lunedì 21 settembre 2009

Communication break down

Mi giungono in questi giorni, anche in seguito alla pubblicazione del post L’odio (e in questo caso perlopiù in forma privata), segnali di mancata comunicazione, per l’ermeticità dell’espressione probabilmente o del pensiero. Critiche che, senza polemica né sussiego, vorrei provare a respingere.

È invalso ormai il costume di ritenere doveroso il farsi capire da tutti. È la logica delle pubblicità commerciali: più si partecipa delle cose della massa più si riesce a vendere. Ma la massa non sono persone, sono cassonetti dell’immondizia in cui riversare l’intera produzione degli oggetti e dei servizi. La comunicazione in questi casi tende a spalmarsi in ogni anfratto della società, si adegua e si conforma alle necessità e alle capacità medie, con tendenza costante verso il basso.

È inoltre consuetudine ritenere che altri tipi di comunicazione, quelli più intellettuali o presunti tali, siano cose di nicchia. E in gran parte lo sono, come sempre lo sono stati. Francesco d’Assisi, per esempio, volendo far intendere il Vangelo a tutti quanti, andava per le piazze delle città come un saltimbanco, facendo il buffone e spiegando le cose sacre come fossero opere buffe. Lo capivano tutti, ma con quali risultati? Cioè, cosa capirono davvero gli italici del XIII secolo dei misteri cristiani grazie alla predicazioni di Francesco? Videro il primo presepe che rappresentava – in epoca di sacre rappresentazioni – il mistero dell’incarnazione di Dio; videro (o gli furono raccontate) le stimmate del santo; goderono, parrebbe, dei suoi miracoli. Che altro?

D’altra parte, quali frutti abbiano raccolto i pochissimi lettori del libro dello Zohar, leggibilissimo per chi conosca l’aramaico ma del tutto impenetrabile, non è dato saperlo con certezza: frutti spirituali, cose celesti. Ma che roba è? Nel frattempo il mistero rappresentato da san Francesco è diventato statuine che ogni anno, intorno al 25 dicembre, compaiono sui banchi dei negozi, nelle chiese e ancora in qualche casa più tradizionale.

Non intendo, né potrei se volessi, paragonare i miserelli post di HSO al libro dello Zohar, ma identificare due modelli antagonisti di comunicazione: quello francescano-pubblicitario, che nel tempo e contro ogni volontà del santo è entrato a far parte del grande smercio delle cose sacre nel mondo, e quello cabalistico, ben poco vendibile perché del tutto ermetico, il cui unico scopo è di tirare quei pochi che possono farcela verso le cose divine.
Il primo tipo di comunicazione si propone di coinvolgere tutti e quindi si costringe ad abbassare il livello di comprensibilità: è comunicazione cristiana, ecumenica e perciò vulgata, dall’alto verso il basso; il secondo, invece, cerca di raccogliere quel pochissimo di buono che c’è tra gli uomini per far sì che il Creatore abbia ancora qualche motivo valido per non cancellarci tutti dalla faccia del cosmo: è comunicazione ebraica (nel senso di un ebraismo pre-napoleonico e pre-illuminista), elitaria e perciò segretata. Dall'alto verso le vette del basso, affinché le nevi dimoino e bagnino le pendici dei monti e le valli.

Il mio ideale di scrittura – quello che perseguo nella vanità della mente – si vorrebbe collocare in una zona di equilibrio tra le due tendenze, sia per scelta sia per non enfatizzare troppo le mie limitazioni in su e in giù. E nel farlo non mi do regole che non siano quelle dell’espressione contingente, quelle cioè che legano la tipologia di scrittura all’argomento trattato, come già ebbe a sostenere tale Alighieri (De vulgari eloquentia II, 4). E allora è possibile che un certo argomento, nella mia visione autoriale, richieda un’espressione insieme ironica e seria, oppure che un pensiero venga connesso agli altri in "strane maniere" per creare effetti di imprevedibilità, spesso allo scopo di seminare dossi dove magari non ce ne sarebbe bisogno, così che occorra rallentare, se si vuole passare per quella strada, e soffermarsi. Senza fornire didascalie o cartelli stradali: il regno della mente è del tutto reversibile e gli incidenti, a differenza del mondo fattuale, non sono quasi mai mortali.

E poi ritengo che per un lettore sia più importate capire quello che deve e può capire di se stesso, piuttosto che capire meglio o sapere con chiarezza ciò che intende l’autore. Né mi interessa fare della maieutica e strappare dai visceri di chi mi legge delle ragioni, o verità, condivisibili.


Post Scriptum, solo per i più curiosi (o sfaccendati).

In merito al post L’odio e a quanto di implicito vi è contenuto in termini di moralità, malvagità, eccetera, ci sono alcune specificazioni che vorrei fare, che pure so di difficile condivisione. Per questo lascio la parola al libro del Dr. A. Cohen, Il Talmud, Bari 1984 e ciascuno poi capisca quello che deve e che può.

III.4
In alcune preghiere sopra citate, si fa menzione della “cattiva inclinazione”, come di una forza che trascina al male, insita nell’uomo e capace di opporre un ostacolo formidabile al retto cammino della vita. Viene chiamata “il lievito che è nella pasta”, il fenomeno, cioè, che suscita gli elementi cattivi della natura umana, i quali, se non vengono soppressi, travolgono i migliori istinti e conducono alle male azioni. (p. 122)
Era però opinione comune che la cattiva inclinazione fosse la disposizione stessa dell’essere umano, quale resulta dagli istinti naturali, particolarmente dal desiderio sessuale. Di conseguenza non è un qualche cosa di essenzialmente cattivo, perché Dio crea soltanto ciò che è buono. È male solo in quanto se ne può fare cattivo uso. Ci possiamo rendere conto chiaramente di questo aspetto dalla interpretazione data alle parole “molto buono” del verso “E Dio vide tutto ciò che aveva fatto ed ecco, era molto buono” (Gen., I, 31), come riferentisi alla buona e alla cattiva inclinazione. “Anche la cattiva inclinazione è molto buona?” si domanda, e si risponde: “Se non fosse per questa inclinazione, nessuno edificherebbe una casa, sposerebbe una moglie, genererebbe figli o si affaccenderebbe in negozi” (Gen. R., IX, 7).
Così questa tendenza, per quanto suscettibile di trascinare al male, è un attributo essenziale dell’uomo, poiché gli offre la possibilità di divenire un essere morale: senza di essa, infatti, non sarebbe possibile fare il male e quindi anche il bene non avrebbe senso. Logicamente si concludeva che “Non c’è cattiva inclinazione negli animali” (ARN, XVI) poiché in essi manca il senso morale. La stessa idea si rispecchia nella dichiarazione: “Vieni, ascrivici come merito ai nostri antenati, perché se essi non avessero peccato, noi non saremmo venuti al mondo” (A. Z., 5a). Dal fatto che essi “hanno peccato” si deve dedurre che essi hanno subito l’influenza della cattiva inclinazione, i cui effetti sono considerati un merito, in quanto hanno perpetuato la razza. Così pure le parole: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore” (Deut., VI, 5) vengono commentate: “Con le due inclinazioni – la buona e la cattiva” (Sifré, Deut., § 32; 73a). Perfino la cattiva inclinazione può essere impiegata al servizio di Dio e divenire un mezzo di manifestargli amore. (p. 125)
Il grande pericolo di questa inclinazione è la sua capacità di crescere indefinitamente se non vien dominata fin dal principio. (…)
I Dottori non si illudevano sul potere tirannico esercitato da questo istinto profondamente radicato. Dichiarano che: (…) “L’uomo deve sempre opporre la buona inclinazione alla cattiva inclinazione. Se la vince, bene; se no, si occupi della Torah. (…)” (Ber., 5a). (p. 126)
Creata da Dio a uno scopo definito, quello, cioè, della conservazione della specie umana, quando nel futuro, questo scopo sarà venuto meno, la cattiva inclinazione non sarà più oltre necessaria. (p. 127)

IV.5
Se la cattiva inclinazione è parte integrante e indispensabile della natura dell’uomo, non è questi costretto a peccare? I Dottori lo negano formalmente. Questo elemento dell’uomo, indispensabile alla conservazione della specie, è in suo potere. “Se la vostra inclinazione cerca di spingervi a una condotta frivola, cacciatela con parole della Torah. Voi potreste dire che sfugge al vostro controllo; Io (Dio) vi ho dichiarato nelle Scritture: ‘Verso di te è il suo desiderio, ma tu puoi dominare su di esso’ (Gen., IV, 7)” (Gen. R., XXII, 6).
(…)
I Dottori sapevano bene quale problema filosofico è connesso col libero arbitrio, ma non volevano valersene per limitare in alcun modo la credenza nel potere dell’uomo di regolare le proprie azioni. Non fecero alcun tentativo di risolvere la questione del rapporto fra la prescienza di Dio e il libero arbitrio, ma dettero questa regola pratica di vita: “Tutto è previsto (da Dio), ma si dà libertà di scelta” (Aboth, III, 19).
Dio, nondimeno, interviene perché, dopo che l’uomo ha fatto la sua scelta, buona o cattiva che essa sia, gli venga concessa l’opportunità di perseverare nella strada che ha preso. L’uomo buono è incoraggiato a essere buono, il malvagio a rimanere malvagio. “Nella via in cui l’uomo desidera camminare viene guidato” (Mak., 10b). (p. 128)

IV.6
Narra il Talmud che “per due anni e mezzo la scuola di Shammai e la scuola di Hillel furono discordi su questo punto: Quest’ultima sosteneva che sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse stato mai creato, mentre la prima sosteneva che è meglio che sia stato creato. Si fece la votazione e la maggioranza decise che sarebbe stato meglio se non fosse stato mai creato; ma poiché è stato creato, esamini le sue azioni (passate). Secondo un’altra versione: Esamini le sue azioni (presenti)” (Erub., 13b). (p. 130)

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