martedì 2 giugno 2009

Canto dell'ufficio

Dagli ambienti intonacati dove il lavoro sorride involgarito
mentre avvolge la garrotta intorno ai baveri supponenti dei tanti omuncoli ripieni di patos, morituri, morenti.
Cascame di altro cascame.

Negli uffici dove ogni cosa sembra certa e inerte
e le dracene non sanno più crescere
dove le sansevierie spesso appassiscono, si seccano tristi in disparte.
Lì dove l’intimità del cosmo si ripercuote sui gesti più insapore
che ci annoiano, che molestano con una sensazione di opprimente dovere quotidiano, ciclico ripetitivo
quasi ogni cosa dovesse ricondursi a questo incartamento o a un altro, come se ogni obiettivo fosse scomponibile in piccole azioni programmatiche prive di imprevisti, senza eterogenesi
a sprezzo dell’euforia anarchista che brilla nei nostri desideri
– privilegio negato agli ammassi di materia e alle stelle, immense e regolate da aurore e zenit e tramonti e oscillazioni annuali previste sull’arco equatoriale.

Il lavoro d’ufficio
da cui muoviamo il mondo
dove l’intimità del cosmo si ripercuote sulle azioni più insulse.
Direbbe la maggior parte che burocrazia sia il lavoro d’ufficio, secondo l’etimologia probabilmente. E non saprebbero spiegarsi meglio. Non coglierebbero l’emanazione di cui sono parte,
che la burocrazia è procedura, ogni traffico su dei tracciati stabiliti, noti
codificati da leggi parlamentari o celesti. Ogni fenomeno scritto e poi trascritto, ricopiato seguendo delle regole di fedeltà, di attinenza, di compatibilità con gli obiettivi finali e i dati di inizializzazione.
Che burocratica è ogni cosa che cominci e finisca, a prescindere dalle variabilità di percorso.
Tutto il miracolo continuo messo in scena solo per essere ogni volta massacrato
e decomposto come una carogna infame.
E ricomposto con il materiale di scarto.
Burocratico il riciclaggio dei nostri stessi corpi:
cremati putrefatti imbalsamati
è procedura.

Cogliere negli impieghi d’ufficio l’essenza stessa del nostro universo sembrerà perverso, giustificare il micragnoso lavorio fatto ogni giorno per tenere le cose al loro posto.

E ho compassione infatti, ogni volta che succede,
di queste letterine feroci che appoggio sulla carta
sul video
brevi nate da gesti già fossili, battaglioni segnati minacciosi e codardi
che caricano e ci assillano
che battono poi in ritirata tra le pagine secche di un libro, tra i fascicolatori nei cassetti bui e che si riproducono magari tra i rulli rigidi e adusti
delle fotocopiatrici;
ho pietà di queste (sue/mie) dita che si affannano a battere sui tasti in bianco e nero
o a tenere la posizione migliore per la penna
che scriva e fluida che non sgraffi.
Le dite articolate con un’architettura superba,
così vanitose e così
stupendamente
deperibili.

2 commenti:

  1. grazie Gian,di questa chicca che mi ricorda(forse nn era questo il tuo intento ma ahimè anche stavolta m'hai mollato la mazzata tra capo e collo),che domani la mia scrivania m'attende con tutta la sua apatica burocrazia,i suoi foglietti scarabocchiati e la sua"inutilità"rispetto al cosmo e alla storia dell'uomo....adesso si che mi godo l'ultimo giorno di festa...
    :-(
    Miriam

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  2. Miriam, grazie a te per il commento e per avere accettato di giocare con me su questo blog. L'intento di questi canti è ambiguo, anche per me che provo a scriverli. Probabilmente il linguaggio non è ancora quello giusto e gli argomenti per adesso fluttuano: c'è un progetto embrionale di scrittura, ma qui quello che leggi è il primo abbozzo. Cerco di mantenere un equilibrio tra l'ironia e l'esistenzialismo, per così dire. L'idea è di affrontare la burocrazia smontandone la noia seriale e rivalutandola in termini cosmici, come fondamentale per il funzionamento del mondo stesso. Questi sono tentativi di un progetto che vorrebbe svilupparsi anche con argomenti più accattivanti - tipo un omicidio in ufficio, guarda un po'... - ma sempre con lo stesso fine. Ora, l'ironia non è una cosa semplice. Scadere nella battuta facile è la cosa peggiore che ci sia per uno scrittore (...), tanto più poetizzando un tema come questo, operazione di per sé già ridicola. Comunque, quando questi canti saranno compiuti e pubblicati con l'imprimatur dell'Accademia della Crusca (e sappiamo bene a cosa serva la crusca e di conseguenza dove conduca il suo imprimatur), non mancherò di ringraziarti tra i miei sostenitori. Goditi l'ultimo giorno di festa, tanto presto ce ne saranno altre. ;)

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