
Qualcuno avrà storto il naso, a qualcuno sarà venuto da ridere. Sicuro è che il titolo di questo libricino non passa inosservato: A fregn, di Scberto da Gierbino, Roma 2008. A leggere l'introduzione e le postfazioni di Barbara Alberti, Massimiliano Parente e Fabio Canessa si resta ancora più sopresi: un poeta rustico ignoto, cioè inedito, citato però in saggi ermeneutici già dal 1955? saggi dai titoli improbabili quali Lo Scberto e lo Sperga: il vernacolo come resistenza all'idea di nazione oppure Pascoli, dal canto del Kiù al dietro di Mariù; citazioni su riviste inesistenti quali Donna critica o Critica femminile; varie altre incongruenze ben lontane da ciò che si intende per "edizione critica". Ma allora che libro è A fregn, di Scberto da Gierbino e, soprattutto, perché scriverne su questo blog?
A fregn, di Scberto da Gierbino è un libro inventato a tavolino dai suoi curatori, evidentemente: inventato il personaggio, inventate le sue poesie, inventati introduzione e postfazioni (le quali peraltro trasudano di burlesco). Un libro scritto, credo, per disprezzo - e vorrei usare questa parola in senso positivo, nel senso cioè di saturazione, di resistenza alle vanaglorie e ai vaneggiamenti della cultura seria, ufficiale, impegnata, saturazione e resistenza tanto più motivate oggi che la cultura è alla mercede del mercato. Un libro scritto per dileggiare le arbitrarietà sempre nuove delle accademie; per vanificare nel modo più sporco possibile i dibattiti sulla poesia contemporanea, le opinioni degli uni e degli altri, i versi di chiunque sappia scrivere la lista della spesa e di chi invece è detto ormai "poeta" con lauro e talento; per vanificare chi critica e traccia imprevedibili acrobazie d'autore da un capo all'altro della cultura post-posmoderna, dall'Odissea (quella di Leopold Bloom, senza meno) a Yes Man. Un disprezzo che va a imbrattare un po' tutti: autori, accademici, editori, lettori - e se qui ne parlo è perché in questo disprezzo sfrenato, spinto fino ai limiti di una completa falsificazione della realtà (falsi gli autori, falsi i testi, false le tradizioni; veri solo i curatori del volume, ma falsamente), in questo disprezzo sfrenato, dicevo, riconosco il valore di chi dice: "Fate come volete. Avete consumato tutto, avete distrutto tutto, non ci avete neanche lasciato le pietre per ricostruire qualcosa, ma solo della polvere. Avete deturpato ogni parola, ogni sentimento, ogni angolo del pensiero, avete detto tutto e il contrario di tutto. Fate i vostri festival letterari, vincetevi pure i vostri premi truccati. Niente del vostro retaggio serve a niente, se non a promuovere nuovi arbitrii e nuove confusioni, nuovi insulsi guadagni, altre conventicole. Ma noi siamo gli angeli nuovi e vi voliamo sopra e vi guardiamo - e fate schifo davvero! - e non possiamo che cagarvi in testa".
Ecco un breve estratto dal libro.
Lu tuono (O misctero)
N'aggiu mai capit lu tuon
lu misctero de lu tuon
Camma funziona lu tuon?
Cà sa fuss na scurriggia, u tuon
saribbe cumma sentì primm'a puzz
e dop lu suon.

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