Ieri sono andato dal medico per una prescrizione mutualistica, e dal mio medico adesso funziona così: si entra, si prende il numeretto come al supermercato, la segretaria poi, che ha una memoria di ferro e ci conosce tutti per nome, trascrive le ricette sul computer, le stampa e le porta al dottore per la firma. La procedura anche ieri era la stessa. Solo che al ritorno mi si è avvicinata con aria di confabulazione e ha bisbigliato: "Dice il medico che quest'anno dovete vaccinarvi tutti in famiglia...". Sono trasalito. Le ho chiesto, un po' incerto: "Ma perché?...". "Mah..." ha risposto lei, "devi chiederlo a lui". Ecc. E già cominciavo a immaginare che, aperta la porta dello studio, me lo sarei trovato davanti così combinato, pronto alla vaccinazione coatta:
Paulus Fürst, Il medico della peste, acquaforte, 1656.
[Durante l'epidemia di peste del 1656 a Roma, i medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali protettivi e guanti. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.]
Poi invece si trattava solo di un suggerimento, che quella fessa della segretaria mi aveva spacciato per vitale raccomandazione. Il solito vaccino influenzale, senza di mezzo polli, maiali e altri pezzi di macelleria, né tanto meno la peste. La peste sì che era un morbo, ragazzi! Quando c'era lei non c'erano la Roche e le altre industrie farmaceutiche a prepararci i vaccini e a inventarsi epidemie da quattro morti l'anno in pompa magna mediatica per spaventarci e venderli - a proposito, avete visto il film The Constant Gardner? Consigliato.
Delle epidemie di peste hanno scritto alcuni tra i più grandi autori delle letterature del mondo: Tucidide, Lucrezio, Virgilio, Paolo Diacono, Boccaccio, Defoe, Manzoni, Poe, Camus. Ma il testo sulla peste che più amo è quello di Antonin Artaud intitolato appunto Il teatro e la peste, brevissimo saggio raccolto nel volume Il teatro e il suo doppio. Quel testo era presente nella biblioteca di famiglia e perciò lo conoscevo già dai tempi del liceo. È stato però solo nel 1997 che si è legato indissolubilmente alla mia vita. In quell'anno, in cui quasi terminava la mia carriera universitaria, il Living Theater fece il suo ennesimo passaggio a Bologna, portando al DAMS un seminario di un paio di giorni: un mini laboratorio sul loro teatro, cui sarebbe seguita la messa in scena del poco che avrebbero potuto insegnarci, e Il teatro e la peste di Artaud è sempre stato un cavallo di battaglia di Julian Beck e Judith Malina - anche se nel '97 Julian Beck era morto da oltre un decennio ed era rimasta la sola Malina a insegnare, coadiuvata dall'organico della compagnia del momento.
Il seminario fu interessante, superficiale per la brevità del tempo a disposizione ma bello, e tutto volto a quella messa in scena finale che aveva come fulcro la rappresentazione della propria morte, come da testo artaudiano. Facemmo lo spettacolino nella palestra di una scuola, mi pare, una cosa di poco conto, forse di una mezz'ora e tutto era finito. Ma al termine di quella mezz'ora io ero entrato in uno stato d'estasi mai provato prima, né dopo. Di irrazionale felicità. Ho cercato diverse volte in seguito di motivarmi la sensazione di quel momento: come catarsi dal pensiero della morte, come illuminazione dionisiaca, come urlo e smantellamento delle convenzioni sociali. In effetti, una risposta sicura non ho saputo darmela. Ricordo quell'euforia come un amore violento, assoluto, finale; ricordo che, appena finimmo, mi innamorai pazzamente per un'ora di un'attrice americana, con cui scambiai occhiate di fuoco e che probabilmente mi prese per un cretino; ricordo che finì tutto come niente e che poi ognuno se ne andò a casa propria - e solo io magari, il pazzo dionisiaco e catartico, il dissociale, mi ero sentito quel sentimento addosso.
Sull'autobus tornando anche io da solo alle solite cose, sentivo quel sentimento scemare, mi sforzavo di trattenerlo con le unghie. Ma se ne andava. A casa riempii una vasca di acqua calda (era inverno) e mi immersi. Fumai una sigaretta, sognavo una felicità bohémienne fatta di un'esistenza al di sopra delle righe, di exploit illeciti, di ubriacature, di amori furiosi e lascivi che duravano il tempo che il sudore asciuga.
E poi morii in vita di nuovo.


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