venerdì 30 ottobre 2009

Shakti Market

La teorizzazione delle cose ovvie in simboli mistici non è da tutti, né è cosa di tutti i giorni.
Fatta esclusione per il mito dell'androgino nel Simposio platonico, peraltro una storiella relativamente sciocca, occorre arrivare in India per vedere rappresentata con pienezza di senso l'unione del femminile (Shakti) e del maschile (Shiva): nell'Ardhanarishvara, figura di valenza cosmica per metà uomo e per metà donna, tra le più rappresentate nel pantheon dell'iconografia religiosa Indù. L'immagine qui sotto di Sunder Singh Khwal ne è un meraviglioso esempio, da cliccare e aprire a tutto schermo.


La banalità dell'unione del femminile con il maschile, come la gran parte delle cose ovvie e che tali sono solo per l'abitudine a vedersele sbattute sotto il naso, nasconde una vertiginosa profondità. Cosa tanto profonda che, a provare a raccontarla, si finirebbe per riempire tomi di mitologie e ritrovarsi infine al punto di partenza: quello di un'ovvietà fondante e in pratica inspiegabile.
Si danno però casi limite dove la superficie liscia delle abitudini si incrina e l'abisso si mostra. Penso ai santi - e, per carità, alle sante. A loro siamo soliti pensare in termini moralistici, non spirituali, e anche questa parola, spirituale, la usiamo nell'ignoranza del significato più proprio. E non c'è da farsene una colpa, visto che di molte delle parole che usiamo ridirigiamo il significato su esperienze alla nostra portata: spiritualità, anima, divinità, perfino amore, sono parole quasi sempre usate impropriamente.

Le rappresentazioni agiografiche dei santi si incentrano su poche regole comportamentali, di cui la castità è condizione imprescindibile. In occidente e in oriente, fatta esclusione solo per alcuni aspetti del tantrismo. Ma lo sviluppo spirituale di un individuo è impedito, se non contempla una qualche forma di unione con l'altro sesso. I santi, quelli più veri, ne furono consapevoli e le loro vite stanno a dimostrarlo. Ognuno di loro ha avuto al proprio fianco una compagnia di ascesi, shiva o shakti. San Francesco ne ebbe due: santa Chiara e Jacopa dei Settesoli; san Benedetto ebbe santa Scolastica, sua sorella; shri Ramakrishna sua moglie, Sarada Devi; non mi dilungherò nella lista, ritengo però possibile farlo e, per ognuno dei santi, rintracciare un accompagnamento del sesso opposto, sia questo moglie, marito, sorella, fratello, madre, padre o confessore.

A mia conoscenza l'ebraismo è la sola religione che, per definizione, non preveda forme di ascesi monastiche. Per il quale cioè la via spirituale non è, non può e non deve essere disgiunta da quella mondana. Non si auspica mai l'abbandono del mondo in quanto coacervo di corruttele e a vantaggio di silvestri solitudini, né si contempla un ciclo della vita al modo della tradizione induista: lo studio della Torah va di pari passo con una normale vita pubblica e sociale, con il matrimonio, con la famiglia e il lavoro. Anche questa scelta però non è sempre priva di stroppiature e buffe conseguenze, dovute alle nuove ibridazioni dei nostri tempi. Nel gruppo cabalistico dei Bnei Baruch, per esempio, l'importanza data all'unione matrimoniale raggiungeva il parossismo isterico di un periodico mercato delle mogli. Le istruzioni del maestro erano chiare: "Andate a vedere cosa c'è sul mercato [N.d.A. nella parte femminile del gruppo, mai in un luogo qualunque]. Se ce n'è qualcuna che vi piace, usciteci un paio di volte. Se vi va bene, sposatevi. L'importante è che vi sposiate, ragazzi, perché il vostro progresso spirituale dipende dal matrimonio". Il che, detto così, suona proprio brutale e burocratico, inadatto a noi anime belle che nell'imputtanirsi dei costumi cerchiamo l'amore romantico, cioè l'amore delle società borghesi. Invece è affermazione di tutt'altro livello: per prima cosa di adesione alla struttura cosmica dell'Ardhanarishvara o Shiva-Shakti o Ruach Elohim; l'amore poi con buona volontà e un po' di fortuna verrà, ma sarà amore anima e corpo in Dio e non l'agitazione fatua degli ormoni.

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