate e i commerci, che fanno parte del fundraising. Oggigiorno quello che conta è l'immagine, l'eventuale sostanza verminosa ha poca importanza: è come nello specchio di Dorian Gray. Perciò, visto che per comprarmi le produzioni cinematografiche e le case editrici mi basterebbe staccare qualche assegno - tanto poi dove li abbia presi quei soldi non fregherà a nessuno, l'importante è che ce li abbia - mi comprerei case editrici e produzioni cinematografiche e, facendo leva sul pecoreccio del volgo e sul suo inerte giustizialismo, spingerei senz'altro per la commercializzazione di prodotti che parlano di me. Non li censurerei neanche un po', che quanto più se ne parla meglio è, che diventa poi come non parlarne più, parafrasando la nota sentenza di cassazione: "cambiare tutto per non cambiare niente". 
Una mentalità criminale d'altra parte è costretta a essere più avanguardista delle altre, è questione di sopravvivenza e, come auspicabile, di vittoria - e lo sapeva anche Woody Allen quando scrisse che i cattivi hanno capito qualcosa che i buoni ignorano (frase che gli viene attribuita su internet, senza chiarirne la fonte).

La mia, sia ben chiaro, è un'ipotesi meramente ipotetica, uno sfizio del pensiero. Non ci sono gli indizi né tantomeno le prove delle accuse che ipoteticamente ipotizzo, quindi chiudo e passo ad postera.

PS. Mi si scuserà, spero, la poco velata rassegnazione di questi post, ma mi trovo ormai da tempo in una situazione di quelle che la psicologia definisce di "impotenza acquisita". Hanno vinto "loro" e alla grande, hanno sempre vinto "loro" e hai voglia tu a parlare e strepitare, che è come dentro a una sabbia mobile, più ti muovi più vai giù. D'altra parte cos'è sta roba di dare sempre la colpa a qualcun altro: sono stati loro, è colpa loro, i cattivi sono loro. Ma loro chi? Dovremmo tentare forse terapie alternative, tipo finirla con i loro e i brutti cattivi e cominciare a mettere dentro tutti i complici, i conniventi, i compiacenti, i pago in nero perché mi conviene, gli evado il fisco perché lo fanno tutti, insomma un po' tutti noi. Loro di conseguenza mi sa che si estinguerebbero e allora saremmo finalmente liberi.

venerdì 10 aprile 2009

Alla scoperta dell'acqua calda

Roberto Saviano, bontà sua, ha raccontato agli italiani la storia sconvolgente dell’esistenza della Camorra, della terra in cui affonda le radici e dei suoi tentacoli imprenditoriali transnazionali. Benissimo. Nel 1975 (!), nella relazione di minoranza della commissione antimafia, fu scritto: “Come la mafia si trasferì negli Stati Uniti con l’ondata emigratoria, così è avvenuto con il suo trasferimento a Nord, favorito anche dai soggiorni obbligati. Ma la “centrale”, non solo in termini “ideali” o di tradizioni, ma di terreno di continua riproduzione, rimane la Sicilia. Ciò non esclude che lo strato superiore, lo “stato maggiore”, si distribuisca fra la Sicilia, il Nord e perfino Paesi stranieri, e sia ricco di enormi mezzi finanziari, incrementato, particolarmente negli ultimi anni, con traffico di droga e con i sequestri, e quindi di grandi possibilità di spostamenti e di collegamenti” (cfr. Aurelio Lepre, Storia della prima repubblica, Bologna 2006, p. 331). Fatti i dovuti aggiustamenti alle nomenclature, sembra proprio la descrizione di un quartierino di Gomorra.

A che pro questo richiamo, come dire, erudito? Conosciamo infatti tutti la storia della Mafia. Ma allora qual è il punto del grande successo del libro Gomorra? Forse ci ha ricordato qualcosa di cui, ops, ci si eravamo dimenticati? Forse ci ha detto che non c’è solo la Mafia ma anche la Camorra? E allora ci stupiremo anche davanti al prossimo giornalista o giudice che ci dirà le stesse cose della 'Ndrangheta, quando sarà il suo turno? O forse ci sta dicendo che la malavita è diventata ormai cultura? Giovanni Falcone ebbe a dire (cito a memoria): “La Mafia è una cosa umana e, come tutte le cose umane, ha avuto un inizio e avrà una fine”. Vero. Ma tutti sappiamo che non è così. Potrà finire il nome della Mafia e potranno avere termine, come è già successo più volte, certe sue strategie, ma ciò che è alla radice del fenomeno mafioso non è estirpabile, perché è parte della natura umana, comunque lo si chiami: pirateria, brigantaggio, capitalismo deregolato, ecc. È il predatore che prende senza chiedere il permesso, come è nella natura delle cose. Cosa fa allora la società perbene davanti a quel mostro che riconosce, teme, invidia e rinnega? Lo sublima. Cioè, lo astrae per gradi dalla sua realtà reale e gli dà una forma altra, di intrattenimento (categoria in cui ricade ormai, purtroppo, anche l’informazione). Autori e titoli sono sotto gli occhi di tutti, da Il padrino ai Soprano a Gomorra.

Sulla collettività questo implica però una certa assuefazione al male - il male non come categoria metafisica ma sociale. Ogni generazione deve fare i conti con il male che la pervade, il quale è sempre un po’ diverso da quello della generazione precedente. E siccome l’arte ha anche il pallino del nuovo, le nuove rappresentazioni del male dovranno essere sempre diverse e adatte allo spirito dei tempi, in pratica sempre più realiste, più ciniche e più crudeli. Basta prendere un telefilm come Starsky e Hutch e uno come Nip Tuck. La differenza salta agli occhi: quelli erano due sbirri con anime da mocciosi, questi sono due nazisti che giocano a fare i chirurgi.

Per concludere: del male sociale sappiamo tutto tutti, e chi non lo sa o è al manicomio o sta per finirci. Le rappresentazioni letterarie e cinematografiche delle malavite organizzate non servono – purtroppo! – al risveglio delle coscienze, ma solo al loro progressivo adattamento all’esistenza dominante di quel tipo di associazioni. Non parlo di intorpidimento delle coscienze: la sublimazione del male è il solo modo di entrarci in relazione che non sia il conflitto. E siccome del conflitto dovrebbero farsi carico gli organi istituzionali, alla gente comune e agli artisti non resta che sublimare. La letteratura e il cinema non sono il luogo deputato alla risoluzione di un problema sociale tanto estremo come quello delle mafie transnazionali e delle loro collusioni con la politica, anche se sono in grado di far saltare le zampette a un paese ormai in rigor mortis. Quando gli organi competenti di governo latitano (e in Italia questo è di prammatica, fatti salvi i trascinanti eroismi individuali) allora non resta che consolarsi guardando lo show del paladino Roberto a Che tempo che fa o magari rivedersi Marlon Brando che dice: “I’m gonna make him an offer he can’t refuse”. E questo principio d’affari la Mafia e la Camorra lo conoscono bene: ogni cosa ha un suo prezzo, anche la tolleranza di un paese.