venerdì 25 dicembre 2009

Arafel

Arafel (ערפל) è una parola ebraica e significa semplicemente "nebbia". È una parola che mi piace molto, come suona. E mi piace la sostanza che indica, quell'informità lattiginosa propria dei luoghi paludosi e insalubri, da cui non si sa mai cosa può uscire fuori, se un dragone assopito o una donna voluttuosa  e seminuda incatenata a un tronco contorto. Una donna di cui diffidare, più anche che del drago. Di tutto ciò che esce dalle nebbie è bene diffidare. Può darsi sia un istinto di sopravvivenza legato alla mancanza di controllo visivo. Non vedi, non capisci: diffidare. E alla nebbia è legato l'immaginario relativo ai barbari, selvaggi cruenti e sprezzanti di ogni norma di civiltà acquisita. I barbari: che trascorrono sui campi coltivati e li seminano a sale.

Potrebbe essere sufficiente leggere Il ritorno di Rutilio Namaziano, ultimo autore pagano del V secolo, incamminatosi verso i suoi possedimenti gallici dopo il sacco di Roma del 410, per rendersi conto di cosa sia una terra desolata dall'arrivo dei barbari. Il degrado spietato al disorganizzato, all'insicurezza e all'imprevedibile, al difforme. È un nuovo mondo, con nuovi desideri e altri concetti. E il nuovo non  è tenuto a curarsi del vecchio, se non per rapinarlo di quello che gli piace o che gli serve: ricicla templi in chiese, teatri in case, peristili di campagna in stalle. Il vero nuovo non è un atteggiamento ma un colpo di spugna: l'intolleranza di una religione orientale in cui si stava reincarnando l'impero, e che già aveva massacrato i millenari dèi e i loro adepti; gli arbitri sottoposti all'arbitrio reiterato del vae victis... Cose da far paura per davvero. E a chi volesse approfondire un po' il discorso, suggerisco il breve saggio di Alessandro Baricco, intitolato appunto I barbari. Con una sola precauzione: si tratta del pensiero di cittadino patrizio in piena forma, che spiega il barbaro e cerca a modo suo di esorcizzare la propria disfatta. Non è un vandalo che parla di se stesso.

Lo scrittore che frutta buone rendite sa che il suo mondo si sta sclerotizzando, lo sente minacciato; crede anzi che i barbari siano già tra di noi e che noi, cioè lui sia sopravvissuto, e insieme a lui l'ingorda editoria borghese. Che nel momento dell'apoteosi dei suoi intenti di lucro, programma a tavolino best sellers in schiera, come questo, con piglio industriale e ben conscia della compiacenza dei consumatori, che qui si fregiano del nome di lettori.

Dissi una volta a un amico che Il nome della rosa è uno dei miei libri preferiti. Mi rispose che quel libro segna l'inizio della cultura al servizio del mercato, dell'imbarbarimento dei costumi letterari in altri termini (cioè, secondo il suo concetto di barbarie). Non sottoscriverei questo discrimine con certezza. La letteratura è sempre stata al servizio del proprio mercato di riferimento. Così fu alla corte di Mecenate o negli scriptoria abbaziali o nel salotto di M.me de la Fayette. Immaginare un mondo letterario meno compromesso è un  modo di pensare da invidiosi.

Ma quando dalla nabbia si sbozzerano le figure dei veri barbari, sarà tutto diverso. Non come ce lo siamo immaginato.


Boris Vallejo, Mlenfee (1997 - con anacronismo WTC)

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